Il carbonaro Santorre di Santarosa: Padre dell’Unità Italiana?

di Pietro Bassi.

(Non posso esimermi da una precisazione: l’articolo è quanto più breve possibile, essendo il Risorgimento una pagina della Storia che risulta assai difficilmente condensabile in poche righe, dal momento che grondano fatti, personaggi, date e vicende ed essendoci quindi, potremmo dire, parecchia carne al fuoco).

Così il grande storico Cesare Cantù, nel 1885, traccia il momento dell’epoca nella sua ‘’Storia Universale’’: ‘’Nel Piemonte pure si erano diffuse le idee del tempo, esacerbate dall’avere il re voluto ripristinare il passato, anche dopo che erano cessate e la fiducia reciproca e l’economia di una volta avendo lasciato ai segretari il compito di riorganizzare la feudalità e porre uno sterminio di impiegati superflui e di aziende impattanti sicché con le abitudini alla francese restava la renitenza all’innovazione, non ipoteche, non riforme amministrative, non regolata gerarchia di giudizi […] Aggiungi una polizia arbitraria, la nobiltà cortigiana privilegiata, un esercito dispendioso quanto mal disposto a quello che più importa cioè al passare rapidamente dallo stadio di pace a quello di guerra. Al potere assoluto non restava barriera alcuna e un ministro potè dire – Qui vi è soltanto un Re che comanda, una nobiltà che lo circonda, una plebe che obbedisce -. Re Vittorio Emanuele I, ostinato a considerare come non avvenuti i vent’anni di dominio francese, però mostrava intenzioni benevole si sapeva che i suoi ministri avevano un lavoro uno statuto e se vi erano degli intoppi se ne incolpava l’Austria dalla cui vicinanza pareva in pericolo l’indipendenza del regno. E per vero, dacchè l’Austria aveva unito alla Lombardia il Veneto e intronizzato suoi parenti a Parma, Modena e in Toscana, il Piemonte non è più la potenza preponderante in Italia, malgrado l’acquisto di Genova […] Ai generosi sorrideva dunque il  desiderio di emancipare il Piemonte dalla tutela austriaca e metterlo a capo dell’Italia redenta e si spargeva nella penisola che l’Austria adombrata volesse obbligare il Re a ricevere una guarnigione tedesca e concorrere alla guerra contro il Regno di Napoli e anzi, con un matrimonio, essa pensasse trarre in casa sua il Piemonte, a danno di Carlo Alberto Principe di Carignano, erede presunto, sospettato di essere liberale. L’esempio fece che si parlasse ancora di indipendenza minacciata, di costituzione, di unità italiana e quelle società segrete note come carbonare legarono intelligenze con quelle milanesi […]  A Torino i preparativi sono ritardati dall’ alterno aderire e sottrarsi del Principe di Carignano, la rivolta scoppia tra i militari a Fossano e Alessandria al calar l’esercito accorre al grido d’Italia esclamando: – Viva la costituzione, morte agli Alemanni – così essi entrarono in Torino. Il proclama di Santorre di Santarosa è rispettoso al Re; volersi porre lui in grado di seguire i moti del suo cuore italiano e il popolo nell’onesta libertà di manifestare i propri voti al trono, come i figli a un padre. Il Re, che conosceva i dettami del Trattato di Troppau, e gli alleati essere risolutissimi contro ogni novità, protestò e non autorizzò cosa che potesse dare agli stranieri pretesto di invadere il suo caro paese e fedele al proposito, lealmente scende da un trono che egli non vuole contaminare di spergiuri, così la corona di casa Savoia ritornò nelle mani di Carlo Felice’’.

Occorre fare una chiarificazione in quanto Cantù, a ragione, cita il Trattato di Troppau del 1820. In questa città dell’Alta Slesia, ora Opava in Repubblica Ceca, si riunirono fra il novembre e il dicembre del 1820 le potenze della Santa Alleanza: Russia, Austria e Prussia (solo successivamente aderirono Francia, Paesi Bassi, Svezia e Sardegna). Le tre potenze continentali decisero di adottare quella tesi nota come ‘’Principio dell’Intervento’’ secondo il quale allorquando si fosse ripresentato in Europa, ma non necessariamente solo, un focolaio carbonar-rivoluzionario le forze sarebbero intervenute per reprimerlo. Questo per garantire quel ‘’Principio dell’Equilibrio’’ proprio del ‘’Sistema di Vienna’’ che ideò il Cancelliere Principe Klemes von Metternich.

