Quei non-migranti economici di cui nessuno parla

di Alessio Valente.

Da mesi assistiamo al dibattito, in seno all’opinione pubblica, che verte tutto sull’accoglienza e sul fenomeno migratorio. Diverse interpretazioni e diverse visioni del mondo si contrappongono fra chi vuole accogliere solo i rifugiati, fra chi vuole accogliere tutti e fra coloro i quali, invece, sostengono che la maggior parte dei migranti siano i cosiddetti “migranti economici”, che il nostro paese non può riuscire a gestire ne in alcun modo ad assimilare.

La questione ha dato vita anche a scontri accesi ed ha senz’altro occupato la maggior parte delle cronache e degli approfondimenti politici ed è forse possibile intenderla come “questione dell’anno” appena trascorso. Ma ci sono storie, che non vengono raccontate e ignorate dai più, che ci riportano violentemente ad una cruda realtà a cui nessuno ha il coraggio di parlare: in Italia, ben cinque milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta, cioè in una situazione in cui si fatica, o non si riesce, a reperire beni di prima necessità come acqua, cibo e vestiario.

E questa è la storia, che è stata raccontata da un quotidiano torinese, di una giovane coppia e i loro tre bambini. Dopo il fallimento dell’azienda presso cui era occupato, Alessandro e la sua famiglia si sono ritrovati a vivere in auto, per la strada, senza alcun genere di sostegno. Inutile l’invio disperato di curriculum verso le poche realtà lavorative rimaste, ne l’aiuto e la solidarietà che residenti e conoscenti hanno espresso, lasciando qualche spicciolo o qualche bene essenziale. Inutile anche l’assistenza sociale comunale, che ha bisogno di un reddito, che non c’è, per l’assegnazione di un alloggio popolare.

E’ la storia di questa famiglia, piccola finestra su una vasta realtà che investe milioni di italiani, a dover indurre alla riflessione quanti ormai si preoccupano ancora di problemi che, troppo spesso, vengono presentati all’opinione pubblica come specchietto per le allodole volto a focalizzare l’attenzione su problemi che hanno scarsa importanza per la sorte del popolo italiano. Il fenomeno migratorio e la necessità di aiutare poveri proveniente da un altro continente, è un po’ come il meccanismo dei social network, che ci tiene costantemente in contatto con la vita privata di persone distanti e che, probabilmente, quasi mai incontreremmo, mentre ci dimentichiamo spensieratamente anche solo di salutare il vicino di casa, o di rapportarci alle persone a noi più care e vicine.

Il fenomeno della povertà assoluta e relativa, che investe gli italiani, come anche quello della crescente disparità economica e della stagnazione del mercato del lavoro, o quello della mancanza di prospettive per una intera generazione sacrificata sull’altare del precariato e della flessibilità, non sembrano minimamente occupare un posto fra i nostri quotidiani, fra le tribune politiche e i nostri telegiornali. Quello che occorre, è l’ennesimo falso problema creato ad hoc per non fornire risposte, per non dar vita a istanze che chiedono chiarezza e misure risolutive, perché nessuno metta in dubbio la legittimità e la giustizia di un sistema sempre più marcio e lontano dalla realtà di un popolo, che a tutti gli effetti, sta sparendo.

Alla famiglia oggetto delle cronache degli ultimi giorni, auguriamo tutto il meglio che il destino possa riservare e che la situazione torni presto alla normalità, così come ci auguriamo che quella percentuale di estremamente poveri possa svegliare una classe dirigente dormiente e un opinione pubblica poco attenta e che un giorno torni a sgonfiarsi.

Senz’altro sarebbe un disastro se il trend si confermasse per il prossimo decennio: quasi il cinque percento in più nei nove anni passati dalle stime del duemilaotto, senza un cambio di rotta, equivarrebbe a un tredici percento di poveri in un futuro molto prossimo.

Un italiano su tre, invece, a fine duemiladiciassette era a rischio esclusione sociale, mentre aumenta la disparità economica fra ricchi e poveri ma anche fra le diverse zone del paese. Un milione di famiglie, invece, alla fine dello scorso anno, contavano tutti i componenti in grado di lavorare in cerca di una occupazione. Purtroppo, il futuro, non riserva grandi speranze e queste sono cifre che fanno sicuramente paura, anche se non a chi di dovere.

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