Ippolito Nievo: patriota accorato e letterato romantico

di Pietro Bassi.

Ippolito Nievo comincia presto a comporre versi, appena diciassettenne, per il capodanno 1848 raccoglie in un fascicoletto, decorato con fregi e disegni, i primi componimenti e dedica tredici «Piccole poesie», al nonno Carlo Marin. Nel tempo trascorso a Verona, dove tra il 1840 e il ’47 aveva frequentato il ginnasio di Sant’Anastasia, la vicinanza del nonno materno che viveva nella stessa città, i suoi racconti sulla caduta della Serenissima nel maggio del 1797, da lui vissuta come membro del Maggior Consiglio, avevano reso molto profondo il loro legame affettivo, tracciando un’impronta incancellabile nel giovane Ippolito.

Il 1848 e il 1849 saranno anni decisivi per la storia dell’Italia, e proprio in quel periodo si formerà la sua vocazione di combattente. Nell’estate del 1850, dopo un viaggio a Venezia con la famiglia, sull’album della cugina Elisa Plattis, di Padova, Nievo scrive una poesia sulla caduta di Venezia rimasta inedita fino al 1932. I versi, in cui esprime il dolore per la disfatta veneziana, se da un lato sembrano richiamare quelli molto noti del Fusinato, hanno tuttavia una propria e ben precisa connotazione nel denunciare lo sdegno per la leggerezza con cui la città ha ripreso i ritmi abituali.

Delle sue prime composizioni, Nievo scrive all’amico Andrea Cassa: ‹‹La mia Musa sta molto sul positivo, ama i dettagli della vita pratica, e o trascura o sdegna i voli lirici o sentimentali dei poeti Pratajuoli: credo d’aver scelto la via se non più brillante almeno più utile››. Nel 1854, sempre su ‘’L’Alchimista friulano’’, esce a puntate il suo saggio ‘’Studii sulla poesia popolare e civile (cioè anche patriottico) massimamente in Italia’’. 

Il 1856-57 è l’anno in cui Nievo scrive la sua opera più celebre: ‘’Le Confessioni di un italiano’’. Romanzo storico, oppure privato e psicologico? Lento processo di una vita che dall’infanzia alla maturità fino alla vecchiaia si snoda in mezzo a vicende storiche straordinarie, oppure parabola della nascita e crescita di un’idea di Nazione? Processo alla società, alle vecchie e nuove abitudini, o storia di un’educazione sentimentale, politica, umana?

Queste, e tante altre cose sono Le Confessioni d’un italiano che Ippolito Nievo scrisse in nove mesi o poco meno, dal dicembre 1857 al settembre 1858, un arco del tempo che curiosamente corrisponde a quello della gestazione di un essere umano. Le vicende personali del protagonista Carlo Altoviti, al quale capitano fortune e rovesci inattesi, felicità e sciagure, si mescolano e incrociano, si sommano ed intersecano con quelle di un’infinità d’altri personaggi, alcuni come Ugo Foscolo realmente esistiti, altri inventati, altri svelanti i tratti psicologici di persone note all’autore. Più che una confessione globale e privata del protagonista arrivato coi suoi ottant’anni al limite della vita, voce recitante che rievoca le fasi decisive della storia italiana, la fine ingloriosa della Serenissima Repubblica, la Venezia giacobina, l’esperienza amara del 1848, l’attesa e speranza di un prossimo riscatto, il romanzo è una sintesi fra storia realmente vissuta e rievocata, e una meditazione filosofica su fatti storici.

Mentre Carlino, orfano povero e maltrattato, cresce e diventa adulto, trova e perde la sua Pisana, incontra amici e ritrova un padre ambizioso e ricco, un mondo vecchio cede il passo ad uno più moderno, la rigida struttura feudale e l’oligarchia si aprono al sistema borghese, il regionalismo estremo del Friuli, piccolo compendio dell’universo, si dilata nel senso di una Unità nazionale, sempre più allargata. Esperienze varie e inattese, sofferenze e gioie accompagnano Carlo Altoviti nel corso della lunga vita. Ma è sempre Nievo che si racconta e che rappresenta il suo tempo, in cui coesistono chiaroveggenti liberali e reazionari ottusi, uomini generosi e uomini avari, in una miscellanea i cui contorni appaiono confusi. L’unificazione politica in alcuni momenti sembra a portata di mano, in altri sfugge, delude, è in ritardo.

