La Grande Bellezza del dottor Živago di Boris Pasternak: romanzo surreale e poetico

di Pietro Bassi

Questo articolo nasce dalla lettura di quello di Vanessa Combattelli su ‘’L’Idiota’’ di Fëdor Dostoevski in cui dipinge mirabilmente il grande romanzo e ne delinea le figure a partire da quella del Principe Myskin e di Nastasia Philippovna. Condividendo l’amore per la lettura russa desidero presentare il mio romanzo preferito il ‘’Doktor Živago’’ di Boris Pasternak, da cui David Lean ha tratto nel 1965 l’omonimo film che ha contribuito a renderlo così famoso in tutto il mondo. Anzitutto è bene tracciare una biografia del grande scrittore, vissuto nella Russia dell’era sovietica, ma non così favorevole regime, come si può ben evincere dalla lettura del romanzo.

Pasternak nacque a Mosca nel gennaio\febbraio (a seconda calendario giuliano o gregoriano) del 1890. In ‘’Autobiografia e nuovi versi’’, Pasternak fornisce una descrizione memorabile e commovente della Mosca della sua infanzia:

Tra le personalità della cultura quali musicisti, artisti e scrittori, Pasternak ebbe modo di incontrare a casa dei genitori anche Lev Tolstoj, per il quale suo padre Leonid, famoso pittore russo, illustrò i libri. Fin dall’incontro con il compositore russo Skrjabin, Pasternak sognava di diventare pianista e compositore e si dedicava al piano, alla teoria di musica e alla composizione. Compiuti gli studi al liceo tedesco di Mosca nel 1908, si iscrisse alla Facoltà di filosofia dell’università moscovita. Dopo un semestre all’Università di Marburgo, la Philipps-Universität, nell’estate del 1912 e dopo i viaggi in Svizzera ed in Italia, maturò la sua decisione di dedicarsi alla scrittura.

Dopo la Seconda guerra mondiale Pasternak mise mano al suo primo e unico romanzo, ‘’Il dottor Živago’’ (Доктор Живаго). Il romanzo venne rifiutato dall’Unione degli Scrittori che ai tempi del regime bolscevico-stalinista non poteva permettere la pubblicazione di un libro che, fortemente autobiografico, raccontava i lati più oscuri della Rivoluzione d’ottobre. La stesura dell’opera, che fu bandita dal governo, fu causa per l’autore di persecuzioni intellettuali da parte del regime e dei servizi segreti che lo costrinsero negli ultimi anni della sua vita alla povertà e all’isolamento. Nell’allora URSS, il romanzo, che sconfessava la facciata eroica propagandata dal Regime comunista, fu rifiutato, all’inizio del 1956, dalla rivista moscovita Novij Mir per considerazioni ideologiche; l’ostilità della censura verso l’autore reputato ‘’non in linea’’, un reazionario, si protrasse e l’opera fu pubblicata nell’URSS solo nel 1988.

Ad ogni modo il manoscritto riuscì a superare i confini sovietici e il libro, nel 1957, venne pubblicato per la prima volta in Italia, tra molte difficoltà, dalla casa editrice Feltrinelli in una edizione diventata poi storica, di cui subito parlò il critico letterario Francesco Bruno.

Nel 1958, Il dottor Živago frutterà a Pasternak l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura. Proprio l’assegnazione del premio scatenò una vicenda singolare che vide il coinvolgimento dei servizi segreti occidentali. Infatti il regolamento dell’Accademia Svedese, ente designato a scegliere il vincitore del Premio Nobel per la letteratura, prevedeva che per ottenere il riconoscimento, l’opera in questione doveva essere stata pubblicata nella lingua madre dell’autore, requisito di cui ‘’Il dottor Živago’’ difettava. Sicchè agenti della CIA e dell’intelligence britannica riuscirono a intercettare la presenza di un manoscritto in lingua russa a bordo di un aereo in volo verso Malta obbligando così l’aereo a deviare, per entrare in possesso e del manoscritto che, fotografato pagina per pagina, fu precipitosamente pubblicato su carta con intestazione russa e con le tecniche tipografiche tipiche delle edizioni russe. Questo fu lo stratagemma per consegnare il capolavoro perseguitato al merito del Premio Nobel.

