L’individualismo arrivista ci sta fagocitando

di Manuel Di Pasquale.

“Avere successo non ci basta. Vogliamo anche veder fallire gli altri, soprattutto i nostri amici”. Queste parole provengono dalla penna di Gore Vidal.

Purtroppo, per l’epoca in cui stiamo vivendo, esse rappresentano uno stile di vita adottato da molti. Siamo passati dal senso di comunità ad un individualismo arrivista che sta letteralmente mangiando i rapporti umani.

Un’accelerazione che, se vogliamo azzardare, si è avuta quando si sono fusi gli ideali collettivisti, come quelli della sinistra socialista e della destra sociale, con i più vaghi pensieri del liberalismo.

In una comunità non emerge più il migliore, cioè colui che con impegno, costanza e sacrifici coltiva la sua passione per andare avanti, nel rispetto del prossimo, ma va avanti chi riesce a fare terra bruciata attorno a sé, cioè colui che trova scorciatoie e usa colpi bassi per mandare al tappeto i suoi avversari. In poche parole, si è passati dal migliore a chi ha nessuno meglio di lui.

Quindi, da quando destra e sinistra hanno aperto le porte ai democristiani, perché il centrismo funziona proprio così: nessuna idea precisa, moderazione su tutto, nessuna seria presa di posizione. In quasi 50 anni di DC addirittura, si diceva una cosa un giorno e l’esatto opposto l’indomani. Perciò, con l’aumento di persone senza idee da difendere e senza una linea valoriale precisa, l’unica possibilità per alcuni di andare avanti è diventata quella di bloccare i rivali.

A questo, poi, possiamo aggiungere le etichette: quanto fa figo dire che si è coordinatori di qualcosa? Con bel titoletto piovuto dal cielo, con una spilletta sulla giacca, vengono fuori grandi deliri di onnipotenza e, per così poco, ci si trova a perdere qualità umane, quali l’umiltà ed il rispetto per gli altri.

È un qualcosa che, d’altronde, può essere applicato a qualsiasi campo. Pensiamo, ad esempio, alle scuole calcio: una volta i mister delle giovanili erano educatori, quindi dovevano insegnare lo sport ai ragazzi ed aiutarli a migliorare, un po’ come i maestri a scuola. Anzi, si dice “scuola calcio” proprio per questi motivi. Ora, invece, molti “allenatori” pensano solo a fregiarsi di qualche trofeo provinciale, di far giocare solo i più grandi e più bravi, giusto per potersi sedere su un’altra panchina dicendo di avere qualcosa in bacheca. In questo modo, non cresce nessuno e non si costruisce nulla. Anzi, si demotivano solo dei giovani appassionati.

La nostra, al giorno d’oggi, pare essere una società che punta sull’apparire, sull’edonismo, perché ha perso il senso della comunità e del sacrificio.

Una volta si perdeva e si vinceva tutti insieme. Adesso, nessuno vuole riconoscere alcun tipo di sconfitta, quindi si cerca di eliminare questa possibilità, proprio facendo terra bruciata, perché non devono esserci grandi esperti in quel ruolo, ma buoni mediocri che riescono ad arrivare ai vertici, a tutti i costi, in un modo o nell’altro. E per un po’ di successo si è pronti a sputare in faccia persino ai più cari amici.

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