Impara da Myskin la lezione: non hai seconde possibilità

Precisazioni: l’articolo può essere letto anche senza conoscere la storia de L’Idiota di Dostoevskij in quanto tratta riflessioni applicabili alla vita di ognuno di noi. Questo però contiene e rivela la conclusione del libro.

di Vanessa Combattelli

E’ l’ultima pagina di questo libro, la numero 507.
Eppure la confessione che mi sentirete dire è la 508, perché alla fine non si arriva mai davvero alla fine, nonostante ci sia scritto conclusione.
L’Idiota è un titolo provocatorio che però sarà presente come un filo rosso nel destino di tutto il racconto, e da questo romanzo si può tragicamente imparare molto, forse più del voluto.
Ci si innamora subito del principe Myskin, un nome che prevede già delicatezza: biondo, pelle chiara e occhi azzurri, un po’ esile ma di tratti nobili e fiabeschi.
E’ un Cristo biondo questo principe Myskin, un’anima pura che viene definita idiota, schiavo della sua malattia non farà altro che avvilire se stesso elogiando, immeritamente e spesso esagerando, gli altri.
La classica condizione dell’eroe però: non ci si rende conto della propria specialità, anzi, la si reputa quasi insignificante. Gli altri, invece, appaiono tutti così interessanti e ricchi, persino quelli più vuoti e spietati.
Nei confronti di questo idiota però sarà quasi spontaneo se non naturale provare immediatamente simpatia, vergognarsi per lui durante le sue uscite fin troppo sentimentali e fuori luogo, avere pena, compatirlo ma soprattutto amarlo.
Chiunque abbia letto questo libro dovrà fare una insolita confessione, volente o nolente: il sentimento profondo che genera il principe attraverso le sue profonde riflessioni.
Considerazioni al di sopra del cuore e della testa che conquistano al tempo stesso anima e corpo di chi ne viene a contatto.
E’ infatti prima di tutto un libro di riflessione etica, politica e spirituale.
Le ideologie vengono affrontate con estrema consapevolezza, i dialoghi sono ricchi di contenuti che ci spingono a ragionare con i personaggi, al di là del bene e del male.