Dapprima Pasternak inviò un telegramma a Stoccolma esprimendo la sua gratitudine attraverso parole di sorpresa e incredulità. Alcuni giorni più tardi, in seguito a pressanti minacce e avvertimenti da parte del KGB circa la sua definitiva espulsione dalla Russia e la confisca delle sue già limitatissime proprietà, lo scrittore con rammarico comunicava all’organizzazione del prestigioso premio la sua rinuncia per motivi di ostilità del suo Paese. Pasternak rifiutò così la fama, il denaro del premio e il riconoscimento che avrebbe trovato all’estero per non vedersi negata la possibilità di rientrare nell’URSS, terra troppo da lui amata. Da allora trascorrerà il resto dei suoi giorni senza aver ritirato il premio e comunque perseguitato. Morirà due anni più tardi in povertà (non aiutato da chi in Italia e in altre nazioni si arricchiva con la vendita del suo romanzo) a Peredelkino, nei dintorni moscoviti, nel 1960.

Il libro si diffonderà in Occidente e nel giro di pochissimo tempo, tradotto in più lingue, diventerà il simbolo della testimonianza della realtà sovietica. Veniamo dunque al romanzo, che così si apre:

«Andavano e sempre camminando cantavano eterna memoria, e a ogni pausa era come se lo scalpiccio, i cavalli, le folate di vento seguitassero quel canto. I passanti facevano largo al corteo, contavano le corone, si segnavano. I curiosi, mescolandosi alla fila, chiedevano: ‘’Chi è il morto?’’ La risposta era: ‘’Živago.’’ ‘’Ah! allora si capisce.’’ ‘’Ma non lui. La moglie.’’ ‘’È lo stesso. Dio l’abbia in gloria. Gran bel funerale».

Si narra la vita avventurosa di un medico e poeta, Jùrij Andrèevič Živàgo, diviso dall’amore per due donne, sposato con la cugina Tonia e travolto dalla passione per la crocerossina Lara Antipov. Il tutto sullo sfondo della terribile guerra civile combattuta tra i Russi Bianchi e l’Armata Rossa a seguito della Rivoluzione d’ottobre. Si susseguono incontri, aspre separazioni, rincongiungimenti.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, viene chiamato a prestare servizio in un’unità medica inviata al fronte. Quando però lo scoppio della rivoluzione provoca il dissolvimento dell’esercito zarista, rientra a Mosca. Gli basta poco per rendersi conto delle difficili condizioni di vita venutesi a creare in città; decide quindi di rifugiarsi, con la moglie Tonia, il figlio Sasha e il suocero, a Varykino, un piccolo paese sperduto sui Monti Urali. Qui rincontra Lara, una crocerossina che aveva lavorato nel suo reparto al fronte: tra i due nasce un amore, che Živàgo vive con grandi dubbi e grande senso di frustrazione, rendendosi conto di voler ancora bene alla moglie, che nel frattempo è nuovamente rimasta incinta. A interrompere la relazione ci pensano i partigiani rossi (il cosiddetto Esercito dei boschi guidati dal misterioso Strel’nikov, in lotta contro le forze bianche del generale Kolčak) che lo arruolano a forza, avendo bisogno di personale medico, e lo obbligano a seguirli nei loro continui spostamenti.

Lara ed Evgraf, nei giorni successivi decidono di raccogliere e far pubblicare, in maniera sistematica, gli scritti di Živago, ma la donna non potrà portare a termine l’opera […] e cala il sipario:

«Agli amici ormai invecchiati, seduti presso la finestra, pareva che quella libertà dell’anima fosse giunta, che proprio quella sera il futuro si fosse tangibilmente calato in quelle vie, là sotto, che loro stessi fossero entrati nel futuro e ivi si trovassero d’ora in poi. Una gioiosa, commossa sicurezza per quella sacra città e per tutta la terra, per i personaggi di questa storia giunti fino a quella sera e per i loro figli, li penetrò e li afferrò con una sommessa musica di felicità, che si effondeva lontano, tutt’attorno. Il piccolo quaderno tra le loro mani sembrava sapesse tutto questo e desse ai loro sentimenti un sostegno e una conferma».
Živàgo è un medico-poeta scaraventato dal terremoto della Rivoluzione lontano da Mosca, verso gli Urali, nella vastissima campagna montuosa di grandi praterie estive e di bianchi geli invernali. La storia è densa, minuziosa, aggrovigliata: non di facilissima lettura ma profonda e di grande fascino. Certo, lo sfondo della rivoluzione sovietica in atto emerso dal romanzo anticipa anche tutta la tragedia implicita di quel rivolgimento (e la storia successiva confermerà quella drammaticità). Ma la forza vera del romanzo sta nella vertiginosa e dalle coloriture surrealistiche di rappresentazione di sentimenti, aspirazioni, vocazioni, animi e cuori dentro le tempestose spirali della storia e della vita.

