Alfie, Hegel ed Antigone. Il bisogno di una nuova sintesi fra Stato e individuo

di Alessio Valente.

Ha fatto parlare chiunque la vicenda del piccolo Alfie, che, proprio oggi, si è spento dopo la sospensione della respirazione artificiale decisa dai giudici inglesi. La vicenda, ormai più che nota, non ha bisogno di essere ricostruita più di tanto. Nato a maggio del duemilasedici, il piccolo viene ricoverato nel dicembre dello stesso anno per una rara malattia neurodegenerativa ancora sconosciuta. I medici sono sicuri: per Alfie non c’è nulla da fare. Anche l’Alta corte inglese si esprimerà in tal senso e sentenzierà che la sospensione della ventilazione è nella salvaguardia dell’interesse del neonato.

Segue una battaglia fatta di appelli e ricorsi, ma la sentenza viene sempre riconfermata e le istanze della famiglia e di chi la sostiene non verranno accolte, se non da Papa Francesco e dall’ospedale Bambin Gesù, che si offre  disponibile a continuare la terapia. All’ultimo momento arriva anche la decisione italiana di dare la cittadinanza al fanciullo, con la speranza di aprire una possibilità affinché la sentenza non venga eseguita e Alfie possa arrivare in Italia. Il ventiquattro aprile, però, i macchinari vengono ugualmente spenti e il neonato, dopo tre giorni di battaglia personale, spira nella notte del ventotto aprile.

La vicenda ha fatto discutere e parlare, un po’ tutto il mondo occidentale. Non è stato facile, per i giudici inglesi, prendere una decisione su questa controversia, così come è emerso dalla relazione della sentenza. E non è sicuramente facile parlare ed esprimere un giudizio, sebbene personale e non determinante, per chiunque si trovi a riflettere su quanto accaduto. Il tema, quello dell’eutanasia e dell’accanimento terapeutico, sfiora le corde più profonde della sensibilità personale ed è estremamente arduo riuscire a trovare una sintesi conciliante.

Quello degli Evans, però, tocca anche un argomento forse ancora più complesso e non meno delicato: quello della contrapposizione fra diritto individuale e diritto dello Stato. Il primo è quello che Hegel, affidandosi alla tragedia greca di Antigone, chiama diritto divino, insito e scritto in ognuno di noi, come un “sentire”, una sorta di legge naturale che muove gli uomini e precede quella razionale, che muove i popoli ed è universale.

La vicenda narrata da Sofocle, ruota intorno al divieto, indirizzato ad Antigone dal re Creonte, di seppellire il fratello Polinice. La donna, però viola la prescrizione del sovrano, in quanto contraria alla sua legge interiore, alla quale non può sottrarsi, poiché più imperante di quella positiva. La personalità di Antigone è dunque più forte e prevale sulla spersonalizzazione di Creonte, che ripone nella salvaguardia della unità e degli interessi della polis, cioè del popolo, la sua ragione.

La tragedia nasce proprio dalla contraddizione fra la legge divina che muove Antigone e quella positiva che muove Creonte. Contravvenendo alla legge della polis, infatti, Antigone viene condannata ad essere rinchiusa in una grotta. Quando si decide per la sua liberazione, essa si è però già suicidata, provocando il seguente suicidio del suo promesso sposo, Emone, figlio dello stesso Creonte, e di Euridice, sua moglie.

Hegel si serve di questa tragedia, mantenendo fede al sua sistema dialettico, per spiegare il tramonto della civiltà greca avvenuto proprio per via della contrapposizione fra la legge individuale e quella di Stato, ognuna negante l’altra ma entrambe ad essa legate, proprio come l’autocoscienza che è relazione a sé e all’altro. Ne Antigone e ne Creonte, però, riconoscono l’altro, giungendo ad una negazione che sarà per entrambi fatale e annientatrice.

Da questa negazione, però, sempre in virtù dello schema dialettico hegeliano, nascerà una sintesi che consisterà in uno Stato che sia capace di armonia con le leggi individuali, e rispettoso quindi di quella legge divina che muove Antigone in opposizione al suo re, ma anche in un individuo che sia pronto a riconoscere una legge altra, umana e universale, e a rinunciare alla propria indipendenza, senza dover sottomettersi ad una completa e totale dipendenza dall’universalità.

L’argomento dell’eutanasia e dell’accanimento ci riporta al caso di Alfie Evans, anche se i genitori del piccolo, obbedendo alla propria legge interiore ed etica della famiglia, lottano per la vita e non per negare quell’insensatezza della morte e del nulla che avvertivano i greci e che spinge la donna a ribellarsi alle leggi umane. Il concetto della contrapposizione fra l’individualità e la legge dello Stato, però, è senz’altro centrale e sembra quasi una riproposizione, in tempi moderni, della vicenda che ha portato all’estinzione dello stato greco verso una nuova sintesi, superiore e armonizzante.

Contrapposizione che non è da circoscrivere alla sola storia della famiglia Evans ma che si configura, anche se in modalità differenti, con il caso, più nazionale, di Dj Fabo. Appare infatti una vera e propria Antigone moderna il leader dei Radicali Marco Cappato, che sta subendo un processo per aver aiutato il ragazzo a compiere il suicidio assistito in Svizzera. Nessun legame familiare dietro la storia e un’istanza diametralmente opposta, quella del cercare la morte, a quella della famiglia Evans.

Intenti opposti che confermano proprio la dimensione, tutta individuale, attraverso cui si snoda ogni vicenda riguardante argomenti legati all’eutanasia, all’accanimento terapeutico e al suicidio assistito e che non possono mai essere associati, l’uno con l’altro, se non attraverso una lettura che riconosca una nuova profonda contraddizione fra l’individuo e lo Stato.

Contraddizione che emerge anche rispetto ai numerosi temi che vedono gli individui fare sempre più pressione affinché lo Stato riconosca nuovi diritti individuali, nuovi tipi di famiglia e di modi di vivere. Una vera e propria battaglia del singolo contro la polis che  emerge in tutta la sua prepotenza solo nelle storie più tragiche, come quelle legate al diritto alla vita o alla morte.

E’ proprio la consapevolezza dei numerosi “casi di tragedia” che si susseguono nel mondo occidentale, dal caso Welby, al caso Englaro, fino a quelli più recenti di Dj Fabo e Alfie Evans, che deve spingerci a capire che, forse, è il momento di trovare una nuova sintesi e porre fine a una crisi, quella fra comunità e individuo, così importante da aver decretato la fine di una civiltà illuminata come quella greca. Un compito senz’altro assai arduo che, forse, non dipende da noi.

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