L’Apoteosi del Bellini: fra Risorgimento e Fascismo

di Pietro Bassi

 

Questo articolo vuole fornire un focus di stimolo per avvicinarsi alla Storia del Risorgimento, ci baseremo su una figura che, all’apparenza, non si direbbe ‘’patriottica’’. Essa è però assolutamente ‘’emblematica’’ e, si badi, vissuta antecedentemente ai moti del 1848 che percorsero tutta la penisola italiana: il musicista catanese Vincenzo Bellini.

Vincenzo Bellini nacque a Catania il 3 novembre 1801 e morì, prematuramente a Parigi nel settembre del 1835. Richard Wagner dedicò alla sua memoria la sua seconda Opera: ‘’Le Novizie di Palermo’’, ambientata non casualmente in Sicilia, in quanto Bellini era visto quale ‘’Padre’’ del Dramma Musicale. Egli potè vivere i primissimi moti risorgimentali e vide i tumulti siciliani contro i Borbone di Napoli. I siciliani infatti percepivano i napoletani come veri e propri occupanti: non dobbiamo dimenticarci che la Sicilia era rimasta fuori, ignara, della dominazione murattiana, cioè bonapartista e conseguentemente i siciliani non si sentivano un tutt’uno con la Napoli di Murat, prima, di Ferdinando I di Borbone Due-Sicile poi. Bellini quindi da un lato risentiva di questa ‘’essenza’’ siciliana ma dall’altro, studiando al Conservatorio di Napoli, la sua ‘’sicilianità’’ era inquinata dall’esperienza napoletana. Nondimeno osservando, o meglio ascoltando i suoi Drammi Musicali possiamo scorgere nitidi, interessantissimi e rilevanti riferimenti decisamente risorgimentali. Parallelamente però Bellini, in gioventù, partecipò al moto carbonaro di Napoli. La diffusione, nel marzo 1820, anche nel Regno delle Due Sicilie, della conquista in Spagna del regime costituzionale contribuì notevolmente ad esaltare gli ambienti carbonari e massonici. A Napoli, la cospirazione (la quale non si pose mai l’intento di destituire il re, ma solo di chiedere la costituzione) prese subito vigore e coinvolse anche alcuni ufficiali superiori, come i fratelli Florestano, Guglielmo Pepe, magistrati come Giustino Fortunato e letterati come Domenico Simeone Oliva. Michele Morelli, capo della sezione della carboneria di Nola, decise di coinvolgere il proprio reggimento nella cospirazione. A questo si affiancarono Giuseppe Silvati, sottotenente, e Luigi Minichini, prete nolano dalle idee anarcoidi. La notte tra l’1 e il 2 luglio 1820, la notte di San Teobaldo di Provins, patrono dei carbonari, Morelli e Silvati diedero il via alla cospirazione disertando con circa 130 uomini e 20 ufficiali.

Dopo un paio di mesi, Re Ferdinando di Borbone Due-Sicilie revocò la costituzione e affidò al ministro di polizia, il principe di Canosa, il compito di catturare tutti coloro che erano sospettati di cospirazione. Tra questi, forse inaspettatamente per qualcuno, appare anche il giovane Vincenzo Bellini, allora studente presso il Real collegio della Musica presso il convento di San Sebastiano di Napoli, il quale fu indotto a ritrattare, potremmo dire ad abiurare, la propria aderenza ai moti e pertanto ne ottenne il condono.

La più celebre Opera del compositore catanese è, ad avviso di chi scrive come per la maggioranza dei critici musicali: ‘’Norma’’ il cui libretto venne scritto da Felice Romani celebre poeta italiano del primo Ottocento. L’Opera risulta essere, a ben vedere, una sottile metafora, ben antecedente al Nabucco e più graniticamente drammatica. I romani sono qui occupanti della Gallia, e i galli bramano guerra e l’emancipazione dal dominio delle legioni imperiali. Nell’atto I dell’Opera: ai religiosamente magici accordi, naturalmente restituiti dalla sonorità dei fiati, Bellini fa seguire la celebre Marcia tutta dal sapore tipicamente italiano e risorgimentale. Poco oltre al Recitativo ‘’Guerrieri! A voi venirne’’ e alla Sortita ‘’Ah! Del Tebro al giogo indegno’’ la Musica di Bellini e le parole di Romani creano un connubio squisitamente risorgimentale: il Sommo Druido Oroveso e il Coro dei Druidi serbano vendetta e voglia di riscatto, eppure devono ‘’simulare’’:

Cruda legge! Il sento.
Ah! Del Tebro al giogo indegno
Fremo io pure,
All’armi anelo!
Ma nemico è sempre il cielo,
Ma consiglio è simular.

