I genovesi Michele Novaro e Goffredo Mameli: la storia del Canto degli Italiani

di Pietro Bassi

Mi piace celebrare la data simbolo del Risorgimento italiano, il punto d’arrivo: l’incoronazione di Vittorio Emanuele II di Savoia quale ‘’Re d’Italia per volontà di Dio e grazia della Nazione’’ ripercorrendo la storia del nostro inno nazionale, che forse non è così nota ai più. (L’articolo sarà più lungo del normale, data la bellezza singolare del tema).

Anzitutto ci si potrebbe chiedere: ma perché non abbiamo un inno composto da Giuseppe Verdi? Probabilmente non tutti sanno che, in realtà, una ‘’triade di esplosiva fama e grandezza’’ progettò e si prodigò per dare alla nascente nazione un ‘’Inno Magno’’. Giuseppe Mazzini commissionò infatti a Giuseppe Verdi di comporre un inno su un potente testo di Goffredo Mameli, ve lo linko per poterlo ascoltare prima di proseguire [ https://www.youtube.com/watch?v=PjbiScPef2E ].

Nel 1848 l’ispirazione poetica del giovane ardente rivoluzionario Goffredo Mameli scaturiva, su stimolo di Giuseppe Mazzini, un altro inno patriottico (dopo quello composto l’anno precedente e che è oggi l’inno nazionale italiano): ‘’Euterpe Patria’’. Questo testo poetico venne poi messo in musica,‘’Suoni la tromba’’, sempre su richiesta di Mazzini, da Giuseppe Verdi che da Parigi il 18 ottobre del 1848 scriveva al fondatore della Giovine Italia: «Vi mando l’inno e, sebbene un po’ tardi, spero vi arriverà in tempo. Ho cercato d’essere più popolare e facile che mi sia stato possibile. Possa quest’inno condurre il nostro Risorgimento. Fatene quell’uso che credete: abbruciatelo anche se non lo credete degno». Anche Verdi fu veramente appassionato e trasportato dalla rivoluzione risorgimentale, tanto da scrivere al suo librettista Francesco Maria Piave il 9 aprile di quel fatidico anno: «Tu mi parli di musica! Cosa ti passa in corpo?! […] Tu credi che io voglia occuparmi di note, di suoni?! Non c’è né ci deve essere che una musica grata alle orecchie degli italiani del 1848. La musica del cannone! Io non scriverei una nota per tutto l’oro del mondo: né avrei un rimorso consumare della carta da musica che è sì buona da far cartucce. Certo è che i successi delle rivendicazioni libertarie, che sembrano inibire la penna del compositore, generano quantità di cori patriottici che, legata la mano censoria dell’amministrazione asburgica, più espliciti non potrebbero. Fuoco, per Dio, sui barbari, sulle perdute schiere, la tricolor bandiera che nata fra i patiboli terribile discende fra le guerresche tende, noi lo giuriam pei martiri, uccisi dai tiranni pei sacrosanti palpiti compresso in cor tant’anni».

La storia del Canto degli Italiani è legata anzitutto alla figura di Goffredo Mameli. Poeta precocissimo, seguace di Giuseppe Mazzini e compagno d’armi di Nino Bixio, Mameli partecipò ai moti rivoluzionari del 1848-49. Aiutante di campo di Giuseppe Garibaldi, combatté al suo fianco al Gianicolo nella difesa della Repubblica Romana, dove tragicamente venne ferito a morte.
L’amore per la Patria e per la causa dell’indipendenza nazionale portò il giovane patriota a scrivere, a soli venti anni, il Canto degli Italiani. Il testo del poeta genovese trovò ben presto il giusto accompagnamento musicale, a Torino nel 1847, da parte del musicista Michele Novaro che, nel Regno di Sardegna, compone la musica dell’inno ‘’Il Canto degli Italiani’’. Forse per la sua indole modesta, non trasse mai grandi vantaggi da questa composizione. La sua attività si basò soprattutto su quella di inni e di canti patriottici da offrire, per le loro forti idee liberali, alla causa del Risorgimento italiano. Convinto liberale pose il suo talento compositivo al servizio della causa d’indipendenza, musicando molti canti patriottici e organizzando varie raccolte di fondi per finanziare e sostenere le imprese di Giuseppe Garibaldi. Tornato a Genova, fra il 1864 e il 1865, fondò una Scuola Corale Popolare, ad accesso gratuito, alla quale dedicò tutto il suo impegno. Morì povero, il 20 ottobre 1885, tra difficoltà finanziarie e problemi di salute. Per iniziativa dei suoi ex allievi, gli venne eretto un monumento funebre nella sua città natale nel Cimitero monumentale di Staglieno, accanto alla tomba del concittadino Giuseppe Mazzini.
Giovane e affascinato dal sogno dell’unità nazionale, Michele Novaro riceve il testo del Canto degli Italiani una sera del novembre 1847, mentre si trovava a Torino, con un contratto di secondo tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e Carignano, con l’invito da parte di Mameli di dare una musica alle sue parole.