La letteratura romantica si era dimostrata incapace d’interpretare i reali connotati della civiltà delle campagne. Nievo invece impone ne Le Confessioni come autentici i problemi del mondo contadino. Dal suo incontro con la realtà delle campagne mantovane e friulane è nato in lui anche un rapporto vitale fra lingua e dialetto, un gusto di mescolare idiomi, cadenze, come se anche la lingua italiana e non solamente la civiltà fosse in veloce maturazione ed evoluzione e facesse parte anche essa di una Storia nazionale. L’unità del romanzo, da molti considerato a torto disomogeneo, sta in questa sintesi straordinaria fra privata narrazione e giudizio storico, fra io narrante e protagonista, fra lingua italiana e inflessioni venete e friulane, fra ricordo del passato e attesa e speranza per un futuro, fra mondo che frana e mondo che faticosamente rinasce, fra progresso biologico e morale di una vita e fasi di crescita di una nuova famiglia italiana nazionale. Quindi affresco grande, perché grandi sono i fatti che Carlo Altoviti narra, lunga è la strada che il protagonista ha percorso, importati sono gli eventi che ha vissuto in prima persona.

Critico amaro dell’assolutismo del potere straniero, al quale corrisponde una chiusura bigotta delle alte gerarchie ecclesiastiche e una residua oppressione feudale sui contadini, Ippolito Nievo deve assistere anche alla formazione di una nuova “aristocrazia del quattrino” di stampo borghese, che si è impossessata delle terre e che sfrutta i contadini. Il problema del riscatto politico e sociale del mondo rurale si collega strettamente alla questione temporale della Chiesa di Roma, che Nievo vede come minaccia dell’Unità nazionale e come fonte inevitabile di violenze poliziesche e autoritarie intollerabili. Ippolito Nievo era approdato ad una sorta di filosofia religioso-politica-nazionale e credeva in una Provvidenza laica e immanente, in grado di tirare i fili invisibili della storia. Non accettava più né il culto, né i riti religiosi, né la teologia, né la centralità istituzionale e politica della Chiesa. Riconosceva tuttavia una funzionalità pedagogica nel culto divino e nei riti sacri presso le masse popolari. Distingueva fra l’assolutismo e la reazione dell’alto clero, e la mediazione che il prete di campagna esercitava nei confronti delle masse più diseredate. Nelle campagne poteva ancora esistere un cristianesimo evangelico e innovatore che, senza facili paternalismi alla Manzoni, avrebbe sostenuto il faticoso cammino dei contadini verso un riscatto politico e sociale. Questo realmente accadde, quaranta anni dopo la morte di Nievo, particolarmente nelle campagne del Veneto e nella remota Sicilia di Don Luigi Sturzo.

Nievo descrive con fervida passione patriottica molte città della penisola: ‹‹Napoli è rimasto per me un certo paese magico e misterioso dove le vicende del mondo non camminano ma galoppano, non s’ingranano ma s’accavallano, e dove il sole sfrutta in un giorno quello che nelle altre regioni tarda un mese a fiorire […] Nominate Roma; è la pietra di paragone che scernerà l’ottone dall’oro. Roma è la lupa che ci nutre delle sue mammelle; e chi non bevve di quel latte, non se ne intende […] Per finir poi di parlarvi di Bologna, dirò che vi si viveva allora e vi si vive sempre allegramente, lautamente, con grandi agevolezze di buone amicizie, e di festive brigate. La città dà mano alla villa e la villa alla città: belle case, bei giardini, e grandi commodi senza le stirecchiature di quel lusso provinciale che dice: «Rispettatemi perché costo troppo e devo durare assai!…» […] Per me gli orizzonti si allargano sempre più; dall’Alpi alla Sicilia, è tutta una casa. L’abito con un solo sentimento che non morrà mai neppure colla mia morte››.

Il tempo delle Confessioni si snoda dagli anni decrepiti della Serenissima, da quell’ultima e ignominiosa seduta del Maggior Consiglio che di fatto consegnò Venezia ai Francesi, fino all’attesa di una sognata e imminente Unità nazionale. Carlo Altoviti, nato Veneziano, è certo di morire Italiano, a conclusione di una lunga parabola che, per misteriosi motivi, ha fatto coincidere la sua vita organica con la morte e la rinascita della sua Nazione. Egli ha assistito all’ultima, grande rappresentazione storica del feudalesimo, dell’oligarchia, dell’assolutismo, che come lui sono ormai in via di estinzione. Ma quando inizia a scrivere i suoi ricordi, per chiarire a sé e agli altri il suo mondo reale e spirituale, Carlo Altoviti sente di vivere in una situazione storica non ancora risolta. Quanto c’è ne Le confessioni d’un italiano della lezione di Giambattista Vico, di Jean Jacques Rousseau, dell’Illuminismo? Ippolito Nievo conosceva certamente Les Confessions di Rousseau, l’Autobiografia di Vico; aveva letto l’Histoire de ma vie di Giacomo Casanova, la Vita di Vittorio Alfieri. Nella biblioteca di casa Nievo esistevano tutte le commedie di Carlo Goldoni, che Ippolito amava, e i volumi dell’immane Enciclopédie di Denis Diderot e di Jean-Baptiste D’Alembert.

