Smartphone nelle scuole: quello che non si vuole raccontare.

di Marco Pandolfi.

Ho letto con interesse i vari articoli di Paolo Maria Ferri (“Non togliete gli smartphone ai bambini a Scuola”), di Daniela Di Donato (“Cellulari a scuola, perché i docenti stanno (solo) facendo il proprio dovere”) e di altri autori sulla necessità di introdurre i dispositivi mobili nelle scuole. Tutto più o meno condivisibile.
Mi permetto però di introdurre un altro aspetto importante che, troppo spesso in questo tipo di discussioni, viene tralasciato: il problema sanitario legato all’esposizione, in particolare per i bambini, alle onde elettromagnetiche emanate da questi dispositivi.

Il governo francese ha deciso di impedire l’uso di smartphone e similari proprio con questa motivazione: è una questione di salute pubblica. Vorrei ricordare, a tal proposito, che le radiofrequenze, tra cui le microonde emesse da
questi dispositivi, sono state classificate nel 2011 dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) come “cancerogene di classe 2B”. [1]

Nello stesso anno, il Consiglio d’Europa con la Risoluzione 1815/2011 ha raccomandato gli Stati membri di intraprendere azioni preventive e campagne di informazione a tutela soprattutto di bambini e adolescenti. Al punto 8.3.2. si legge: “per i bambini in generale e in particolare nelle scuole, nelle classi, si dia la preferenza a connessioni internet cablate, e regolino [gli Stati membri] severamente l’uso dei cellulari da parte degli alunni nei locali
della scuola”.

A seguito di queste campagne di informazione, sollecitate da numerosi riscontri scientifici, quasi tutti i paesi industrializzati hanno iniziato a contenere, se non eliminare, il wi-fi dagli edifici scolastici, prediligendo cablaggi con cavi o dispositivi su rete elettrica (powerline). Finalmente siamo arrivati anche noi: è passato in sordina il recentissimo Decreto Ministero Ambiente del 24/12/15 “Piano d’azione per la sostenibilità ambientale dei consumi nel settore della Pubblica Amministrazione” (pubblicato in G.U. n.23 del 28.1.17), ma anche l’Italia si è conformata alle indicazioni dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Nel dettaglio, al paragrafo 2.3.5.4, leggiamo che “Al fine di ridurre il più possibile l’esposizione indoor a campi magnetici ad alta frequenza (RF) dotare i locali di sistemi di
trasferimento dati alternativi al wi-fi, es. la connessione via cavo o la tecnologia Powerline Comunication (PLC).”

Mi preme allora proporre una riflessione: qualcuno, nel pur comprensibile entusiasmo per l’introduzione di questo tipo di tecnologia per promuovere la “cittadinanza digitale” – mi riferisco al recente decalogo pubblicato dal MIUR – si pone il problema di come collegare alla rete Internet tutto questo ammasso di dispositivi? Per esperienza personale, osservo che le scuole si sono riempite di antenne wi-fi, grazie anche ai fondi messi a disposizione per il
Piano Nazionale Scuola Digitale.

Sarebbe pertanto opportuno, prima di investire sui dispositivi, realizzare infrastrutture di comunicazione sicure e rispettose della norma. Cito dall’articolo di Paolo Maria Ferri: “In un intervista a Repubblica, il ministro Fedeli ha dichiarato: <<Lo smartphone è uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata. Se lasci un ragazzo solo con un tablet in mano è probabile che non impari nulla…>>”.

La questione è un’altra: non lasciamo un ragazzo con un tablet in mano, perché potrebbe nuocergli alla salute. Si chiama principio di precauzione. Tutto il resto viene dopo. Lo so, verrò tacciato come “apocalittico”.

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[1] Classificazione delle Radiofrequenze della IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro)
dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)

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