Ah sì, fingiamo, se il finger giovi,
Ma il furor in sen si covi.

Divoriam in cor lo sdegno,
Tal che Roma estinto il creda.
Di verrà, sì, che desto ei rieda
Più tremendo a divampar.

Guai per Roma allor che il segno
Dia dell’armi il sacro altar!
Sì, ma fingiam, se il finger giovi,
Ma il furore in sen si covi!
Guai per Roma, allor che il segno
Dia dell’armi il sacro altar!

Simuliamo, sì,
Ma consiglio è il simular!
Di verrà, che desto ei rieda
Più tremendo a divampar!

Ma fingiamo è consiglio il simular,
Sì, fingiamo!
( https://www.youtube.com/watch?v=GTOTnNCq-4w )

Sostituiamo con Roma Vienna, e lo spostamento è chiarificato. Bellini, con maestria drammaturgica e abilità retoriche maschera perfettamente il suo intento. A metà dell’ultimo atto il Coro canta ‘’Guerra, guerra! Le galliche selve’’:

Guerra, guerra! Le galliche selve
Quante han quercie producon guerrier:
Qual sul gregge fameliche belve,
Sui Romani van essi a cader!
Sangue, sangue! Le galliche scuri
Fino al tronco bagnate ne son!
Sovra il flutti dei Ligeri impuri
Ei gorgoglia con funebre suon!
Strage, strage, sterminio, vendetta!
Già comincia, si compie, s’affretta.
(https://www.youtube.com/watch?v=U_bwqXDFX_Q )

Qui c’è tutto Bellini: c’è la sua rabbia esteticamente drammatica, la sua condizione personale di solitudine e disperazione per aver perso la donna da lui amata e c’è anche la sua voglia di Risorgimento, non romani dunque ma austriaci e non galliche scuri, bensì sciabole italiane.

È nell’ultimo Dramma di Bellini che però traspare nitidamente il suo ‘’tragico’’ amor di Patria e ardimento risorgimentale, nei Puritani. Nel duetto fra Arturo Talbo, cavaliero e partigiano degli Stuardi e Sir Riccardo Forth, colonnello puritano i due allo squillar della tromba cantano:

Suoni la tromba e intrepido
io pugnerò da forte:

bello è affrontar la morte
gridando libertà.

Amor di patria impavido
mieta i sanguigni allori,
poi terga i bei sudori
e i pianti la pietà.

All’armi!
Sia voce di terror
Patria, vittoria e onor!
(https://www.youtube.com/watch?v=HjGzBsKbLv8 )

Il 9 ottobre 1862, un anno dopo l’Unificazione, un critico bolognese scrisse sulle colonne del giornale ‘’Il Monitore di Bologna’’: ‘’L’insieme dell’esecuzione fu buono, anche dal lato dei coristi, che ottenuti plausi, insieme al basso, nella scena detta della Congiura (Guerrieri a voi venirne) dovettero poi ripetere, per universale domanda, il gran coro: Guerra, guerra’’. È evidente che nella Bologna da un anno italiana l’ardimento risorgimentale non era ancora assolutamente tramontato, anzi, era ancora immacolatamente tale, mancando Roma.