Prima di approfondire la figura del nobile saviglianese non possiamo non tracciare una breve storia della Carboneria italiana. I membri della Carboneria erano soprattutto ufficiali, aristocratici, intellettuali, membri della borghesia illuminata e liberale. La struttura era regolata rigidamente dall’alto, il comportamento doveva essere ispirato alle regole della massima segretezza. Sia per ragioni di segretezza sia per il gusto del travestimento e del vocabolario cifrato, si fece ricorso a nomi ed espressioni tipici di uno dei più antichi e miseri mestieri del popolo: appunto quello dei carbonari. Un mestiere come quello dei carbonari si prestava d’altronde abbastanza bene: chi lo praticava doveva spostarsi continuamente dovunque ci fosse legname da trasformare in carbone. Inoltre si trattava di un’attività piuttosto diffusa, soprattutto nel meridione d’Italia. Ecco dunque i cospiratori politici camuffarsi da carbonari. La loro organizzazione è diretta dal centro, da una “grande vendita” di cui fanno parte pochi membri. Gli ordini vengono trasmessi da questa a varie “baracche” o “vendite locali”, composte di venti affiliati, detti anche “cugini”. I “cugini”, all’atto della loro entrata nella Carboneria, sono detti “apprendisti” e conoscono solo in parte la struttura e gli scopi dell’organizzazione. Di solito la Carboneria era divisa in tre gradi: apprendista, maestro e gran maestro. Nel primo grado si professava genericamente alcuni princìpi umanitari, impostati sulla morale e sulla religione tradizionale. Nel secondo si parlava di costituzione, d’indipendenza e di libertà. Nel terzo si proclamava l’aspirazione a creare una repubblica ed un regime di eguaglianza sociale, che comportasse la spartizione delle terra e la promulgazione della legge agraria. Il loro obiettivo era, in generale, la conquista di una costituzione; ma nell’Italia settentrionale, il Lombardo-Veneto, si lottava anche per la conquista dell’indipendenza dalla dominazione austriaca; nello Stato Pontificio si chiedeva, invece, un governo laico dopo tanti anni di malgoverno ecclesiastico; i carbonari della Sicilia esigevano che l’isola diventasse uno Stato separato da quello di Napoli contrariamente a quelli di Napoli che volevano tenerla unita al regno. La Carboneria aveva due grandi difetti: la mancanza di un’organizzazione centrale, capace appunto di collegare fra loro le diverse iniziative regionali secondo criteri unitari e organici e il carattere misterioso dell’associazione i cui membri ignoravano talora persino i programmi e l’identità dei loro capi e dovevano spesso sottoporsi a riti strani e incomprensibili. Inoltre, l’origine degli associati faceva della Carboneria un’associazione troppo chiusa e ristretta per poter formulare vasti programmi a carattere nazionale. L’assenza delle classi popolari fu infatti una delle principali cause degli insuccessi, ai quali fra il 1821 e il 1831 andarono incontro i moti carbonari in Italia.

