LE ELEZIONI POLITICHE: ANALISI A CALDO.

di Federica Ciampa

Domenica 4 marzo 2018 i cittadini hanno scelto ed eletto il Parlamento – e, badate bene, non il Governo – che darà l’impronta all’Italia dei prossimi cinque anni. La XVIII Legislatura della Repubblica Italiana, non è una Legislatura come le altre: infatti, la posta in gioco è particolarmente alta, perché da essa dipende il futuro di questa Nazione. Sarà un’Italia che farà gli interessi dei comuni cittadini o quelli dell’alta finanza? Sarà un’Italia identitaria e nazionalista oppure un’Italia esterofila e xenofila? Sarà un’Italia in grado di far valere i suoi interessi e le sue ragioni in Europa oppure un’Italia che si trascina dietro alla volontà della Francia e della Germania?
Molto difficile dirlo, visto che il primo partito di queste elezioni è il Movimento 5 Stelle, il quale, su questi temi centrali, non ha mai delineato un percorso preciso.
Dunque, avendo finalmente i dati definitivi, possiamo tracciare un’analisi sulle percentuali dei partiti, cercando di capirne i motivi sottesi.

Movimento 5 Stelle (Senato: 32,22% Camera: 32,68%): Il Movimento Cinque Stelle è sicuramente il primo partito, nonostante i disastri nelle amministrazioni di Roma e Torino. Quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella darà l’incarico per formare il nuovo Governo non potrà, in nessun modo, ignorare questo dato. Questo partito ha una base elettorale molto eterogenea. In primo luogo, vi è il cosiddetto voto di protesta, portato avanti da elettori che non tollerano più le logiche dei partiti “tradizionali”: una parte di questa fetta consistente dell’elettorato pentastellato è costituita da persone di sinistra che avrebbero votato PD, ma non l’hanno fatto perché delusi dalle sue politiche degli ultimi anni, sempre contrarie agli interessi del popolo e, allo stesso tempo, sempre più favorevoli agli interessi delle banche. Giova ricordare, a questo proposito, che chi ha certe idee politiche corre alle urne ogni volta che può. L’altra parte, invece, è costituita da chi avrebbe votato partiti extraparlamentari, ma riconducibili all’area della destra: di “neofascisti” pronti a votare questo movimento se ne sono sentiti a bizzeffe; le ragioni? Sono sostanzialmente due e sono molto semplici: il voto risulta utile e, allo stesso tempo, viene dato ad un movimento nuovo.
In secondo luogo, vi è il voto di elettori apolitici, stile “so tutti uguali”, i quali si sono ricordati negli ultimi anni di avere la tessera elettorale.
In terzo luogo, vi è il meridione: forse incentivato dalla promessa del reddito di cittadinanza e dallo sdegno che, fino a qualche anno fa, la Lega mostrava nei suoi confronti ha dato moltissimi collegi uninominali al Movimento. A ciò bisogna aggiungere che in questa parte d’Italia hanno governato proprio tutti, ma nessuno ha risolto davvero le sue complicate e patologiche problematiche. Il Sud vuole davvero ripartire da un partito nuovo e svincolato dai precedenti o vuole solo il suo assistenzialismo di stampo democristiano? Lo vedremo nei prossimi cinque anni.
Tuttavia, a prescindere da come la si pensi sulla base elettorale del Movimento Cinque Stelle, bisogna cessare di pensare che essa sia costituita da gente dedita a sventare complotti sui social, a credere alle scie chimiche, a sbagliare i congiuntivi, a fare proteste contro i vaccini: il 31% degli italiani non è ignorante o analfabeta funzionale; è, molto più banalmente, stanco.

Centro-destra (Senato: 37,49 % Camera: 37 %): la coalizione dimostra che il centro-destra unito vince, sormonta il PD e lascia qualche punto indietro il Movimento Cinque Stelle. Questo è un fatto incontestabile, che piaccia o meno.
Lega e Matteo Salvini (Camera: 17.37% Senato: 17,64 %): La Lega sfonda nel Centro-nord, non riuscendo, però, a penetrare la fitta coltre del Movimento Cinque Stelle nel Sud: la nuova impronta data al partito da Matteo Salvini non ha, con ogni evidenza, convinto proprio tutti. Quel che è certo è che Salvini è quello che i romani chiamerebbero “homo novus”: non viene da una famiglia impegnata in politica, è giovane, ambizioso e pieno di voglia di fare e rinnovare. Questo leader politico può anche non piacere ai più, ma bisogna dargli atto del fatto che ha trascinato un partito al 4% così in alto, da riuscire a farlo diventare il primo della coalizione di centro-destra, contro ogni pronostico e sondaggio.

Forza Italia e Silvio Berlusconi (Camera: 14.01% Senato: 14,44%): Silvio Berlusconi, durante la sua campagna elettorale, non è riuscito, come nelle precedenti elezioni politiche, a portare a capo della coalizione il suo partito, per alcuni motivi. Innanzitutto, l’imprenditore per antonomasia paga il prezzo della sua avanzata età ed, anzi, a 81 anni pochi sarebbero riusciti a condurre una campagna elettorale così intensa. Poi, a dispetto di ciò che è scritto sul simbolo, egli non era candidabile alla Presidenza del Consiglio; questo ci porta alla terza ed ultima, ma non meno importante ragione: la riserva sciolta nei giorni precedenti su Tajani, candidato Presidente in luogo di Berlusconi, non è stata gradita dagli storici elettori di Forza Italia, i quali, infatti, hanno virato sul leader del carroccio.

