La diplomazia fascista in azione. (parte 3)

Di Giuseppe Palazzo
Gli ultimi anni della politica estera fascista: la gerarchizzazione e la guerra

La politica estera italiana aveva ormai preso un’altra direzione. Nel ’37 l’Italia uscì dalla SdN, i rapporti con la Francia peggiorarono, mentre le relazioni con i britannici continuavano nonostante le turbolenze internazionali. Nel ’37 Italia e Gran Bretagna firmarono il Gentlemen’s agreement riguardante l’interesse condiviso alla stabilità del Mediterraneo, concetto ripreso nell’aprile del 1938 quando vennero firmati i cosiddetti “Accordi di Pasqua”: in sostanza un’intesa italo-britannica riguardo gli equilibri nel Mediterraneo e gli interessi comuni alla pace. Inoltre la Gran Bretagna si disse disposta a riconoscere l’impero Italiano a condizione che l’Italia si ritirasse dalla Spagna. Un mese dopo Hitler tornò in Italia: l’opinione pubblica italiana non vedeva di buon occhio l’alleanza con la Germania, Vittorio Emanuele III ne era perplesso, mentre il papa, terrorizzato dall’eventualità d’incontrare il Fuhrer, fuggì da Roma.

Intanto Hitler cominciò la serie di rivendicazioni territoriali: la componente filo-nazista in Austria si rafforzò, e Hitler entrò trionfalmente a Vienna. Mussolini venne avvertito solo a cose fatte. Il secondo step fu costituito dalla minoranza tedesca in Cecoslovacchia, nella regione dei Sudeti. Qui intervenne il Mussolini mediatore: infatti se da un lato poteva contare su un approfondito rapporto con Hitler, era, allo stesso tempo, largamente apprezzato da ampi settori della politica conservatrice britannica, soprattutto per il buon rapporto personale che aveva stretto con Arthur Neville Chamberlain. Per il 29 e il 30 settembre ‘38 venne convocata la Conferenza di Monaco, che vide come partecipanti la Gran Bretagna di Chamberlain, la Francia di Daladier, l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler. L’accordo determinerà la cessione della regione dei Sudeti alla Germania, sperando di metterla a tacere, incoraggiati dalle assicurazioni di Hitler che non avrebbe avanzato altre richieste. L’impressione era di aver salvato la pace.

Il 22 maggio ’39 la firma di Galeazzo Ciano e Von Ribbentrop del Patto d’Acciaio determinò un salto di qualità nel rapporto tra le 2 “Nazioni proletarie” Europee. Il Patto fu una vera e propria alleanza di guerra, non solo difensiva. Mussolini credeva che di aver vincolato le decisioni del Furher alle sue con l’art. 2 che imponeva ai 2 alleati di consultarsi l’un l’altro prima d’intraprendere qualsiasi azione. Ma questa volta il Duce sbagliò i conti, e successe l’esatto opposto. Infatti l’art. 3 recitava che una parte avrebbe dovuto affiancare l’altra in caso di “complicazioni belliche”. Con questo articolo la Germania legò ai suoi destini il futuro dell’Italia. Il Patto fu lo sbocco degli obiettivi dei 2 attori; quello della Germania era la guerra, quello dell’Italia era strumentalizzare la potenza tedesca per i propri fini. Anche perché Mussolini sapeva che il paese non era pronto per una guerra, specialmente dopo aver consumato gran parte della propria macchina bellica in Spagna. Altrettanto importante fu l’art. 5 con il quale ci s’impegnava a non firmare armistizi separati. Quando Ciano tornò in Italia si accorse dell’errore, di aver osato troppo, e di aver scommesso su un futuro incerto con la certezza di non esserne pronti. L’Italia inviò immediatamente una nota a Berlino, in cui si avvisavano i tedeschi che la potenza militare italiana non era pronta per la guerra. La nota, che prenderà il nome di “Memoriale Cavallero”, sarà di fatto ignorata dalla Germania, che aveva ottenuto ciò che gli interessava: legare a sé l’Italia.

Il 23 agosto ’30 fu stipulato il Patto di guerra Molotov-Ribbentrop, con il quale russi e tedeschi si spartirono in segreto l’Europa Orientale. Furono tenuti all’oscuro persino Italia e Giappone, infrangendo così in un colpo solo il Patto Anti-Comintern e il Patto d’Acciaio. E’ bene ricordare questi eventi, nel momento in cui ci si scaglia esclusivamente contro la presunta “inaffidabilità italiana”.

Il 1 settembre 1939 Hitler cominciò l’invasione della Polonia. Fu la data d’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Furono ore concitate in cui i gerarchi fascisti si divisero sul da farsi; a spingere per la guerra era in particolare Ciano, che voleva evitare che i tedeschi si prendessero tutta la scena. Ma il 2 settembre l’Italia dichiarò la propria neutralità, e Mussolini pregò invano Hitler di ritirarsi dalla Polonia.

La guerra continuava e nel maggio ’40 l’Europa era una gigantesca macchia tedesca, tra occupazioni e regimi collaborazionisti. Hitler aumentò le pressioni per far entrare in guerra l’Italia, la quale avrebbe dovuto avere il compito di garantire il controllo del Mediterraneo. Il 10 giugno ’40 l’Italia inviò le dichiarazioni di guerra agli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna. La volontà italiana era di perseguire una guerra parallela, svincolata dai dettami e dagli interessi tedeschi, impegnandosi in poche azioni mirate per dominare il Mediterraneo e proiettarsi nell’Atlantico, col fine di guardare a vista l’ingombrante alleato.