Dal romanzo David Lean ne trasse ispirazione per un suo film, che ottenne ben cinque oscar, fra cui uno andò al Maestro Maurice Jarre per il suo accompagnamento musicale: celeberrimo resterà sempre ‘’Il tema di Lara’’, che vendette centinaia di migliaia di dischi e la colonna sonora Jarre che raggiunse la prima posizione nella Billboard 200.
(Lo linko di seguito per il lettore accorato e che volesse immergersi nell’ascolto e nell’aria magica del romanzo di Pasternak e del film di Lean): https://www.youtube.com/watch?v=Vkvom_V5cLg

Il film di Lean traccia un connubio di meraviglia estetica surreale che rende onore al grande romanzo di Pasternak. Curiosa è la scena in cui mentre le truppe bolsceviche si recano a Mosca, un anziano avvicina uno di costoro e gli dice: ‘’Chi comanda ora?! Lo Zar?!’’. Ecco la Russia è questa. Planando ai giorni nostre e alla tornata elettorale che ha ‘’incoronato’’ Putin nuovamente, non ci deve stupire. Alla Russia uno ‘’Zar’’ è necessario, lo è storicamente, lo è ancora oggi e molto probabilmente lo sarà anche in futuro. Stalin, a ben vedere, non lo possiamo definire ‘’Zar’’? Non divaghiamo troppo, e torniamo a Pasternak, uno dei più bei punti del suo romanzo è quando descrive uno dei tanti incontri fra Lara e il dottore:

«Sognò […] Da un capo all’altro dell’appartamento, tutta indaffarata, si muoveva rapida e silenziosa Lara, con addosso la vestaglia da mattina infilata in fretta, e lui la seguiva alle calcagna, importuno, cercando con insistenza di mettere in chiaro qualcosa in modo insulso e a sproposito, mentre lei non aveva nemmeno un minuto da dedicargli, e alle sue spiegazioni rispondeva continuando a muoversi e limitandosi a volgere il capo dalla sua parte, con silenziosi sguardi perplessi e scoppi innocenti della sua incantevole risata argentina, unici tratti di intimità ancora rimasti tra loro. E così lontana, fredda e attraente era colei alla quale egli aveva dato tutto, colei che aveva preferito a tutto e a confronto con la quale tutto era inferiore e privo di valore!».

È interessante evidenziare che la prefazione del romanzo di Pasternak, edita da Feltrinelli nel 1968, venne affidata a un altro grande letterato, nonché anch’egli premio Nobel: Eugenio Montale.
L’incapacità di non riconoscere la poesia insita nel romanzo è stata, secondo Montale, la difficoltà che nemmeno i più grandi critici sono stati in grado di superare: «È troppo evidente che un libro così fatto dispiaccia non solo agli entusiasti del novus ordo sovietico, ma anche a coloro che impegnati nella lotta tra romanzo e antiromanzo non hanno la libertà di spirito di prescindere da ogni schema e di cercare la poesia dov’è. Ma la verità è che Il dottor Živàgo non è il libro di un decadente, di un reazionario, di un laudatore di un ordine ormai rovesciato per sempre; è invece il libro di uno spirito illuminato, di un grande russo che guarda all’avvenire senza mai rinnegare la sua terra e il suo popolo, e tuttavia senza lasciarsi invischiare dalle miserie del tempo presente». Il dottor Živàgo è una pietra miliare della letteratura internazionale e un vanto per la cultura russa. Montale ha parole di encomio ancora più elevate per Boris Pasternak, se paragonato ai suoi contemporanei italiani. Infatti scrive: «Nessun futurista ebbe, qui in Italia, la cultura di Pasternak, la ricchezza della sua vena, la sua capacità di prolungare in un personale immaginismo metaforico e musicale l’eredità dei simbolisti russi». Procuratevi questo meraviglioso romanzo storico e sentimentale! E buona Lettura!

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