Io ricordo quella notte: 6 aprile 2009

Ripropongo per questo triste anniversario un articolo che scrissi due anni fa (ndr)

 

E’ notte e niente è più al suo posto: vetri che si infrangono, mura che vengono scosse, occhi che, lentamente, metabolizzano ciò che sta succedendo e neanche il tempo di alzare lo sguardo al cielo che ogni cosa crolla.
C’è stato un boato prima… prima di tutto“, così, molti di noi, gente senza nome ma con lo stesso sguardo sul volto, descrive il prima, poi ha avuto inizio la distruzione.
6 Aprile 2009, le lancette dell’orologio segnavano le fatidiche 3:32, “E cielo e terra si mostrò qual era, la terra ansante, livida, in sussulto; il cielo ingombro, tragico, disfatto.” (G. Pascoli)
L’Aquila ha cambiato anche il suo sguardo, c’è chi ha paura di osservare cosa sia diventata dopo, perché il prima era talmente bello da spezzare il cuore, quel rarissimo vaso di cristallo che è caduto e non tornerà più.
Sono passati nove anni, eppure il cuore di molti è rimasto fermo, congelato in quella notte infinita che sembrava voler divorare tutto quello che c’era stato.
“Io lo ricordo, è segnato come una cicatrice sul cuore, quando i padri gridavano i nomi dei loro figli davanti la casa dello Studente e non ricevevano risposta” è una delle testimonianze strazianti di un sopravvissuto, il dolore e la perdita sono sempre attuali.
Lo stesso uomo vide, in una manciata di secondi, la sua città andarsene, abbandonandolo, disarmato e perduto, perché è esattamente così che ci si sente quando le proprie certezze crollano.
L’Aquila, seppur con la dovuta lentezza, sta risorgendo, c’è il cuore vivo e forte di chi resta, chi ricorda, perché dimenticare è puro atto di codardia, ma gli Aquilani sono coraggiosi, stanno lottando anche loro, vogliono restituire quell’assetto di normalità e amore alla ritrovata città.
E’ esattamente questo a renderci forti: nonostante il prima che, lo sappiamo, resterà solo un ricordo reso intoccabile e irraggiungibile dal passare del tempo, si risorge, consapevoli dei propri vetri infranti e delle proprie macerie, andando avanti, verso il dopo.

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