Perché il Meridione d’Italia è a egemonia pentastellata?

di Pietro Bassi

Dopo il risultato elettorale di questa tornata mi sono posto più volte questa domanda, e quale storico ritengo che la risposta affondi proprio nelle pagine della Storia, in particolare di quella risorgimentale. Potrà apparire strano al lettore ma ho preso la decisione di fare un articolo strutturato in modo aperto e libero, lasciandogli l’interpretazione che più sentirà di fare sua. Personalmente traccerò la mia dopo aver lasciato la parola, già in apertura, a illustri esponenti meridionalisti, tre studiosi cioè del fenomeno noto come ‘’Questione Meridionale’’. Si badi che sono, ovviamente, tutti e tre del Sud Italia.

«Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C’è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl’intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale. Eran poche, sì, le imposte, ma malamente ripartite, e tali, nell’insieme da rappresentare una quota di lire 21 per abitante, che nel Piemonte, la cui privata ricchezza molto avanzava la nostra, era di lire 25,60. Non il terzo, dunque, ma solo un quinto il Piemonte pagava più di noi. E, del resto, se le imposte erano quaggiù più lievi – non tanto lievi da non indurre il Luigi Settembrini, nella famosa ‘’Protesta’’ del 1847, a farne uno dei principali capi di accusa contro il Governo borbonico, assai meno vi si spendeva per tutti i pubblici servizi: noi, con sette milioni di abitanti, davamo via trentaquattro milioni di lire, il Piemonte, con cinque (milioni di abitanti), quarantadue (milioni di lire). L’esercito, e quell’esercito, che era come il fulcro dello Stato, assorbiva presso che tutto; le città mancavano di scuole, le campagne di strade, le spiagge di approdi; e i traffici andavano ancora a schiena di giumenti, come per le plaghe d’Oriente». Giustino Fortunato

«Prima del 1860 non era quasi traccia di grande industria in tutta la penisola. La Lombardia, ora così fiera delle sue industrie, non avea quasi che l’agricoltura; il Piemonte era un paese agricolo e parsimonioso, almeno nelle abitudini dei suoi cittadini. L’Italia centrale, l’Italia meridionale e la Sicilia erano in condizioni di sviluppo economico assai modesto. Intere province, intere regioni eran quasi chiuse ad ogni civiltà». Francesco Saverio Nitti

«La marina mercantile era formata quasi interamente di piccoli legni, buoni al cabotaggio e alla pesca e la montavano più di 40.000 marinari, numero inadeguato al tonnellaggio delle navi. La navigazione si limitava alle coste dell’Adriatico e del Mediterraneo, e il lento progresso delle forze marittime non consisteva nel diminuire il numero dei legni ed aumentarne la portata, ma nel moltiplicare le piccole navi. La marina mercantile a vapore era scarsissima, non ostante che uno dei primi piroscafi, il quale solcasse le acque del Mediterraneo, fosse costruito a Napoli nel 1818. Essa apparentemente sembrava la maggiore d’Italia, mentre in realtà alla sarda era inferiore, e anche come marina da guerra, era scarsa per un Regno, di cui la terza parte era formata dalla Sicilia e gli altri due terzi formavano un gran molo lanciato verso il Levante. La marina e l’esercito stavano agli antipodi: l’esercito era sproporzionato al paese per esuberanza, la marina per deficienza». Raffaele De Cesare

Secondo Fortunato, Nitti e De Cesare fra Nord e Sud esisteva un divario già dall’Unità se non, addirittura, antecedente ad essa. Provando a planare ai giorni nostri e alla tornata elettorale di domenica possiamo vedere che le dinamiche non sono così tanto cambiate, che si è deciso di votare per quella forza politica che promette una sorta di assistenzialismo-clientelare-sussidiario grazie al reddito di cittadinanza sicchè sarebbe tanto di guadagnato. Col benestare o meno di Massimo D’Azeglio, mi sa che gli italiani non siano ancora fatti. È bene però evidenziare che questa non è la linea di pensiero di tutto il Meridione, bensì di una parte di esso.

