La filosofia politica di Immanuel Kant: una ragione culturale per votare centrodestra

di Pietro Bassi.

‘’Gli uomini, al pari degli alberi si costringono reciprocamente a cercare l’uno e l’altro al di sopra di sé, e perciò crescono belli dritti, mentre gli altri, che, in libertà e isolati fra loro, mettono rami a piacere, crescono storpi, storti e tortuosi. Il diritto consiste nella limitazione della libertà di ciascuno alla condizione che essa si accordi con la libertà di ogni altro’’. Immanuel Kant, Per la Pace Perpetua

Siamo alle soglie del ‘’Silenzio Elettorale’’, e nonostante faccia politica mi sono tenuto distante dall’entrare nel merito dei discorsi, prediligendo alla conclusione offrire uno spunto di riflessione filosofico, storico e ideologico, occupandomi di ‘’Cultura’’.

Il più celebre filosofo di tutti i tempi, nacque a Königsberg (oggi Kaliningrad, città più importante dell’enclave russa che si affaccia sul Mare del Nord) il 22 aprile del 1724, e vi morì nel 1804. Nel suo multiforme ingegno Kant fra i vari argomenti dello scibile umano da lui trattati vi è anche la politica.

Prima di delineare brevemente il pensiero politico kantiano teniamo presente, e qualcuno lo ricorderà, quanto egli avesse a cuore il ‘’Rigorismo’’ che infatti è noto quale ‘’Rigorismo kantiano della ragione’’. Il filosofo tedesco sosteneva il ‘’Rechtsstaat’’ ossia lo Stato di diritto, cioè quella forma di Stato che assicura la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo, insieme con la garanzia dello stato sociale.

Il Capo dello Stato, secondo Kant, può credere di giustificare il suo duro comportamento verso un suddito colpevole d’insubordinazione, quanto questi può credere di giustificare la sua rivolta con lamenti per quelle che lui considera immeritate sofferenze; e qui chi deve allora decidere? Chi si trovi in possesso della suprema amministrazione della Giustizia pubblica e questi è appunto il Capo dello Stato, che solo lo può fare e nessuno nel corpo comune può avere il diritto di contestargli un tale possesso. Allora si comprenderà che prima che la volontà generale esista, il popolo non possiede alcun diritto coattivo verso il suo capo, poiché se il popolo potesse esercitare questo diritto, allora sarebbe il capo supremo; per questo motivo al popolo non spetta alcun diritto coattivo né di resistenza, in parole o atti, verso Capo dello Stato. Kant arriva a sostenere ne ‘’Sul detto comune’’: ‘’Se ora mi si volesse fare l’obiezione di lusingare troppo i monarchi con queste mie affermazioni sulla loro inviolabilità, allora spero che mi si vorrà risparmiare l’obiezione che io confido troppo favore al popolo quando dico che questo allo stesso modo possiede i suoi inalienabili diritti verso il Capo dello Stato, sebbene questi non possano essere diritti collettivi. Hobbes era di contraria opinione. Nella sua opera ‘’De Cive’’ il Capo dello Stato per contratto non è obbligato a nulla verso il popolo e non può compiere ingiustizie verso il cittadino, comunque ne voglia disporre. Questa proposizione sarebbe assolutamente giusta se si comprendesse per ingiustizia a quella lesione che attribuisce a chi elegge un diritto coattivo contro colui che gli ha fatto ingiustizia, ma così, in generale, la proposizione è spaventosa’’. In ogni corpo comune, per Kant ci deve essere una obbedienza sotto l’egida della Costituzione statale e secondo leggi, che riguardano l’intero, ma insieme a uno spirito di libertà, perché ognuno, in ciò che riguarda il dovere dell’uomo in generale, ha bisogno di essere persuaso dalla ragione ch’essa sia legittima, così che non cada in contraddizione con sé stesso. L’obbedienza senza spirito di libertà è la causa finale di tutte le società segrete. Infatti è una vocazione naturale dell’umanità comunicare reciprocamente, specie in ciò che riguardi l’uomo in generale e perciò quelle società scomparirebbero, se questa libertà fosse favorita.

Nella filosofia politica di Immanuel Kant assistiamo dunque a quello che potremmo definire ‘’Liberalismo legalmente autoritario’’; secondo lui infatti, il binomio tra legalità e moralità se per un verso è fondante la società e l’agire politico, per un altro è da accantonare a vantaggio del piano legale. Secondo Kant, il ‘’Kategorischer Imperativ’’, l’imperativo categorico, del buon cittadino era quello di dire la verità a qualunque costo e di rispettare le leggi sperando che esse possano essere le più morali possibili, ma anche nel caso in cui ciò non fosse era necessario comunque rispettare ciò che il Capo dello Stato decideva. Per lui la monarchia costituzionale era la migliore forma di governo possibile. Non è questa la sede, non essendo la tematica principale dell’articolo addentrarci nella filosofia politica kantiana e quindi resterò a questa linea generale.

Perché dunque la dottrina politica kantiana è fra quelle che ritengo principali per il centro-destra e che ritengo ogni militante o semplice appassionato debba sentire come sua? Perché chi è di centro-destra non è di indole giustizialista e neppure tanto meno moralista, o meglio non lo dovrebbe essere. Chi è di centro-destra dovrebbe sentirsi garantista e, appunto, kantiano, ossia liberale-autoritario-legale; non dobbiamo però dimenticare che il piano legale, per Kant, si sviluppa in senso verticale non orizzontale. Detto in altri termini ma usando le stesse parole di Kant: ‘’Il Capo dello Stato non può e non deve sottostare alle leggi coattive, altrimenti non sarebbe più il Capo dello Stato’’. Indubbiamente la nostra società è alquanto cambiata rispetto a quella del Settecento e proporre idee del genere sarebbe oggi fonte delle più feroci critiche in quanto ‘’la legge è uguale per tutti’’. Infatti il Lodo Alfano che si prefiggeva di consentire alle massime cariche dello Stato di poter operare sospendendo, durante il loro mandato, qualsiasi attività processuale nei loro confronti, fu dichiarato incostituzionale dalla Suprema Corte. I giudici costituzionali non furono illuminati dallo ‘’spirito kantiano’’.

Il Professor Augusto Illuminati nel suo volume ‘’Kant Politico’’ scrive: ‘’Kant dona un grandioso sfondo etico-religioso al liberalismo, di cui è anche costituzionalmente un esponente filosoficamente rigoroso e politicamente moderato. Tale componente religiosa si riscontra, sì, nell’ arrendevolezza al potere costituito ‘’obbedite a Cesare’’ ma sostanzialmente è molto di più nella generale articolazione del rapporto fra male radicale e riscatto morale dell’umanità. Kant parte da un’antropologia pessimistica, di evidente origine religiosa, ma la rovescia paradossalmente in un’apologia del progresso borghese fondato sull’infelicità dell’individuo e sul benessere della specie, sulla collisione provvidenziale degli egoismi antagonistici, sul carattere propedeutico della civilizzazione e dell’affermazione della legalità allo sviluppo morale dell’uomo’’. Tale morale kantiana è però morale liberale e legale, non già becera né giustizialista.

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