[La versione che suggerisco di seguire è quella di tutto il Canto di Mameli e Novaro cantata dal tenore Mario Del Monaco e diretta dal Maestro Franco Ferrara qui linkata https://www.youtube.com/watch?v=tuMeL_zyL_0 ]

Novaro legge il manoscritto, si siede al pianoforte e mette sul pentagramma le sue suggestioni. Immagina 24 milioni d’italiani su una grande pianura; improvvisamente echeggiano dei rulli di tamburo; cui seguono degli squilli di tromba; ancora rulli di tamburo e squilli di tromba; gli sguardi vanno verso una figura maestosa su un trono, è Papa Pio IX che alza le braccia per annunciare le parole fatali, l’attesa è sottolineata da un raccordo da suonarsi con ‘’vibrato’’. Ecco il proclama cantato forte con molta energia per convincer 24 milioni di persone a prendere le armi e a conquistare la libertà; l’annuncio finisce, quattro battute musicali rappresentano il fremito del popolo. Gli italiani sono increduli e impauriti ripetono le parole ascoltate; qui la dinamica musicale è ‘’piano e concitato’’; il finale accelerato in crescendo sta significare che la paura è passata. Al termine cantato Novaro aggiunge una sola sillaba: sì! È la promessa che italiani combatterono fino alla morte. L’immediatezza dei versi e l’impeto della melodia ne fecero uno dei canti più amati dell’unificazione risorgimentale.

« […] Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all’inno, mettendo giù frasi melodiche, l’un sull’altra, ma lungi le mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c’era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l’originale dell’inno Fratelli d’Italia […]». Michele Novaro

Il cuore dell’Inno è racchiuso, a mio avviso, nella seconda strofa, abitualmente non eseguita nelle manifestazioni ufficiali:

«Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi
Perché non siam Popolo,
Perché siam divisi
Raccolgaci un’Unica
Bandiera, una Speme
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò».

« […] Fu composto l’otto settembre del quarantasette, all’occasione di un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben presto l’inno d’Italia, l’inno dell’unione e dell’indipendenza, che risonò per tutte le terre e in tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 1849 […]». Giosuè Carducci

Il Canto degli Italiani divenne da subito, come abbiamo visto, la ‘’colonna sonora’’ del nostro Risorgimento fino all’unità d’Italia, nel 1861, quando venne scelto come inno del Regno d’Italia la Marcia Reale, brano ufficiale di Casa Savoia. Il Canto degli Italiani era infatti considerato troppo poco conservatore rispetto alla situazione politica dell’epoca: Fratelli d’Italia, di chiara connotazione repubblicana e giacobina, mal si conciliava con l’esito del Risorgimento, di chiaro stampo monarchico.

Ciò nonostante la sua popolarità fece sì che nel 1862 Verdi lo inserì, come canto simbolicamente identitario dell’Italia, nel suo ‘’Inno delle Nazioni’’, a fianco de ‘’La Marsigliese’’ e dell’Inno Inglese. Il linguaggio della musica di Novaro, grazie alla quale una delle tante poesie del Risorgimento è divenuta l’Inno del popolo italiano, è quello tipico della nostra gloriosa tradizione musicale dell’Ottocento, cioè quello della musica lirica propria della tradizione del celebre melodramma italiano. Il Canto degli Italiani non è dunque una marcetta, ma è un poderoso e fluido canto di popolo che esprime in maniera esemplare la nostra Storia e la nostra Cultura.

Fratelli d’Italia, grazie ai riferimenti al patriottismo e alla lotta armata, tornò ad avere successo durante la guerra italo-turca (1911-1912), dove si affiancò ad ‘’A Tripoli’’, e nelle trincee della Grande Guerra (1915-1918): poco dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, il 25 luglio 1915, Arturo Toscanini eseguì il Canto degli Italiani durante una manifestazione interventista. L’irredentismo che lo caratterizzava trovò infatti un simbolo nel Canto degli Italiani, sebbene negli anni seguenti al primo dopoguerra gli sarebbero stati preferiti, in ambito patriottico, brani musicali di maggiore stampo militare come ‘’La canzone del Piave’’, la ‘’Canzone del Grappa’’ o ‘’La campana di San Giusto’’.