Fratelli D’Italia e Giorgia Meloni (Camera: 4.35 % Senato: 4,26 %): non è certo una vittoria per la giovane Meloni, la quale solo nel 2012 ha fondato questo nuovo partito, l’ha portato dal 2% ad oltre il 4%, raddoppiando, quindi, i suoi consensi. La verace romana, comunque, ha incanalato, allo stesso tempo, il voto utile, il voto di destra e il voto di protesta. È portatrice dei valori di una destra reazionaria e nazionalista, che è incarnata dal simbolo della fiamma. Ha fortemente voluto che Silvio Berlusconi sciogliesse la riserva in merito al suo candidato; ha ribadito più volte la sua contrarietà a qualsiasi “inciucio” – come ama chiamarlo lei – con il PD e il Movimento Cinque Stelle; ha retto dibattiti televisivi, in cui le è stato impedito spesso di parlare. Dunque, con buona pace delle femministe di sinistra, che ci ammorbano dall’inizio della campagna elettorale con le quote rosa e i diritti delle donne, l’unica candidata donna alla Presidenza del Consiglio è di destra, è mamma e vuole fare gli interessi degli italiani.

Noi con l’Italia (Camera: 1.30% Senato: 1.20 %): lista costituita da vecchi centristi, democristiani, arrivisti, anelanti di ricevere di nuovo una poltrona sotto il loro venduto deretano. Non classificato.

Centro-sinistra (Senato: 22.99% Camera: 22.85 %): il centro-sinistra paga, giustamente, il prezzo delle sue scellerate politiche antinazionali, della sua riprovazione verso il popolo, i poveri, i lavoratori e gli euroscettici, delle sue patenti di ignoranza e di analfabetismo funzionale. La sua base elettorale, per rincarare la dose, utilizza i social per parlare di “patentino del voto” e di espatrio: democratici solo quando vincono loro, insomma.

Partito Democratico e Matteo Renzi (Camera: 18.75 % Senato: 19.13 %): il Partito Democratico aveva studiato questa legge elettorale a tavolino, pensando di spuntarla e di prendere il tanto bramato 40%, ottenuto precedentemente nelle ultime elezioni del Parlamento Europeo. Invece no: è un partito al collasso. Dopo il fallimento del referendum costituzionale del dicembre 2016 Renzi e il PD non hanno più vinto da nessuna parte. La base elettorale storica del centrosinistra è definitivamente esasperata: non ne può più di sentire gli sproloqui di certi parolai; non ne può più di sentire giustificazioni come “ma noi abbiamo trovato solo macerie, per colpa del governo precedente”; non ne può più, quindi, di chi non si prende la responsabilità della mala gestione di certi territori. La colpa di questo tracollo ricadrà su Matteo Renzi e, per fortuna o purtroppo, non potrebbe essere diversamente. Di suo pugno, infatti, sono state approvate riforme quali la “Buona Scuola” e il “Jobs Act”: la prima ha suscitato le polemiche di studenti e insegnanti; la seconda ha notevolmente ridotto le tutele dei lavoratori tutti. Tuttavia, nel corso della campagna elettorale, il partito in questione ha cercato di ricordare ai cittadini l’introduzione di alcuni diritti civili, come il “Biotestamento” e le “Unioni Civili”, non riflettendo, però, sul fatto che i diritti civili, senza diritti sociali (un lavoro stabile e una casa) restano solo un’astrazione.

+Europa ed Emma Bonino (Camera: 2.55% Senato: 2.36 %): Emma Bonino avrebbe dovuto raccogliere 500.000 firme per permettere al suo partito di concorrere in queste elezioni. Tuttavia, la storica leader dei radicali ha scelto di ovviare il problema, attraverso Tabacci che, essendo leader di Centro democratico, in qualità di gruppo già presente in Parlamento, ha risolto di fatto la questione. Emma Bonino, dunque, tra il rifiuto di passare per il consenso popolare pre-elettorale delle firme, un elogio al “filantropo” Soros e la geniale proposta di bloccare la spesa pubblica in questo periodo di difficoltà – in barba alle teorie keynesiane – ha fatto sì che il suo partito restasse fuori dal Parlamento: infatti, entrerà solo lei. Comunque percentuale troppo alta, rispetto alle sciagurate proposte.

Italia Europa Insieme (Camera: 0.60% Senato: 0.54 %): sono la brutta copia di +Europa. Non meritano un commento più lungo di questo. Non classificato.

Civica Popolare e Beatrice Lorenzin (Camera: 0.54% Senato: 0.52 %): Il nostro Ministro della Sanità Beatrice Lorenzin non poteva certo tornare nel gregge del centro-destra, dopo aver governato con il PD. Dunque, ha ben pensato di fondare una nuova lista civica, che potesse entrare nella coalizione di centro-sinistra: le percentuali ridicole dimostrano che il Ministro ha scelto un bel modo per rischiare di finire fuori dal Parlamento.

Svp – Patt (Camera: 0.41 % Senato: 0.42 %): partito indipendentista del Trentino Alto-Adige. Perdoneranno l’ignoranza e la chiusura mentale del popolino, ma, eccetto i parenti dei candidati, nessuno sa da dove loro e questo partito saltino fuori. Non classificato.

Liberi e Uguali (Senato: 3, 28% Camera: 3.39 %): il Partito di Grasso accumula una parte degli elettori di centro-sinistra totalmente antirenziani o ex SEL, comunque destinati a stare all’opposizione. La Presidente della Camera Laura Boldrini, candidata di punta del partito, per tutta la campagna elettorale, ha accusato Salvini di seminare odio: tuttavia, se è vero che si raccoglie ciò che si semina, Salvini ha raccolto voti; lei, pur avendo seminato pace e apertura delle frontiere, al massimo, ha raccolto la sua sciarpa rossa da terra.

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