Dopo l’occupazione dell’Albania, l’Italia scagliò un attacco alla Francia morente col fine di avere voce in capitolo nell’armistizio. Proprio nelle trattative di pace con la Francia sottomessa si manifestò la definitiva gerarchizzazione tra Hitler e Mussolini. Infatti il Fuhrer rifiutò di appoggiare la proposta italiana di un unico armistizio che avrebbe in un certo senso “fuso” i meriti della vittoria sui francesi, violando però l’art. 5 del Patto d’Acciaio. L’armistizio franco-italiano fu, dunque, molto deludente, dato che concedette all’Italia solo  alcune strisce di confine smilitarizzato, nonostante le ambizioni fasciste fossero di ottenere ampi miglioramenti territoriali, sia nel territorio francese una volta appartenente all’Italia, sia nei confini coloniali.  

Il 27 settembre 1940 Hitler portò gli alleati italiano e giapponese al tavolo delle trattative per un negoziato sulle zone d’influenze, o più propriamente per una sorta di divisione di compiti dettata dalla Germania. Quest’ultima avrebbe avuto il dominio del continente; l’Italia sarebbe stata confinata al Mediterraneo, e al Giappone venne assegnato l’estremo Oriente. Contemporaneamente a questo “Patto Tripartito”, la diplomazia italiana, nella quale cresceva il timore per l’inarrestabilità di Hitler, lavorava anche sul fronte sovietico. In particolare Italia e URSS lavorarono a un negoziato segreto concernente il riconoscimento da parte italiana dell’influenza sovietica nell’area danubiano-balcanica, e in cambio la concessione sovietica all’Italia della libertà d’azione nel Mediterraneo, e una fornitura di carburanti, dei quali l’Italia scarseggiava. All’ultimo momento furono proprio i tedeschi a interporsi tra i 2 contraenti e a sabotare il negoziato. Una cosa era chiara però: uno dei principali motivi della sconfitta della guerra, oltre al “Gen. Inverno”, fu la totale mancanza di fiducia, e persino la sottaciuta ostilità, tra le potenze dell’Asse.

Intanto la guerra parallela di Mussolini si concentrò inizialmente sulla Jugoslavia, ma Hitler pose il veto, e il Duce fu costretto a ripiegare sulla Grecia, verso la quale avviò una campagna che si sarebbe rivelata un disastro, con la sconfitta in Grecia e l’offensiva greca verso l’Albania. La situazione non poteva essere peggiore, Ciano era sotto pressione, e le sue scelte si limitavano al chiedere aiuto alla Germania, nonostante lui stesso scrisse che avrebbe preferito “spararsi che chiamare Ribbentrop”. La potenza militare tedesca corse in aiuto, ma presentò poi il conto all’Italia: Hitler inviò una lettera a Mussolini in cui gli intimava di non avventurarsi più in campagne indipendenti, e, di fatto, di stare agli ordini dei tedeschi. Fu la fine della guerra parallela.

Successivamente nel giugno ‘41 la guerra si estese all’URSS, mentre continuavano i combattimenti in Nord Africa che porteranno alla sconfitta di El Alamein nel ’42 e al sacrifico dei “leoni della Folgore”.

Già allora la sovranità italiana era irrimediabilmente compromessa; la guerra a cui Mussolini contribuì spazzò via quel difficile lavoro di costruzione di una statura internazionale, che aveva permesso all’Italia di superare il suo storico complesso d’inferiorità di fronte alle altre potenze europee. Se tradizionalmente la posizione dell’Italia nelle relazioni internazionali è sempre stata al vertice delle piccole potenze e in fondo tra le grandi potenze, durante il Ventennio l’Italia fascista fu a pieno titolo ammessa nell’Olimpo degli attori internazionali dominanti; posizione pregevole a cui avevano contribuito sia l’intelligenza diplomatica e mediatrice dei titolari del Ministero degli esteri, sia l’attitudine allo scontro, e al volontarismo internazionale, nell’indiscutibile difesa dei propri interessi. Tutto ciò fino al ’36, e fino a quando i caposaldi della politica estera liberale, integrati con lo slancio idealistico, contraddistinsero la strategia internazionale della nostra diplomazia.

Alla fine del ’41 i giapponesi attaccarono gli americani a Pearl Harbor, e l’unica volta in cui l’alleanza dell’Asse non sarebbe dovuta funzionare, funzionò; Italia e Germania dichiararono guerra agli USA, unendo, di fatto, i 2 fronti della guerra e rivolgendo verso di loro la macchina militare americana.

Fu uno degli ultimi atti rilevanti della diplomazia fascista. Il 25 luglio ’43 Mussolini, consapevole dell’andamento disastroso della guerra, si fece mettere in discussione al Gran Consiglio del Fascismo per opera della mozione Grandi: venne sfiduciato e arrestato, e il re Vittorio Emanuele III nominò Pietro Badoglio nuovo capo del governo. La linea d’azione del nuovo governo fu sostanzialmente quello di rinnegarsi, e fare purgatorio per ciò che si era stati: inizialmente Badoglio trattò segretamente sia con i tedeschi che con gli Alleati. L’8 settembre gli americani annunciarono l’armistizio di Cassibile gettando nel più totale disorientamento l’intero popolo italiano, mentre il governo continuava l’opera di rigetto del fascismo, ottenendo addirittura lo status di co-belligerante contro Germania e Giappone. Dilaniata a nord dai tedeschi e a sud occupata dagli Alleati, il profilo internazionale dell’Italia cominciò a delinearsi per come sarebbe stata considerata negli anni a venire, come scoprì l’amb. Pietro Quaroni a Mosca: “non più un soggetto, ma un oggetto delle relazioni internazionali”.

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