Come la Boldrini semina e attira odio.

di Manuel Di Pasquale.

“La penna ferisce più della spada”, un detto che si traduce in “Le parole fanno più male delle botte”. Dipende, da un sacco di fattori. Quel che si sa è che la comunicazione non è solo verbale, ma anche non verbale e paraverbale.

Le parole, in una conversazione, pesano davvero poco: il linguaggio verbale incide sul 7% del messaggio che si vuole mandare. Il 93%, invece, è costituito da non verbale (38%) e paraverbale (55%).

In parole povere, ciò che più incide in una conversazione sono il ritmo, il tono e il volume della voce; successivamente la postura, la mimica e la prossemica; infine, dopo tutto questo, vi è il contenuto vero e proprio delle parole.

Una breve spiegazione su questo argomento perché ci servirà per spiegare il tipo di linguaggio adoperato da un esponente politico italiano: Laura Boldrini.

In molti discorsi, la Presidente della Camera usa un tono lagnoso, che la fa sembrare quasi in procinto di piangere. È un tipo di approccio, però, che le fa guadagnare seguito tra i suoi seguaci. Proprio per questo suo modo di usare la voce, riesce a lanciare i suoi attacchi, come se fosse una persona esasperata. Poi, questo suo modo di parlare si conserva nelle nostre menti e, quando leggiamo post e tweet provenienti da lei, ce li immaginiamo proprio con quel tono di voce.

È questo il tipo di immagine che la Presidente si è voluta cucire addosso: una persona oppressa da una massa violenta, con una minoranza pronta a difenderla apologeticamente. In questa minoranza, poi, vi sono gli antifa: il modus operandi vittimistico ha contribuito (contribuito, perché i fattori sono tanti) a scatenare l’ondata di violenza portata avanti dagli “antagonisti”, visto che di recente la signora Boldrini ha lanciato il suo appello per sciogliere i movimenti neofascisti, seguendo una logica costituzionalmente inesistente (esiste la sentenza 1/57 della Corte Costituzionale che chiarisce quando si configura l’apologia). A ciò è aggiunta la “caccia alle bufale”, cavallo di battaglia boldriniano.

Elementi che, sommati assieme, dimostrano una diversa natura della Boldrini: non è una donna ferrea, come molti vogliono far credere, ma traspare una immagine di chi vuol far fuori i propri avversari, con modi meno sospettabili rispetto a chi usa parole forti. “Sciogliere i movimenti neofascisti” e “basta bufale”, non spiegando le modalità di attuazione delle sue proposte.

Del resto, la Presidente non condanna mai casi di violenza rossa – parandosi dietro un improbabile “non commento fatti di cronaca”, come disse dopo i fatti di Rimini – per poi uscire allo scoperto quando un qualcosa di condannabile arriva da chi potrebbe (condizionale d’obbligo) essere vicino alla destra estrema – come ci hanno dimostrato i fatti di Macerata, arrivando addirittura a pretendere delle scuse da Matteo Salvini, respingendo delle accuse che il leader le aveva lanciato sull’omicidio di Pamela.

Sui fatti di Rimini
Sui fatti di Macerata

Però la Presidente insiste, dicendo di essere “un personaggio scomodo”, perché a qualcuno – secondo la Boldrini – può dar fastidio che una donna tocchi temi scottanti, quali il femminismo e la difesa delle donne. Assolutamente no, non sono questi i motivi: in questi anni i vari “i migranti sono risorse che ci offriranno un nuovo stile di vita” e “dobbiamo accogliere un congruo numero di migranti per sopperire alla decrescita demografica” hanno contribuito all’astio nei confronti della terza carica dello stato.

Tutto un insieme di fattori che ci danno l’immagine della Boldrini e, in qualche maniera, fanno capire il perché della rabbia nei suoi confronti, che si può riassumere nel modus operandi adottato dall’esponente di Liberi e Uguali e non certamente da caratteristiche fisiche o altro.

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