La nuova scommessa italiana: Mediterraneo e Africa.

di Giorgio Torre. 

IL MEDITERRANEO

Da sempre prolungamento naturale del cortile di casa italico, il Mediterraneo è ritenuto il premio dei più audaci nell’area. Roma potè affermarsi come vera potenza solo dopo aver sconfitto Cartagine, vera detentrice del monopolio Med. Teatro di fiorenti scambi commerciali, di transito militare, di fruttuose pesche, il mare nostrum è da sempre stato ambito e conteso dalle principali potenze.
L’Italia non è più Roma e deve fare ora i conti con tutti gli attori in gioco, quali Francia, Usa, Arabia Saudita, Turchia e la neo-insediata Russia. L’occhio vigente rimane quello di Washington che consente che qualcosa accada o meno e, proprio all’interno del margine concesso, han facoltà di operare tutti i singoli concorrenti dell’Italia.
Naturalmente non potrebbe esistere un attore, all’infuori degli States, che controlli tutto il Med ed ecco che esso appare più o meno partizionato in zone d’influenza: Francia (influenza marittima pressoché nulla, a vantaggio di quella territoriale nel Sehel Africano), Italia (Nord Africa sino a Cipro Nord, passando anche per l’Egitto), Russia e Arabia Saudita (il bacino interno del mare) ed infine Turchia (porzione contigua e confinante con quella italiana, nord cipriota). Inquadrare precisamente le nostre zone d’influenza e le potenziali future, aiuterà a comprendere non solo l’importanza di una strategia geopolitica lungimirante ma anche valutare le debolezze o le precarietà di tali influenze nostrane. L’obiettivo rimane quello di allargare sempre più la sfera d’influenza tricolore, difendere il nostro dominus dal nemico europeo ed extra-europeo.
Iniziamo dalla più grande scommessa Italiana (ed europea) per il futuro: l’Africa.

 

L’AFRICA ITALIANA

Energia da una parte ed ingegneria del sottosuolo dall’altra: è dagli anni Sessanta che l’Italia è presente con importanti insediamenti sul continente africano. Non solo sicurezza ed immigrazione, ma diretti interessi economici, energetici, politici e strategici. Valutiamoli in ordine:

1.    Energia ( Oil&Gas):  Il colosso mondiale ENI detiene enormi concessioni in Libia (di cui detiene la quasi totalità di produzione gasifera), Angola e Mozambico (in cui ha recentemento scoperto enormi giacimenti e tripartiti con Exxon e con società cinesi, in virtù della strategia di rapida monetizzazione. Eni opera anche nel settore della sostenibilità con vari progetti recentemente avviati), Liberia (esplorazione dal 2012 in mare aperto), Algeria (di cui è secondo attore, dopo la Francia),  Nigeria (soprattutto nel settore petrolifero ENI si è dimostrata, insieme alla britannico-olandese Shell, onnipresente. Rischia di perdere l’ultimo giacimento acquisito in concessione del ministero del petrolio nigeriano a causa dello scandalo mazzette , che ha visto coinvolto l’ex Ad), Congo e Gabon (Eplorazione e Trivellazione), Kenya (presente con 3 piattaforme OFFSHORE nel bacino di Lamu e con progetto sostenibilità), Tunisia (in cui l’Italia è già presente dal 1961 e risulta essere il concorrente numero uno della Francia, che vede soffiarsi da Roma, sotto il proprio naso, la sua ex colonia), Costa D’Avorio e Sud Africa (Exploration ed una piattaforma Offshore) ed Egitto (ormai famoso per il gigantesco giacimento ENI Zhor);

2. Economia ed Imprenditoria: il corno d’Africa ed in particolare l’Etiopia (ex colonia italiana) ha assistito ad una crescita del prodotto interno lordo di circa dell’11%. Il Sud Africa, tra i paesi più ricchi ed industrializzati del continente nero, cresce stabilmente del 3%, Ghana e Nigeria anche. In un quadro di abissina euforia e fermento per la crescita economica, è di vitale importanza non perdere il passo negli investimenti. Se da un lato l’Italia è tra i principali detentori e produttori mondiali di gas in Africa, dall’altro risulta essere più lenta sul piano degli investimenti. Sia chiaro, rimaniamo pur sempre il primo paese europeo per investimenti nel Maghreb, tuttavia in realtà subsahariane cediamo il passo a Germania, Cina, Turchia, Francia, India e potenze economiche emergenti. Dunque, escludendo eccellenti realtà imprenditoriali ed aziendali italiane nel sub Sahara, ci troviamo fuori fase rispetto ai principali competitors.
Al di sotto del Sahara, i principali contributi del Made In Italy imprenditoriale provengono da Johannesburg (Sud Africa), da Lagos (Nigeria) e da stati in forte crescita come Burkina Faso e Mali. Crescono, dunque, le possibilità per le nostre aziende di investire.
Cosa ci è mancato sino ad ora? A cosa è dovuto il Gap con le altre potenze?
Certamente la lungimiranza, in un susseguirsi di esecutivi a Palazzo Chigi più attento a dettami intra-europei che a logiche, ovvie quando vitali, di interesse nazionale. In questi anni ci siamo dimenticati della nostra scommessa più promettente: l’Africa. Purtroppo la presenza di attori quali cinesi ed indiani rendono estremamente complessa la competizione (e ciò vale per tutti gli occidentali), tuttavia il know how ed il geniale (oltre che unico) savoir-faire italiano rimane e rimarrà per molto tempo inimitabile.
Anche la Tanzania si rivela terra fertile d’investimento tricolore: l’azienda Injecta è una delle più efficienti della nazione,  utilizza nella sua totalità esclusivamente materiali di provenienza o produzione italiana. Tuttavia, l’Ad ha più volte dichiarato la sua indignazione nell’assistere al totale disinteresse di Roma nei confronti dell’eccellenza italiana all’estero. La aziende cinesi ed europee sono in parte supportate dallo stato di provenienza e ciò raddoppia la difficoltà per i nostri brillanti concittadini all’estero. Per fortuna che il governo uscente (Governo Gentiloni) si sia finalmente svegliato sulla questione africana, che molto tempo prima si sarebbe dovuta prendere in considerazione in agenda;