In questo senso ritengo interessante riavvolgere il nastro e rendere emblematico quanto appena detto citando una figura poco nota della Storia del ‘’Meridione Patriottico’’: Francesco Maria Pagano il quale nacque nella cittadina lucana di Brienza il giorno dell’Immacolata concezione del 1748. Grazie alle sue arringhe contornate di citazioni filosofiche egli venne soprannominato il ‘’Platone di Napoli’’, fu un precursore del Positivismo e visse per buona parte della sua vita nella città partenopea. Amico di Gaetano Filangieri con cui condivise l’iscrizione alla massoneria. Pagano appartenne a ‘’La Philantropia’’, Loggia massonica di rito inglese, della quale venne elevato a Maestro Venerabile. Inoltre, i proventi dell’attività di avvocato criminale gli consentirono di acquistare un terreno all’Arenella, dove costituì una sorta di accademia, alla quale partecipò, tra gli altri, Domenico Cirillo. Ebbe la cattedra di Etica, poi quella di Diritto criminale all’Università di Napoli, distinguendosi come avvocato presso il Tribunale dell’Ammiragliato, di cui diventò poi giudice, nella difesa dei congiurati anti-borbonici della Società Patriottica Emanuele De Deo, Vincenzo Galiani e Vincenzo Vitaliani pur non riuscendo ad evitarne la messa a morte. Nel 1796 fu incarcerato, in seguito ad una denuncia presentata contro di lui da un avvocato condannato per corruzione che lo aveva accusato di cospirare contro la monarchia, ma venne liberato nel 1798 per mancanza di prove. Scarcerato il 25 luglio del 1798, riparò clandestinamente a Roma, dove venne accolto positivamente dai membri della Repubblica Romana, qui ricevette la cattedra di Diritto nel Collegio Romano, accontentandosi di un compenso che gli garantiva il minimo indispensabile per vivere. Lasciata Roma, si spostò per un breve periodo a Milano e, dopo la fuga del Re Ferdinando IV a Palermo, fece ritorno a Napoli il 1º febbraio 1799, divenendo uno dei principali artefici della Repubblica Napoletana, quando il generale francese Jean-Étienne Championnet lo nominò tra i capi del governo provvisorio. Francesco Mario Pagano si prodigò di far scrivere il suo massimo ideale nella Costituzione Napoletana del 1799 venne inserito il seguente credo dell’oratore burgentino:

«La libertà è la facoltà dell’Uomo di valersi di tutte le sue forze morali e fisiche come gli piace, colla sola limitazione di non impedir agli altri di far lo stesso».

Con la caduta della Repubblica, Pagano, dopo aver imbracciato le armi che difesero strenuamente gli ultimi fortilizi della città assediati dalle truppe borboniche, venne arrestato e rinchiuso nella “fossa del coccodrillo”, la segreta più buia e malsana del Castel Nuovo. Venne in seguito trasferito nel carcere della Vicaria e ai primi di agosto nel Castel Sant’Elmo. Giudicato con un processo sbrigativo e approssimato, Pagano venne condannato a morte per impiccagione. A nulla era valso l’appello di clemenza da parte dei regnanti europei, tra cui lo Zar Paolo I di Russia, che scrisse al Re Ferdinando: «Io ti ho mandato i miei battaglioni, ma tu non ammazzare il fiore della cultura europea; non ammazzare Mario Pagano, il più grande giurista dei nostri tempi». Fu giustiziato in Piazza Mercato il 29 ottobre 1799, assieme ad altri repubblicani come Domenico Cirillo, Giorgio Pigliacelli e Ignazio Ciaia. Stanti a molte fonti, il Platone di Napoli, salendo sul patibolo, con maestosa preveggenza disse:

«Due generazioni di vittime e di carnefici si succederanno, ma l’Italia, o signori, si farà».

La figura di Francesco Mario Pagano ci chiarifica quindi che nella Napoli dei primi dell’Ottocento il clima che si respirava era tutt’altro che, banalmente, filo-borbonico (e a Palermo lo era ancora meno).

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