1981: l’inizio della fine?

Un avvenimento che in pochi conoscono ma che potrebbe aver segnato il vero cambiamento in Italia

di Alfonso Pezzella.

Nel Febbraio del 1981 Beniamino Andreatta, l’allora titolare del Ministero del Tesoro, oggi dell’Economia e delle Finanze, diede avvio con una semplice lettera al cosiddetto “divorzio” tra il Governo italiano e la Banca d’Italia, retta in quel periodo da Carlo Azeglio Ciampi.

Fino a quel momento l’Italia poteva fare affidamento sul pieno controllo della leva monetaria, gestendo e decidendo in piena autonomia l’offerta di moneta, situazione che di fatto ci permise di essere lo Stato con la crescita economica più veloce, arrivando ad essere, alle soglie degli anni ’80, una delle principali potenze economiche mondiali. Tutto ciò era garantito dalla Legge Bancaria del 1936, espressione finale di una serie di riforme partite già nel decennio precedente, che miravano a definire il potere del Governo nell’ambito della politica economica; il sito della Banca d’Italia riassume così la legge: “In questo contesto di preparazione alla guerra (nel 1935 iniziò l’aggressione all’Etiopia) venne elaborata, in ambito IRI, la legge di riforma bancaria del 1936. Una prima parte (tuttora in vigore) della legge definì la Banca d’Italia “istituto di diritto pubblico” e le affidò definitivamente la funzione di emissione (non più, quindi, in concessione); gli azionisti privati vennero espropriati delle loro quote, che furono riservate a enti finanziari di rilevanza pubblica; alla Banca fu proibito lo sconto diretto agli operatori non bancari, sottolineando così la sua funzione di banca delle banche. Una seconda parte della legge (abrogata quasi interamente nel 1993) fu dedicata alla vigilanza creditizia e finanziaria: essa ridisegnò l’intero assetto del sistema creditizio nel segno della separazione fra banca e industria e della separazione fra credito a breve e a lungo termine; definì l’attività bancaria funzione di interesse pubblico; concentrò l’azione di vigilanza nell’Ispettorato per la difesa del risparmio e l’esercizio del credito (organo statale di nuova creazione), presieduto dal Governatore e operante anche con mezzi e personale della Banca d’Italia, ma diretto da un Comitato di ministri presieduto dal capo del Governo.” L’intento fu chiaro: nazionalizzare la Banca d’Italia e porla sotto l’egida del Governo.

Negli anni ’70, a causa dello shock petrolifero, l’inflazione è alle stelle, con picchi che superano il 20%: gli economisti italiani però sono concentrati su altre priorità come crescita ed industrializzazione. Ma già in quegli anni serpeggia negli ambienti di Palazzo Koch l’idea di concentrare tutti gli sforzi verso la stabilità dei prezzi, combattendo quindi l’inflazione e puntando ad “allinearsi” alla volontà del Presidente francese d’Estaing, forte sostenitore del federalismo europeo, e del Cancelliere tedesco Schmidt, che già progettavano un’unione monetaria dei principali Stati europei.

Questo cambio di rotta avverrà, nel 1981, quando il Ministro del Tesoro chiederà un suo pensiero circa l’eventualità di cambiare politica al Governatore della Banca d’Italia, che risponderà prontamente affermando la necessità di essere indipendente dal potere politico. Il divorzio è cosa fatta.

La riforma non è di veloce attuazione, per giungere a compimento bisogna attendere gli inizi degli anni ’90, precisamente fino al 1993, anno in cui viene eliminato qualsiasi potere da parte del Governo nei confronti della Banca d’Italia e qualsiasi obbligo da parte di quest’ultima. Contemporaneamente Carlo Azeglio Ciampi fu “promosso” Presidente del Consiglio dei Ministri.

I primi effetti furono contrastanti, il Pil continuò a crescere di circa il 4% annuo ma la Banca d’Italia, libera dall’obbligo di essere prestatrice di ultima istanza, smise di finanziare le politiche del Governo, che fu costretto a rivolgersi completamente al mercato finanziario privato in cui i tassi d’interesse erano notevolmente più alti. Nino Galloni, famoso economista italiano nonché figlio dell’On. Giovanni Galloni, ha più volte testimoniato come in quegli anni una precisa fazione politica, che oggi potremmo definire “europeista”, capeggiata da Ciriaco De Mita aveva come obiettivo la deindustrializzazione dell’Italia: ne aveva posto le basi in maniera perfetta dal momento che sia al settore pubblico sia al settore privato privato conveniva maggiormente investire nel settore finanziario, dove si guadagnava molto di più nel breve termine, che in sviluppo industriale.

Nonostante l’Italia continuasse a spendere meno di quanto incassava, registrato anno dopo anno un “avanzo primario”, il rapporto debito/PIL, che nel 1980 era del 56%, raggiunse e superò il 100% nel giro di un decennio, registrando una crescita della spesa per gli interessi passivi pari al 3000%. In effetti il debito pubblico italiano non è aumentato a causa di aumenti di spesa o investimenti ma è quasi del tutto riconducibile a questo fattore.

L’Italia divenne una delle Nazioni più sviluppate, con una crescita costante superiore a tutte le altre potenze europee, fin quando ha avuto il pieno controllo della politica monetaria. L’unico modo per tornare ad essere realmente competitivi, rinunciando a palliativi temporanei che nulla risolvono, è riappropriarsi della sovranità monetaria, nazionalizzando la Banca d’Italia affidandole nuovamente il ruolo di prestatrice di ultima istanza.

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