Sergio Ramelli: un ragazzo dalla parte politica sbagliata

di Federica Ciampa.

Milano, 29 aprile 1975.

Dal 13 marzo di quello stesso anno sono trascorsi esattamente 47 giorni. Sergio Ramelli, diciottenne milanese, spira.

“Muore giovane chi è caro agli dei”, avrebbe detto Menandro. Tuttavia, in questo caso, dissentire dal commediografo greco è doveroso. In quegli anni, fra i più bui della storia d’Italia, moriva giovane chi credeva in un’idea.

Ma chi è Sergio Ramelli? È un ragazzo appartenente alla parte politica sbagliata. Un ragazzo che milita nel Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano.

Le sue colpe – se così si possono definire – non sono molte.

Sergio frequenta l’Istituto tecnico Molinari di Milano, quando il suo professore di lettere, Giorgio Melitton, assegna alla classe un tema, la cui traccia richiede di parlare di attualità. Tuttavia, l’attualità degli anni che vanno dal 1969 al 1984 non a caso denominati “anni di piombo” non è semplice da sviscerare in un tema delle superiori. Ad ogni modo, Sergio decide di scrivere delle Brigate Rosse: nei confronti di questa organizzazione facente capo alla sinistra extraparlamentare esprime una posizione di forte condanna; aggiunge, inoltre, una critica poco velata alla politica, per il mancato cordoglio istituzionale verso la morte dei militanti padovani dell’ MSI Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, rimasti uccisi durante un assalto delle Brigate Rosse, avvenuto l’anno precedente, alla sede padovana del partito di destra. Il tema, dopo essere stato sottratto al professore, viene apposto alla bacheca scolastica e, dunque, viene usato come “capo d’accusa” in una sorta di processo politico scolastico, istituito contro Ramelli da un gruppetto di altri studenti, rappresentanti di Avanguardia Operaia. La prima colpa di Ramelli è quella di essere fascista.

A seguito di vessazioni, insulti ed umiliazioni, il ragazzo lascia il Molinari e si trasferisce in un istituto privato. A questo punto la sua seconda colpa è quella di proseguire la sua militanza, con impegno, freddezza e stoicismo, almeno fino a quel fatale 13 marzo. Quel pomeriggio, infatti, Sergio viene aggredito sul portone di casa, dopo aver parcheggiato il suo motorino: lo assalgono in quattro, colpendolo a ripetizione con una chiave inglese hazet 36. Il giovane resta agonizzante a terra, in una pozza di sangue, ancora vivo. Qual è l’epilogo di questa triste vicenda, è stato già detto.

La storia di Ramelli e quella degli altri militanti del Fronte Della Gioventù, morti in circostanze più o meno simili, affidano un arduo compito ai giovani di oggi. Il loro sacrificio, la loro fierezza e il loro coraggio devono essere onorati: non ripagando con la stessa moneta chi è stato capace di provare tanto odio e di uccidere con tanta crudeltà, ma, al contrario, instaurando dibattiti, scrivendo e militando, per quella parte politica che ancora tante, troppe persone, considerano quella sbagliata, affinché non ci siano mai più altri Sergio Ramelli, altri fratelli Mattei, altri Paolo Di Nella.

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