Cara Italia, ti scrivo perché…

di Sebastiano Flaminio
Cara Italia,
per l’ennesima volta ci hai fatto battere il cuore, ci hai condotto al confronto e ci hai chiamati a decidere per il domani.
Come al solito hai visto il peggio degli italiani nel confronto perché, come disse chi ti celebrò nel tuo inno, “non siamo un popolo perché siam divisi”, ma come sempre da Madre Patria paziente e amorevole saprai perdonarci anche questo.
Oggi si decideva il tuo e il nostro destino per il prossimo lustro e speriamo di aver superato questo esame almeno con una sufficienza degna di questo nome, nella speranza che domattina (vada come vada) tu possa avere in sposo un Governo che ti conduca alla ripresa relativa.
È già scaduto il tempo per decidere e (come sempre) tua sorella Democrazia ha deciso di non abbracciare tutti i tuoi figli. Ma che colpa può averne? Anche lei ormai è diventata un’anziana signora che (nel tentativo di toccare i cuori) è riuscita a toccare quasi solamente pance e teste: sì perché son pochi ormai i tuoi figli che votano per amor tuo, mentre la maggioranza decide per convenienze di pancia o strategie di testa. E questo è dovuto anche al fatto che non ci hai fatto mancare il latte da piccoli e ti sei scordata di dare il pane a tutti da grandi.
Non giudicarci se dopo oggi qualcuno continuerà a vivere di frasi fatte e battute da campagna elettorale, ma dacci la “speme di fonderci insieme” ancora una volta. Già, dacci tu questa speranza, perché gli amanti della neolingua orwelliana danno sempre nuovi nomi alle cose senza sapere di cosa parlano: urlano all’inciucio invece di dire “pacificazione”, parlano di razzismo se un patriota ti dichiara il suo amore, additano l’Europa quando non riescono ad ammettere le proprie colpe. Ma che ci vuoi fare? Lo stesso Indro Montanelli tanti anni fa disse che tu avresti sempre avuto un grande futuro, mentre gli italiani non ne avranno mai uno perché, diciamocelo, siamo un po’ tutti fatti per litigare: qualcuno è rimasto ai guelfi e ghibellini, altri sono convinti che la Sicilia sia ancora casa degli arabi, altri ancora pensano che la laicità dello stato sia nichilismo delle identità. Non arrabbiarti per questo, ma guarda ai Padri fondatori: non scordarti che Foscolo chiamava Italia anche Zante e Dante già indicava l’estremo confine a Pola e nel Carnaro; non scordarti che ci fu un Poeta Vate che cantava la transumanza e fece battere i cuori istriani ancora una volta; e pensa, ci fu anche quel milanese che raccontò la storia di quei due giovani sposini celebrandoti ancora una volta anche nelle difficoltà di quel tempo. Guarda a loro cara Italia e, se ancora una volta hai guidato la mano dell’italiano, domattina avrai una nuova stabilità.
Dopotutto, cara Italia, solo i nostri Padri riuscirono a vedere i muri accoglienti di una casa in te (che ancora eri giovane e piena di ardore nazionale); crescendo hai fatto grande il tuo nome, ma quelle quattro mura sono diventate una grande villa in cui troppo spesso arriva gente d’oltralpe a organizzare proprie cene di gala, mentre noi rimaniamo isolati in un angolo perché non conosciamo nessuno di quei signori che vengono a farti visita.
Ma ancora qualcuno che sogna un quadro antico di tre colori c’è, non temere. Quei signori tirati a lucido col soldo straniero lo sanno bene, quindi non temere per la tenuta della tua casa perché non gliela lasceremo. Dacci solo il tempo di ritinteggiarla però, perché il tuo ultimo compagno d’avventura si è dimenticato di qualche figlio rimasto tra le macerie dell’ultimo terremoto. Dacci anche il tempo insieme alla speranza, e vedrai che quel pane di cui ti sei dimenticata sin ora arriverà sulle tavole di tutti.
Stanotte veglieremo tutti per guardarti mentre il tuo cuore palpita ancora una volta per i tuoi figli e il loro cuore batterà per te tutta la notte nell’apprensione per quel risultato tanto agognato.
Credici anche tu stanotte, perché io ci ho creduto; spera con noi, perché noi abbiamo sperato; sfiora ancora la nostra testa con la tua amorevole mano come facevi quando da piccoli correvamo per le strade e i paesi delle tue città immaginandoti eterea e felice.

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