Santorre Annibale Derossi Conte di Pomerolo, signore di Santarosa fu un rivoluzionario piemontese e leader del Risorgimento Italiano. Egli nacque a Savigliano il 18 Novembre 1783, era il figlio di un generale dell’Esercito Sardo, che rimase ucciso nella battaglia di Mondovì del 1796. La famiglia, di nobiltà recente, non era così ricca. Santorre di Santarosa entrò al servizio di Napoleone durante l’annessione del Piemonte alla Francia, e fu Sottoprefetto di La Spezia dal 1812 al 1814. Rimase di sentimenti lealisti verso Casa Savoia, e dopo la restaurazione del Re di Sardegna nel 1814, restò nel servizio pubblico. Durante la breve campagna d’armi dell’Esercito Sardo alla frontiera sud- orientale della Francia nel 1815, servì come capitano dei Granatieri, e successivamente fu impiegato al ministero della guerra. L’epoca della Rivoluzione e dell’Impero avevano visto un grande sviluppo del patriottismo italiano, ed egli era colpito dallo strapotere concesso all’Austria in Italia nel 1815, che poneva il suo paese in una posizione di inferiorità. L’esplosione rivoluzionaria del 1820, che si estese dalla Spagna a Napoli, sembrò offrire ai patrioti una opportunità per assicurare all’Italia l’indipendenza. Quando nel 1821 l’esercito austriaco si mosse verso il meridione per aggredire i Napoletani insorti, Santorre di Santarosa entrò in una cospirazione che voleva l’intervento dei Piemontesi in favore dei Napoletani con un attacco alle linee di comunicazione austriache. La cospirazione mirava a ottenere la cooperazione del principe di Carignano, il futuro re Carlo Alberto, che si credeva condividesse le aspirazioni patriottiche.

Accanto alle rivendicazioni liberali si faceva strada, con forza, una richiesta molto precisa, anche se dai contorni ancora sfumati e utopici, illusori: realizzare l’Unità d’Italia. Questa idea, questa speranza doveva infatti scontrarsi con una realtà avversa, ben più organizzata di quanto sperassero gli insorti. Al centro di questi moti di ribellione, si vennero a trovare le società segrete riunite nella Carboneria, il cui nome simbolicamente trovava origine dai carbonai, i venditori di carbone (allo stesso modo con cui già i massoni si erano ispirati ai simboli dei muratori). Proprio l’organizzazione così macchinosa e poco trasparente fu una delle principali cause del fallimento dei moti carbonari. La prima ondata, quella del 1820-1821 fu infatti spazzata via, nel volgere di pochi mesi, dall’intervento diretto delle truppe austriache, in nome della Santa Alleanza.

Il 6 marzo 1821, durante la notte, Santorre di Santarosa e gli altri generali si riunirono nella biblioteca del principe, insieme allo stesso Carlo Alberto, per organizzare nei dettagli l’impresa che, secondo un accordo precedente, si sarebbe dovuta iniziare nel mese di febbraio: nel corso dell’incontro, Carlo Alberto mostrò alcuni tentennamenti, soprattutto sulla loro intenzione di dichiarare guerra all’Austria, che portarono il nobile saviglianese ad avere qualche dubbio sul principe e sulle sue vere intenzioni. Tuttavia Carlo Alberto lasciò intendere il suo appoggio, e per questo motivo Santorre di Santarosa e i suoi associati fecero pervenire il messaggio di prossimo inizio della rivolta ai reparti militari di Alessandria, che, il 10 marzo, diedero inizio all’insurrezione, seguiti subito dopo dai presidi di Vercelli e Torino. In quell’occasione fu emesso da parte dei generali insorti il famoso ‘’Pronunciamento Sardo’’, un proclama con il quale si decise l’adozione di una costituzione, improntata su quella spagnola di Cadice del 1812, che prevedeva maggiori diritti per il popolo piemontese e una riduzione del potere del sovrano. Ma il Re, piuttosto che concedere il documento, preferì abdicare in favore del fratello Carlo Felice, allora assente dal Piemonte.

