Il ruolo della Forza Italia del futuro.

Di Stefano Musu
La necessità del rinnovamento liberale, il ruolo della Forza Italia del futuro: tre errori da non ripetere.

La celebrazione delle elezioni è il momento principe della vita democratica di un paese, chiamato a designare mediante il voto i nuovi orientamenti che i cittadini intendono esprimere per gli anni a venire. Si può affermare che gli appuntamenti elettorali sono, dunque, capaci di rinnovare il patto tra Stato e popolo, tra l’Ente legittimato al facere e i suoi legittimanti, come a significare e rendere periodicamente evidente l’intimo legame intercorrente tra tutti i consociati i quali, esprimendo la propria preferenza, richiedono il rinnovamento di quelle istituzioni che hanno il compito di decidere, in seno agli organi collegiali, le future attività del sistema-paese.

Sebbene le elezioni abbiano questa fondamentale funzione di rinnovamento del “contratto sociale”, sono anche il momento per le forze politiche di misurare il proprio consenso e, dunque, di ricevere un feedback riguardo alla linea seguita nel recente passato e alla bontà delle proposte messe in campo per l’avvenire. Negli ultimi ventiquattro anni di elezioni politiche (dalla XII Legislatura alla attuale XVIII) si è potuto assistere alla costante, importante ed imponente presenza di Forza Italia (confluita nel PdL dal 2009-2013)  come fulcro del centrodestra. Il partito fondato e presieduto da Silvio Berlusconi ha raccolto negli anni una grossa parte dell’elettorato moderato rimasto orfano, all’indomani della distruzione nel 1992 del previgente sistema partitico, della Democrazia Cristiana la quale, per oltre quarant’anni, dall’epoca neonatale sino alla prima maturità, ha retto le sorti della Repubblica.

Berlusconi, imprenditore di successo ed estraneo sino a quel momento alle avulse liturgie di palazzo, seppe diligentemente impiantare nell’elettorato l’idea della necessità di una destra moderata ed europeista – da contrapporre alla sinistra post-comunista – capace di leggere le sfide del presente con la promessa di tradurle in prospettive future, orientando le proposte politiche sulla crescita economica, sul taglio della Pubblica Amministrazione e sulla riduzione della tassazione sia per le imprese che per i soggetti privati. Forza Italia per lungo tempo ha saputo incanalare e fare proprie le istanze del ceto medio, del popolo delle partite IVA, di quelle dei professionisti, ha parlato e si è rivolta alla “gente comune”. Ora, dopo ventiquattro anni di attività contrassegnati da tre esperienze di governo (1994-95; 2001-2006; 2008-2011), nelle ultime elezioni del 4 marzo scorso il partito si è attestato al suo minimo storico ottenendo il magro risultato del 14% su scala nazionale, ben lontano dagli storici risultati conseguiti nelle elezioni precedenti. Certo, si ravviserà l’ingresso nella scena politica del “terzo polo” con l’affermazione del MoVimento 5Stelle, ma ciò non è sufficiente per giustificare completamente le ragioni per le quali il centro-destra abbia cambiato trazione, spostandosi piuttosto in un destra-centro considerando l’exploit della Lega. Tre sembrano essere i punti principali del fallimento del progetto forzista.

Il primo punto da analizzare è la mancata innovatività del progetto liberale: vera forza motrice della stagione del Bipolarismo, la mancanza di stimoli a reperire soluzioni nuove ed innovative nel programma storico di Berlusconi hanno dimostrato in questa campagna elettorale i limiti dell’età che avanza. Dopo due decadi abbondanti dove il leitmotiv è stato quello di “meno tasse, meno stato”, senza peraltro riuscire mai a realizzarlo per davvero nonostante le tre esperienze di governo, hanno portato gli elettori (pure quegli storici) a mettere in discussione la capacità di Forza Italia di farsi nuovamente portatrice di quel cambiamento mai riuscito negli “anni d’oro” dell’ex Cavaliere, considerando pure i limiti anagrafici e l’ineleggibilità del suo leader indiscusso ed indiscutibile.

Il secondo fattore è da rilevarsi nella mancata capacità del partito di riuscire a costruirsi dal basso per diventare forza di governo autonoma: se nel 1994 Berlusconi stupì tutti per essere riuscito nel “miracolo” di strappare il Bel Paese al (quasi certo) governo dei post-comunisti in una campagna elettorale lampo, altresì non si è mai impegnato nel creare quelle condizioni interne al partito per far sì che i militanti si sentissero coinvolti non solo durante le campagne elettorali, ma anche e soprattutto nella costruzione dei processi programmatici che avrebbero guidato lo stesso movimento nel futuro. Sono mancati i congressi nazionali e territoriali, la capacità di coinvolgere persone valide, giovani e brillanti che non avessero un nome già importante da spendere o non avessero un contatto diretto con il leader o con le persone a lui più vicine. Questo ha generato nel tempo uno scollamento sempre più accentuato tra dirigenza e militanti, divenuti facile preda della rivoluzione del modo di fare politica in Italia ad opera dei pentastellati.

Il terzo punto è la mancata riforma Costituzionale in senso semi-presidenziale e federale. Per un governo di centrodestra è quasi fisiologico e fondamentale riuscire a rendere più stabili le istituzioni, per non cadere nei tranelli del parlamentarismo che il modello disegnato dai Padri Costituenti nella Carta del ‘48 lasciò in eredità agli italiani. La riforma costituzionale venne tentata nel 2005, sebbene il modello fosse imperniato sul premierato, ma venne rigettata dagli elettori nel Referendum confermativo del giugno di quell’anno. Similmente, il superamento del modello regionalista in favore di un modello federativo avrebbe “alleggerito” lo Stato centrale e reso maggiormente delineati ed autonomi i poteri degli stati-regionali.

Di queste tre mancanze Forza Italia si trova a pagare oggi uno scotto altissimo: la perdita del consenso elettorale è un campanello d’allarme che deve spingere ad una riflessione profonda sugli scenari futuri, fuggendo la tentazione di nascondersi dietro giustificazioni che apparirebbero forzate e del tutto fuorvianti rispetto alla fredda verità dei numeri. Occorre un rilancio forte del progetto liberale che solo nel centrodestra può trovare forma e sostanza, non dimenticando però il coinvolgimento dal basso delle persone che con tanta passione cercano quotidianamente di profondere il proprio impegno per non cadere nell’anacronistica visione nazionalista e colbertista della politica, incapace di reggere le moderne sfide del mondo attuale. Solo un progetto serio di rinascita potrà salvare il centrodestra moderato e ridare quell’impulso perché una politica seria, efficiente ed efficace possa realizzare il bene comune senza sottrarre libertà ai singoli, evitando di cadere nello Statalismo asfissiante e assistenzialista, vera nuova forma di schiavitù del terzo millennio.

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