3.  Politica & Strategia: triste ma vero, esclusa l’ENI, l’interesse nazionale italiano si limita alla questione migranti e terrorismo. Per carità, priorità massima. Ma non è tutto. L’operazione “Deserto Rosso” costituisce un esempio di ciò: mentre i francesi estraggono uranio (fondamentale ad alimentare le loro centrali nucleari, dunque a produrre energia elettrica), noi faremo la guardia al confine col Fezzan, che ricordiamo ancora sia energeticamente italiano ma fortemente conteso dai francesi. Abbiamo già analizzato il perché di questa scelta, riconducendoci al fatto che la strategia dell’amicizia e della finta sudditanza risulta essere la più efficiente ai fini del controllo dell’avversario: per battere il mio avversario devo essergli amico e stargli il più vicino possibile.
Si potrebbe fare di più, in senso strategico? In generale sì, ma non ora. La variabile terrorismo, dunque sicurezza, funge da peso sull’altro piatto della bilancia: è richiesta la calibrazione perfetta. Non assumere scelte nette ma bensì estremamente ragionate, la strategia che ci ha consentiti di non ricevere attacchi di matrice islamista pur stabilmente collocando ovunque le nostre truppe.
Tuttavia, assumere posizioni più nette nell’area (anche se questo significasse sacrificare l’inspiegato e conformistico credo europeista) potrebbe apportare vantaggi. Ricordiamoci che stiamo fornendo supporto a chi vuole soffiarci (disperatamente e senza successo) la Libia.
Un secondo tassello strategico è il corno d’Africa che presidiamo molto più di ogni nazione europa. Le nostre ex colonia sono interessate da una forte crescita economica ed un dilagare di criminalità, terrorismo e pirateria che rasentano livelli da anni ’70 . Scoperti da poco interessanti giacimenti presso le coste somale contenenti , presumibilmente, gas più pulito persino di quello di Zhor (il mega giacimento ENI scoperto in Egitto).
Last but not least, la Tunisia. Non è un caso che, in seguito al caos scoppiato tra dicembre 2017 e gennaio 2018, Tunisi abbia chiesto il supporto di truppe europee del mediterraneo occidentale (Italia, Francia, Portogallo, Spagna, Malta). Aiutare Tunisi è un must, innanzitutto per garantire un maggiormente stringente controllo sui flussi migratori e su criminalità filo-jihadistica ed in secondo luogo (forse è questa la vera priorità) tutelare l’interesse nazionale: la Tunisia, infatti, è un paese di transizione fondamentale poiché interessato al transito di circa 200 km di gasdotto (Transmed, detto anche “Enrico Mattei”) che collega la Sicilia alle coste Algerine e che garantisce l’incasso di importanti royalties per le casse tricolori.


In sostanza, la scoperta dei nuovi giacimenti ENI in terra o acque africane, il notevole sviluppo economico del corno d’Africa, il crescente fermento delle nuove generazioni africane tendenti allo sviluppo, gli investimenti in infrastrutture, aziende ed ingegneria nel Centro Africa, gli interessi politici che l’Italia nutre nel continente e, ultima ma non per importanza, il ruolo che abbiamo l’opportunità di ricoprire – ora più che mai – ci pone dinnanzi ad un importante interrogativo: è possibile puntare gran parte delle nostre risorse nel Med ed in Africa, al fine di imporci come leader indiscussi del mare nostrum (almeno occidentale, in cui già ricopriamo ruolo non ignorabile) e strappare alla Francia le sue ex colonie?

Tutto potrebbe conciliare se l’uso dell’arma fosse sempre confondibile con la più mediaticamente e strategicamente generica “accozzaglia” NATO ed al contempo “colonizzassimo” dal punto di vista economico, imprenditoriale e finanziario l’Africa: un piano Marshall non erogato direttamente nelle mani dei governanti, ma gestito attraverso investimenti dei nostri connazionali in terra nera e con la volontà, l’onestà ed il coraggio politico che una grande nazione come l’Italia meriterebbe.

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