Certi atteggiamenti della Pisana, seduttrice e donna fatale per istinto, eroina di un’età di mezzo in lento evolversi verso l’emancipazione femminile, sono in larga parte il travestimento di modelli femminili derivati da club rivoluzionari francesi o da salotti letterari della fine del Settecento. Non sembra tuttavia un personaggio di pura invenzione. Nei conflitti emotivi di Carlino con la Pisana, Nievo riversa e sublima i suoi difficili rapporti con una donna dalla sessualità non repressa, caparbia e capricciosa dietro un falso volto innocente di bambina. Chi era questa donna? Matilde Ferrarti, il suo primo amore, oppure Beatrice Melzi d’Eril?

… Però la Patria è un bene più importante e un ideale più alto: ‹‹La Patria, figliuol mio (Carlo Altoviti) è la religione del cittadino, le leggi sono il suo credo. Guai a chi le tocca! Convien difendere colla parola, colla penna, coll’esempio, col sangue l’inviolabilità de’ suoi decreti, retaggio sapiente di venti, di trenta generazioni!››.

Anche la fase finale della sua vita è degna da romanzo giallo romantico. Nel 1859 fu tra i Cacciatori delle Alpi di Giuseppe Garibaldi e l’anno seguente partecipò alla Spedizione dei Mille, numero 690 nell’elenco dei Mille. Nello stesso periodo anche i suoi fratelli Carlo e Alessandro decisero di arruolarsi, ma nell’Esercito regolare. Unendosi alle truppe garibaldine il 5 maggio del 1860, Nievo salpò da Quarto a bordo del Lombardo insieme a Nino Bixio e Cesare Abba. Distintosi nella battaglia di Calatafimi e a Palermo, raggiunse il grado di colonnello e gli venne affidata la nomina di “Intendente di prima classe” dell’impresa dei Mille, con incarichi amministrativi. Fu anche attento cronista della spedizione. Durante la dittatura garibaldina fu vice-intendente generale dell’Esercito Meridionale in Sicilia. Il giovane colonnello, avendo ricevuto l’incarico di riportare dalla Sicilia i documenti amministrativi delle spese sostenute dalla spedizione, si imbarcò assieme ai capitani Maiolini e Salviati e allo scritturale Fontana. Il vapore Ercole, sulla quale l’equipaggio si era imbarcato, si disperse, naufragando, nel Mar Tirreno durante la navigazione da Palermo a Napoli, nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1861. Tutte le persone imbarcate perirono e né relitti né cadaveri furono restituiti dal mare. Le circostanze del naufragio alimentarono, un secolo dopo, ipotesi di un complotto politico, utilizzate soprattutto come spunto per romanzi. Sono state avanzate varie ipotesi all’origine dell’ipotetico attentato, come il presunto ruolo giocato da finanziamenti internazionali, in particolare del Regno Unito, indirizzati a favorire la spedizione dei Mille.

L’explicit è un’estasi: ‹‹O primo ed unico amore della mia vita, o mia Pisana, tu pensi ancora, tu palpiti, tu respiri in me e intorno a me! Io ti veggo quando tramonta il sole, vestita del tuo purpureo manto d’eroina, scomparir fra le fiamme dell’occidente, e una folgore di luce della tua fronte purificata lascia un lungo solco per l’aria, quasi a disegnarmi il cammino. Ti intravedo azzurrina e compassionevole al raggio morente della luna, ti parlo come a donna viva e spirante nelle ore meridiane del giorno. Oh tu sei ancora con me, tu sarai sempre con me, perché la tua morte ebbe affatto la sembianza d’un sublime ridestarsi a vita più alta e serena. Sperammo ed amammo insieme; insieme dovremo trovarci là dove si raccolgono gli amori dell’umanità passata, e le speranze della futura. Senza di te, che sarei mai io? […] Per te, per te sola, o divina, il cuore dimentica ogni suo affanno, e una dolce malinconia, suscitata dalla speranza, lo occupa soavemente››. Recuperiamo le Confessioni, riscopriamo Nievo, diffondiamolo e leggiamolo!

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