Lo stesso Dostoevskij dirà che « Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto. »
Amabile, gentile, ingenuo ed incapace solo di pensare o fare del male, alla fine il principe dovrà comunque venire a contatto con la società: una realtà di certo antitesi del suo personaggio, assistiamo infatti a sporchi imbrogli, slealtà, scorrettezze e tanta malizia che il principe difficilmente afferra.
Il giovane Len Myskin infatti è troppo genuino per cogliere tutte le sfumature del “mondo che conta”, la recitata cordialità rappresenta per lui un incanto, “non gli passava per la mente che tutta quella nobiltà, quello spirito, quel contegno, non fossero che una magnifica arte dell’apparenza. La maggioranza di chi lo circondava, infatti, era composta da persone vuote, che non facevano altro che prestarsi spontaneamente alla messa in scena.”
Così entrano nella scena due donne, di una bellezza spietata entrambe, ma le somiglianze finiscono qui: non potrebbero essere più diverse.
Da una parte Nastas’ja Filippovna, una “donna perduta” dai capelli rossi, di un fascino demoniaco portato all’estremo, con un’adolescenza difficile ma figlia degli agi e della comodità.
Dall’altra Aglaja Epancin, una ragazza dal forte acume, piena di corteggiatori e pretendenti sempre mortificati dal suo rifiuto, tenace e testarda.
Da questo momento in poi la recensione assumerà un carattere molto soggettivo, quindi probabilmente non sarete d’accordo con me, o forse sì.
Queste due donne entreranno nell’animo del principe, la prima portando pietà e tristezza, la seconda sfida e tenerezza.
Credo che il principe Myskin non abbia mai amato Nastas’ja per quanto affascinato dalla sua bellezza, ma si sentirà bensì attratto e legato alla donna per il sentimento di compassione che lei esprime: in questo caso Myskin cerca solo di salvare un’anima smarrita a discapito di se stesso e della sua felicità.
Nastas’ja Filippovna è una donna perduta che si è concessa a molti senza poi volerne sposare nessuno, un’esistenza infelice fatta di odi et amo nei confronti di se stessa, senza alcun equilibrio interno, ostentando sicurezza ma essendo di fatto fragile.
Sarebbe però disonesto dire che per il principe Nastas’ja Filippovna fosse nulla, infatti lei sicuramente ha rappresentato per lui un importante scontro durante il suo percorso di personaggio, una sorta di fulmine a ciel sereno dal quale non ci si può sottrarre, specie per un personaggio tanto altruista e buono come lui.
Tutt’altra carne è invece Aglaja, terzogenita di una buona famiglia, la più preziosa delle Epancin per bellezza ed intelligenza, che al contrario di Nastas’ja Filippovna ha sempre mantenuto una linea di contorno ben definita tra ciò che voleva e ciò che poteva.
Aglaja è un’attenta calcolatrice, razionale e diretta. A differenza delle sorelle e di sua madre non lusinga immediatamente il principe, tanto è vero preferisce prima concedersi ad un’attenta osservazione, tutto ciò in perfetta coerenza con il suo carattere.
Come Nastas’ja Filippovna anche Aglaja ha una lunga corte di pretendenti, ma a differenza della prima ha sempre dato loro un rifiuto netto senza girare attorno alle proprie volontà, della Epancin si può senz’altro dire che è una donna decisa, anche pericolosa da contraddire.
Il povero principe Myskin sarà vittima del suo strambo corteggiamento, infatti Aglaja per quanto decisa e diretta è anche troppo orgogliosa: non può dichiarare apertamente di essersi innamorata di un idiota.
Lo maltratta, lo offende e lo deride, senza però riuscire a mascherare il forte sentimento che prova nei suoi confronti.
A rendersene conto per prima sarà la comica e affettuosa madre Elizaveta Prokofyevna (che per certi versi rammenta la Mrs Bennet di Orgoglio&Pregiudizio) che allarmata dell’eventualità di un matrimonio tanto sconveniente – è giusto però precisare quanto lunatica sia questa donna, cambiando spesso idea sul principe – afferma lucidamente nei riguardi della figlia che “quando è innamorata offende l’amato in pubblico”.
Ma di fronte alle argomentazioni della Prokofyevna il principe Lev non cede di un millimetro rispetto alle sue convinzioni, il che genera anche una certa tenerezza nel lettore, “la verita era che il principe non riusciva ad ammettere la semplice possibilità di amare Aglaja e di essere riamato. La semplice possibilità di amare un uomo come lui gli sembrava una mostruosità, i pensieri della madre di Aglaja non potevano essere che uno scherzo.”