Nella sua opera ‘’Storia della rivoluzione piemontese del 1821’’ egli scrisse: ‘’Se si potesse comprendere quanto costi ad uomo per malarrivata rivoluzione proscritto, riandare i tristi casi che assoggettarono sua patria allo straniero, e lui stesso strapparono alle domestiche abitudini della vita, forse non mancherebbe al mio libro la simpatia dei lettori! Ma non è già questa lusinga, bensì convinzione di adempiere ad un sacro dovere che mi fu sprone all’opera. Cotante furono le calunnie divolgate, i fatti rozzamente alterati, le circostanze falsate, le intenzioni disconosciute, che un buon Italiano non può più a lungo tacersi […] O giovani dello sventurato mio paese! Egli è in voi che rinascono sue speranze. In voi che all’uscire dai collegi, dalle case paterne, ovunque volgerete lo sguardo, non vi sarà fatto di scorgere che stranieri insultanti; non avrete dinanzi che un avvenire senza gloria, senza onore; non un bene che vi appartenga, non una gioia che non vi possa essere avvelenata dall’ingiustizia, dal disprezzo de’ vostri padroni, o peggio ancora, dei loro satelliti. Sì, o gioventù d’Italia, ti disprezzano, sperano che una vita molle ed oziosa varrà a snervare tuo intelletto, che ardore e coraggio ti staran solo sul labbro. Lo pensano, lo dicono i tiranni, e sogghignano ogniqualvolta su te arrestano l’infernale loro sguardo […] La spinta è data; la liberazione d’Italia fia l’avvenimento del secolo decimonono. Scrivano pure a talento liste di proscrizione, vadano pure a gara i principi italiani in curvare la fronte ai cenni dell’Austria, posciaché va loro più a grado regnare con la costei forza, che non colle leggi’’.

Sta di fatto che quella relativa alle precise parole di Carlo Alberto è ancora oggi una questione mai risolta dalla storiografia: nelle rispettive memorie, i congiurati parlarono di un’adesione esplicita mentre Carlo Alberto, tra l’altro impegnato a riabilitarsi agli occhi del ristabilito Re di Sardegna Carlo Felice, negò ogni suo appoggio, e anzi arrivò ad affermare di essersi opposto indignato al progetto.

Ne ”I Ricordi” Santorre di Santarosa scrisse: ‘’Ardito banditore delle popolari verità italiane, alzerò il grido della nostra guerra d’indipendenza e più fortemente il grido della concordia […] Io non so perché mi dispiaccia che sia finito il viaggio: la Grecia non risponderà forse alla idea che me ne ero formata; chi sa quali accoglienze; chi sa che fine ci attende!’’.

Santorre di Santarosa fu arrestato, e sarebbe morto sulla forca se non fosse stato liberato da simpatizzanti. Fuggì in Francia, e visse per un certo tempo a Parigi sotto il falso nome di Conti. Qui scrisse in francese e pubblicò nel 1822 il suo ‘’Storia della rivoluzione piemontese del 1821’’, che gli attirò l’attenzione di Victor Cousin. Da questi fu aiutato e nascosto. Dopo un breve soggiorno prima ad Alençon e poi a Bourges, passò in Inghilterra dove trovò rifugio a Londra con Ugo Foscolo, e si fece alcuni amici. Si trasferì a Nottingham, nella speranza di potersi mantenere insegnando il francese e l’italiano. Le miserie dell’esilio, piuttosto che la speranza di un qualsiasi vantaggio, lo condussero ad accompagnare il suo conterraneo Giacinto Collegno in Grecia, nel novembre 1824. Quando l’8 maggio 1825 le truppe egiziane attaccarono l’isola di Sfacteria, presso Navarrino, Santorre di Santarosa fu ucciso, apparentemente perché sembrava troppo miserabile e disperato per ricavarne qualcosa risparmiandolo.

Dall’esilio confidò in una lettera all’amico Causin: ‘’I miei sogni, i sogni della mia vivissima fantasia, sono svaniti: neppure la speranza si è spenta nell’anima mia: ella ormai vuole svincolare da questo terrestre suo carcere’’.

Santorre Annibale Derossi Conte di Pomerolo, signore di Santarosa fu quindi, di fatto, non solo fra i primissimi patrioti ma anche uno dei primi padri del Risorgimento italiano. Nella fucina del ‘’Lungo Ottocento’’ la sua storia s’inserisce in modo preponderante, egli fu antesignano del ‘’Braciere’’ risorgimentale che di lì a poco sarebbe divampato in Italia. Oggi troppo spesso si parla di Risorgimento in modo sbagliato, anacronistico, demagogico e\o strumentale: chi declama la divisione pre-unitaria di Stati obsoleti senza conoscere quanto sia stato complesso e di lungo travaglio il processo di sedimentazione dell’idea di rigenerazione italiana, compie un atto di fellonia e non solamente di stampo storico.

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