Un altro critico bolognese il 15 novembre 1935 da ‘’Il Resto del Carlino’’ così recensisce la solenne riapertura del Teatro Comunale: ‘’Siamo in momenti europei tali che non ci concederemo mai abbastanza il lusso di valorizzare i prodotti dell’Arte Nazionale. Solo per questo, dunque, riprenderemo un giro intorno alla Norma e al suo autore. […] La solennizzazione dei cent’anni di gloria del Bellini, voluta dal Fascismo, rappresenta un rito di gratitudine, di amore, di stupefazione per le melodie d’angelo da lui intonate a dimostrazione che il genio italiano sa cantare la vera e grande passione umana con accenti divini. L’anno 1935 si può chiamare l’anno santo della musica italiana: l’Apoteosi del Bellini. Faccio voto che l’Italia fascista concluda l’anno storico proclamando solennemente che la Norma, dopo la Divina Commedia, è il più grande poema lirico nazionale’’.

Giuseppe Mazzini nella sua ‘’Filosofia della Musica’’, anche da culture musicale, suonava infatti la chitarra e aveva cantato nel Coro della sua città, Genova, invocava e propugnava l’unione di tutte le forze vive dell’umanità per compiere una grande opera di rigenerazione sociale cui Dio ha assegnato – con le grandi linee dei mari, dei fiumi e delle catene montuose – i naturali confini, Mazzini chiedeva che l’Italia stessa divenisse Nazione per poter compiere la divina missione di cui era investita. Egli vedeva un discorso unitario tra recitativo ed aria, una sorta di “melodia infinta”, per usare il termine di Wagner nel trattato ‘’Musica e dramma’’, ma anche l’inscindibile rapporto tra testo e musica che Verdi riassunse nella celebre espressione ‘’parola scenica’’. È chiaro come per Mazzini l’artista chiuso in una torre d’avorio non sia tale, perché la sua opera si alimenta del solo narcisismo, rispondendo a semplici esigenze ‘’private’’, divenendo, in tal modo, sterile e inutile, faticando, così, a suscitare genuine e dirette emozioni. Mazzini scriveva: ‘’La musica è un’armonia del creato, un’eco del mondo invisibile, una nota dell’accordo divino che l’intero universo è chiamato ad esprimere un giorno; e voi, come volete afferrarla, se non innalzandovi alla contemplazione di questo universo, affacciandovi con la fede alle cose invisibili, abbracciando del vostro studio, dell’anima vostra e del vostro amore tutto quanto il creato! […] – Siffatto linguaggio non fu parlato mai, ch’io mi sappia. Nessuno ha tentato ritrarre la musica dal fango o dall’isolamento in cui giace per ricollocarla dove gli antichi, grandi, non di sapienza, ma di sublimi presentimenti, l’aveano posta: accanto al legislatore e alla religione. La musica è profumo dell’universo, e, a trattarla come vuolsi, è d’uopo all’artista immedesimarsi coll’amore, colla fede, collo studio delle armonie che nuotano sulla terra e nei cieli, col pensiero dell’universo’’.

I Teatri, luogo di ritrovo socialmente promiscuo per tradizione ma determinatamente emblematici da un punto di vista storico, furono cornice di eventi musicali e patriottici per tutto l’Ottocento. Pur senza scomodare esempi più antichi basti pensare all’Inno ‘’Sorgi Italia’’ scritto da un giovanissimo Rossini per l’arrivo di Murat a Bologna nel 1815. Celebre resta anche l’episodio del 10 gennaio 1859 alla Scala con i loggionisti a scalmanarsi al coro ‘’Guerra, guerra’’ della Norma in atteggiamento anti-austriaco e gli ufficiali asburgici in platea rispondere altezzosamente alla provocazione. La musica ha costituito, fino al secondo dopoguerra, per tutti un idioma comune e poco contava l’origine, borbonica o papalina dei compositori in voga. Il Risorgimento fu contrappuntato, caratterizzato cioè, da Inni e canti popolari a cominciare dall’Addio del volontario che parte per il fronte, prima della guerra del 1848, più noto come ‘’Addio, mia bella, addio’’ o ‘’La bella Gigogin’’ scritta alla vigilia della seconda guerra d’indipendenza. Nell’opera lirica, arte popolare per eccellenza nel XIX secolo, gradita anche alla borghesia più illuminata, molti sono gli accenni e allusioni, magari finemente nascoste che possiamo trovare nonostante l’assiduo ostruzionismo della censura soprattutto austriaca, papalina e borbonica.

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