Quando finalmente il romanzo sembra prendere una buona piega per Aglaja, notiamo come il suo carattere sia anche estremamente difficile da gestire per il principe, quasi comico: lui fortemente sedotto e troppo calmo subisce ogni malumore della ragazza, molte volte scatenato proprio da qualche suo combinato guaio.
Per quanto però apparentemente ci sia questo continuo scontrarsi, l’ammirazione che prova Aglaja per il principe viene fuori in un potente dialogo.
Il principe nuovamente cade nell’imbarazzo della società palesando i suoi puri pensieri e le sue convinzioni sulla vita, così mentre è oggetto di risa e derisioni in casa Epancin, Aglaja rimprovera i presenti, facendolo lancia un messaggio molto importante alla società del tempo, funge proprio come veicolo per manifestare gli stessi pensieri dell’autore: “Non c’è nessuno, qui dentro, che meriti le vostre parole. Tutti insieme questi qui non valgono il vostro dito mignolo. Nessuno di loro possiede la vostra intelligenza, né il vostro cuore. Voi siete il più onesto, il più nobile, il più buono e il più intelligente di tutti! Non c’è nessuno tra noi che sia degno di raccogliere il fazzoletto che vi è caduto di mano. Perché vi avvilite? Perché travisate ed insultate il vostro carattere?”
Il rapporto tra Aglaja e Lev Myskin non vuole limitarsi al semplice e banale corteggiamento né era questo l’obiettivo di Dostoevskij, perché attraverso questi due personaggi fortemente diversi tra loro emergono tutti i difetti della natura umana, delle convinzioni sociali e dei sentimenti.
Persino l’imbarazzo, l’umiliazione e la derisione assumono connotati molto importanti, questi fanno da cornice salvaguardando la purezza del principe, che deve pagare del suo animo buono questi tre mali ricevuti dalla società.
Per questa ragione il rapporto con la giovane Epancin appare quello più giusto ed equilibrato agli occhi del lettore, persino le considerazioni di Myskin ce lo fanno pensare: “Aglaja lo aveva dunque perdonato e il principe sarebbe potuto tornare da lei la sera stessa. Questo, per lui, non era soltanto la cosa più importante: era tutto.”
Il lettore è a questo punto completamente assorbito da Aglaja Epancin, adesso attenzione perché se ricordate bene durante l’inizio di questo articolo vi ho detto che leggendolo, ci si sarebbe innamorati del principe.
Credo che però ci siano due modi differenti per farlo: o attraverso Nastas’ja Filippovna o con gli occhi di Aglaja, io per simpatia e armonia con il personaggio non potevo che sentirmi più vicina alla Epancin.
Questo però ha reso molto più duro il finale, così come la conseguente ricerca della pagina 508.
Perché i sentimenti di Aglaja sono talmente forti e commoventi che solo un idiota può non comprenderli, persino quando questi si sono palesati, solo un idiota, un ingenuo e un Cristo biondo, può scegliere la compassione all’amore.
Così quando Aglaja è alla porta, il principe è costretto a scegliere, il dilemma tra le due donne entrate nella sua esistenza.
Si attende con il fiato sospeso la decisione del principe Myskin, ma questa in verità non arriva mai.
Una sola stanza, da una parte Aglaja, dall’altra Nastas’ja e le sue parole colme di veleno, al centro Miskyn.
“Ecco, guarda, Aglaja! Se non viene subito da me, se non prende me, se non ti lascia immediatamente, ebbene, te lo cedo, non lo voglio, non so che farmene… capisci, Aglaja!?”
Lui resta lì, immobile nella stanza mentre Aglaja corre lontano, e in qualche modo il suo immobilismo è già una risposta: lui sceglie lei, sceglie l’altra.
Quell’attimo di esitazione rovescia qualsiasi possibilità di un lieto fine, ne è infatti la sua diretta condanna.
La tragedia dell’amore è il tradimento, specialmente per donne orgogliose come lei: perché Aglaja già sa che non ci sarà una seconda possibilità, ma lo sappiamo anche noi lettori, altrimenti non l’avremmo prediletta all’altra.
Il sentimento perduto che si prova alla fine lascia spazio a rabbia, tristezza ed indignazione: con quale lucidità si possono scegliere altri occhi, quegli occhi.
Ma il finale del romanzo non è questo, per quanto si pensava alla fine la tragedia tocca anche l’altra: viene uccisa dall’amante geloso, il principe invece è destinato all’infelicità e alla sua malattia.
Così come Aglaja si lascia illudere di trovare quel forte sentimento in un altro, in altri occhi, senza però riuscire a dimenticare quegli occhi.
Alla conclusione del romanzo ci si perde per sempre, nella tristezza quasi certa che come ne L’Idiota neanche nella vita si hanno seconde occasioni, né per le voluttuose come Nastas’ja, né per le orgogliose e tenaci come Aglaja.

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