Nel 1916 il poeta e regista Nino Oxilia diresse il film muto ‘’L’Italia s’è desta!’’, il cui titolo riprende il secondo verso del Canto degli Italiani. La proiezione della pellicola cinematografica veniva accompagnata da un’orchestra con coro che eseguiva gli inni patriottici classici più famosi del tempo: l’Inno di Garibaldi, il Canto degli Italiani, il coro del Mosè in Egitto di Gioachino Rossini e i cori del Nabucco e de I Lombardi alla Prima Crociata di Giuseppe Verdi. Nel 1945, a Seconda Guerra Mondiale terminata, Arturo Toscanini diresse a Londra l’esecuzione dell’Inno delle Nazioni composto da Verdi nel 1862 comprendente il Canto degli Italiani.

Nell’Assemblea Costituente del secondo-dopoguerra per la scelta dell’inno nazionale si aprì un dibattito che individuò, tra le opzioni possibili: il Va, pensiero dal Nabucco di Verdi, la stesura di un brano musicale completamente nuovo, il Canto degli Italiani, l’Inno di Garibaldi e la conferma della Canzone del Piave, che il governo Badoglio scelse quale inno del ‘’Regno del Sud Italia’’. La classe politica dell’epoca approvò poi la proposta del Ministro della Guerra Cipriano Facchinetti, che prevedeva l’adozione del Canto degli Italiani come inno provvisorio, de facto, dello Stato. La canzone del Piave ebbe quindi la funzione di inno nazionale della Repubblica Italiana fino al Consiglio dei Ministri del 12 ottobre 1946, quando Cipriano Facchinetti, di credo politico repubblicano, dunque ‘’mazziniano’’, comunicò ufficialmente che durante il giuramento delle Forze Armate del 4 novembre, quale inno provvisorio, si sarebbe adottato il Canto degli Italiani. Il comunicato stampa recitava che:

«[…] Su proposta del Ministero della Guerra si è stabilito che il giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui il 4 novembre prossimo venturo e che, provvisoriamente, si adotti come inno nazionale l’inno di Mameli […]». Cipriano Facchinetti

Facchinetti dichiarò, altresì, che si sarebbe proposto uno schema di decreto che avrebbe confermato il Canto degli Italiani quale inno nazionale provvisorio della neonata Repubblica, intenzione che, però, non ebbe seguito. Il consenso sulla scelta del Canto degli Italiani non fu unanime: dalle colonne de l’Unità, quotidiano del Partito Comunista Italiano, fu proposto, come brano musicale nazionale, l’Inno di Garibaldi. La sinistra italiana considerava infatti, quale figura di spicco rappresentativa del Risorgimento, Garibaldi e non Mazzini, che era reputato di secondo piano rispetto all’eroe dei due mondi.

In realtà come sappiamo prevalse la scelta di conservare come inno nazionale Fratelli d’Italia in una riconnessione tra gli ideali del Risorgimento e la nascente Repubblica, inno che rimase, de facto, fino ai giorni nostri.
Si deve al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, all’inizio del XXI secolo, una più attenta ed energica opera di valorizzazione e di rilancio del Canto degli Italiani come uno dei simboli dell’identità nazionale. Infatti in riferimento al Canto degli Italiani, Ciampi dichiarò che:

«[…] È un inno che, quando lo ascolti sull’attenti, ti fa vibrare dentro; è un canto di libertà di un popolo che, unito, risorge dopo secoli di divisioni, di umiliazioni […]».

Le varie iniziative parlamentari che si sono susseguite per rendere l’Inno di Mameli inno nazionale ufficiale, hanno trovato la giusta e meritata consacrazione con la promulgazione della legge del 4 dicembre 2017, che ha dato al Canto degli Italiani lo status di ‘’Inno nazionale de iure’.

Rendere omaggio oggi a Goffredo Mameli e a Michele Novaro significa consolidare l’ordito del glorioso percorso dell’unificazione del nostro Paese e del consolidamento dello stato democratico. È soprattutto ai giovani che si rivolge il messaggio ricco di idealità del loro inno: mantenere un filo diretto con la storia del nostro Paese rappresenta il miglior bagaglio di esperienza per assolvere, con accresciuta consapevolezza, al ruolo cui è chiamata l’Italia nell’Europa di oggi e di domani.

Ma perché dunque l’Inno di Novaro riuscì e quello di Verdi no? La risposta è presto detta: non bisogna mai applicare i normali criteri coi quali si giudica un’opera d’arte. Nel caso degli inni nazionali infatti lo scopo è uno solo: quello di aggregare una collettività attorno a un’idea. Il come questo accada è secondario se non indifferente. ‘’Suoni la tromba’’ di Verdi durò venti giorni, un mese, poi sparì dalla memoria collettiva. Il Popolo è l’unica fonte di legittimazione di un inno nazionale; ‘’Suoni la tromba’’ non ha funzionato. Novaro invece trovò la giusta e sublime alchimia, quella indescrivibile magia che hanno reso il suo Inno semplicemente perfetto.

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