Trump: eroe annichilito

di Giuseppe Palazzo.

Non c’era bisogno dell’escalation (più verbale che altro) della crisi siriana per capire che Trump è stato definitivamente annichilito dagli apparati interni degli USA, il cosiddetto Deep State. All’interno del complesso costituzionale (ed effettivo) americano, la Casa Bianca è di gran lunga l’organo meno potente. Il Presidente USA è un amplificatore simbolico e comunicativo della politica sporca, pensata, decisa e messa in pratica dallo Stato Profondo. Il Presidente può rimanere Commander in chief se aderisce alla prospettiva geopolitica degli apparati, o può essere esautorato e ridotto a macchietta se non la condivide. Trump è un perfetto esempio di questa dinamica. Ve lo ricordate il Trump della campagna elettorale? Qual era la sua visione degli USA nel mondo e qual è (quale gli hanno imposto) oggi?

Il Trump “delle origini” proponeva una nuova postura geopolitica per la superpotenza, interpretabile come l’esatto contrario della visione neocon che ha chiaramente caratterizzato la politica estera USA da Bush in poi (in parte Obama compreso), ma che non è altro che l’ultima edizione del senso che hanno gli USA di loro stessi e del loro ruolo nel mondo, basata sulla vocazione imperiale. Vocazione condivisa da altri attori internazionali (come Russia e Francia), ma che solo gli USA possono permettersi su scalda mondiale dati gli enormi mezzi in possesso. Nell’agone dunque due prospettive: l’impero americano vs la nazione americana. Il progetto rivoluzionario di Trump era quello di trasformare gli Stati Uniti in una nazione convenzionale, spogliata dai panni del gendarme globale e dalla retorica moralistica del suo imperialismo (termine usato da me in maniera neutrale). La sua nuova collocazione internazionale avrebbe proiettato il mondo verso il multipolarismo e la Russia sarebbe stata inserita nel quadro di reggenza condivisa del mondo. L’orizzonte USA si sarebbe limitato al profitto commerciale, a beneficio dei suoi cittadini e in particolare della classe operaia. Infatti fu proprio la “Rust Belt” a proiettare Trump a Washington: la cintura industriale, stanca di dover pagare gli “imperial costs” per il resto del mondo.

Inutile sottolineare che tutto ciò è stato un’utopia.

Il Russia Gate si è scatenato su Trump per abbattere i suoi propositi geopolitici. La Russia è e deve rimanere per Pentagono ed agenzie governative, il nemico perfetto. Nemesi che giustifica la vocazione imperiale a stelle e strisce di fronte al resto del mondo. La condotta americana in Siria è diretta conseguenza della guerra istituzionale tra chi pretende di detenere le chiavi della politica estera USA e chi deve andare a rimorchio. Questa faida ha un chiaro sconfitto: Donald Trump, e un chiaro vincitore: gli apparati governativi, il Pentagono, le svariate agenzie segrete.

Se all’inizio del Russia Gate, si poteva sperare che la svolta della retorica di Trump fosse in qualche modo temporanea, pronta a ritornare alle origini una volta smascherata l’inchiesta a sfondo politico e ideologico, ora è chiaro che a Trump non sarà concesso un attimo di respiro, dal primo all’ultimo secondo della sua gambizzata Presidenza.

Se sul lato siriano e ucraino, nonché sui rapporti con il Cremlino e la sua visione della NATO, il cambio di passo della Casa Bianca è stata lampante, ci sono altri fronti in cui le divergenze tra Deep State e Casa Bianca sono più ridotte: 1. In primis la Cina. La Cina rappresenta lo sfidante all’egemonia USA e in questa ottica viene trattato dagli apparati. Il TTP di Obama, rinnegato da Trump una volta salito al potere, voleva essere lo strumento economico per un fine geopolitico, circondare e soffocare la Cina. Se l’ostilità verso la Cina degli apparati si basa sulla competizione geopolitica per l’egemonia del pianeta, quella di Trump è figlia della suddetta visione degli USA, mirante a riequilibrare la bilancia commerciale di un’America che importa troppo (in particolare dalla Cina) e esporta troppo poco. La classe industriale l’ha spedito a Washington per cambiare questo stato di cose. Da qui la guerra commerciale con i cinesi non osteggiata dagli apparati. 2. Il secondo fronte è la questione europea. Gli Stati Uniti hanno senza dubbio ereditato la visione geopolitica realista (vedi Kissinger) nata in Europa, che aveva l’equilibrio tra potenze come perno. In Europa questo equilibrio è minacciato dall’egemonia tedesca, status geopolitico che potrebbe trasformarsi in linea d’intesa che va da Berlino, passa per Mosca, e giunge a Pechino. Incubo eterno degli Stati Uniti: egemoni incontrastati che legano l’Eurasia in area geopolitica condivisa e avversa alla sfera atlantica. Questa è la base ideologica degli apparati che giustifica l’avversione verso la Germania. Per quanto riguarda Trump l’oggetto dell’ostilità è identico ma son diverse le motivazioni. La Germania è una grande potenza esportatrice, e Trump vuol ribaltare questo stato di cose: USA non devono più essere destinati a contenitore dell’export tedesco (e mondiale) (condizione indispensabile per chi si propone come egemone globale). L’offensiva americana è solo questione di tempo perché vede le due divergenti prospettive unite contro l’egemonia tedesca in Europa (peraltro riluttante e non espressa al suo massimo).

Al di fuori di questi casi Trump è un eroe drammatico, di propositi utopici, travolti dalla reazione neorealista dello Stato Profondo. L’attuale Presidente non rischierà un impeachment fino a quando non comprometterà un eventuale successo dei Repubblicani alle prossime elezioni, e questo non è il caso dato che la base repubblicana è con lui. Ma l’uomo che vediamo oggi aggirarsi per le stanze della Casa Bianca è un’ombra esautorata e annichilita. È uno sconfitto.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *