Gaetano Salvemini – un uomo del Sud

di Pasquale Ferraro.

Chi fu Gaetano Salvemini? Ma soprattutto cos’è stato Gaetano Salvemini? Non sono queste domande alle quali si può dare una risposta semplice lineare e tradizionale, quando si cerca di tracciare i lineamenti principali della vita pubblica di una delle figure più illustri della storia politica e intellettuale d’Italia a cavallo fra la fine del XIX secolo ed il primo cinquantennio del secolo XX. Si tratta di affrontare la vita e l’azione di un uomo che per primo ebbe il coraggio di squarciare il velo del mito, di farsi da solo in pieno spirito Tucidideo narratore dei fatti e ricostruttore di vicende troppe volte offuscate dal velo della propaganda, ma anche di propositore e tessitore di nuovi orizzonti politici e intellettuali.
Salvemini fu tante cose, fu studioso acutissimo e politico lucidissimo nelle analisi come nella capacità di interpretare gli eventi, un socialista autentico ed un meridionalista convinto, un democratico profondo, un’ antifascista militante, un esule rumoroso ed infine un uomo coraggioso e un sincero anticomunista.
Nato nel sud post-risorgimentale, abbandonato ad una pimontesizzazione forzata in cui la vita morale si era disgregata tra la povertà ed il cancro mortale della corruzione.
La sua formazione universitaria, ottenuta grazie ad una borsa di studio, lo portò ad essere un allievo di uno dei più grandi storici meridionalisti come il Prof. Pasquale Villari, dal quale il nostro non apprese soltanto il metodo critico e lo spirito alessandrino, ma anche e soprattutto la passione viva per i problemi e le contraddizioni del mezzogiorno che portarono negli anni successivi all’annessione piemontese, la creazione della c.d. “ Questione Meridionale”: tali elementi furono alla base di quel primo lavoro sul suo paese natio Molfetta che tracciò già allora un linea ideale del lavoro dello storico come egli lo intese sin da subito.
Socialista di fede marxista prima, Socialista Liberale dopo, Salvemini si trovo nel pieno e convulso clima del dibattito fra le correnti che animarono da sempre il Partito Socialista, divenendo uno dei protagonisti e dei maggiori rappresentati del Socialismo Liberale, maestro dei fratelli Carlo e Nello Rosselli e di Cesare Rossi, critico verso le visioni utopistiche e irrazionali di una sinistra, massimalista e utopica, impotente nella realtà storica.
Ciò che consegnò alla memoria di tutti, ed oggi ancora la ragione del maggior successo di Salvemini, si trova nella critica e nell’attacco che lanciò contro l’uomo simbolo dell’Italia liberale Giovanni Giolitti in quell’opuscolo dal titolo “Il ministro della Malavita”, nelle pagine del quale dipingeva il rapporto clientelare ed elettorale fra Giolitti e le sfere più ombrose della società meridionale.
Convinto sostenitore del suffragio universale e dell’impatto che questo avrebbe avuto nel risvegliare le coscienze delle masse meridionali altrimenti ai margini della vita pubblica, allo stesso tempo si trovo ad abbandonare il Partito Socialista in netta polemica con la scelta di barattare con i liberali di Giolitti il suffragio universale maschile con la guerra di Libia. La critica che Salvemi rivolse costantemente al socialismo italiano fu quella di essere unicamente ed eccessivamente proteso verso gli operai del nord, ignorando le masse di proletari del sud necessari al socialismo. L’idea di integrare in una coscienziosa unione nord e sud fu da sempre alla base della sua profonda convinzione federalista: “ Non basta che l’idea federalista venga affermata nelle pagine di un libro; bisogna che diventi programma politico dei partiti democratici. Il federalismo è utile economicamente alle masse del sud, politicamente ai democratici del nord, moralmente a tutta l’Italia”.
Salvemini fu un uomo che conobbe la tragedia, nella sua caratteristica più incisiva e profonda il dolore, perdendo la moglie e cinque figli nell’apocalittico terremoto di Reggio e Messina del 1908.
Salvemini come sempre fece nella sua vita si rialzò. Fu interventista e volontario nella grande guerra, poi la politica l’elezione al parlamento il biennio rosso, la marcia su Roma, le elezioni del ’24 e l’assassinio Matteotti. Durante quel periodo fondò insieme ai fratelli Rosselli e Rossi il foglio di opposizione “Non Mollare”, fulcro d’origine di una ben più ampia storia dell’opposizione democratica. Processato e poi amnistiato (grazie all’amnistia promulgata per gli assassini di Matteotti). La fuga l’esilio e la fondazione di Giustizia e Libertà insieme sempre a Carlo e Nello Rosselli, come gli editoriali sul “non mollare”, le sue conferenze nelle più prestigiose università d’Europa e degli Stati Uniti, sono la sua tribuna dalla quale manifestare la sua grandezza intellettuale oltre che la sua più tenace opposizione al fascismo. Salvemini godette in quegli anni della sua massima popolarità e del suo più ampio prestigio internazionale culminato nell’assegnazione di una cattedra ad Harvard. Rientrò in Italia alla caduta del Fascismo e come molti dei protagonisti della scena politica del primo dopoguerra manifesto tutta la sua criticità verso la nuova costituzione che si andava realizzando. Essa secondo Salvemini ricreava le stesse debolezze e criticità del sistema politico dell’Italia liberale, quegli elementi che ne contribuirono al crollo.
Come socialista rimangono immortali le parole scolpite in quelle che egli chiamò la mia “confessione preziosa” apparse nelle pagine de “L’Unità”, giornale da egli fondato nel 1911
“ mancando ancora le condizioni di realizzazione dell’ideale socialista, occorre contentarsi di un ideale inferiore, che sarebbe quello di sostituire in Italia un capitalismo autentico a quest’aborto di capitalismo ladroncello e pelandrone, che ci delizia, […]il capitalismo autentico[…] è una fase necessaria e benefica, che la società deve attraversare prima di arrivare a quella fase superiore di civiltà socialista …”.
Il Prof. Gaetano Salvemini fu questo, un intellettuale libero, lucido e graffiante, un uomo libero e coerente che non si piegò mai né al fato e né alla storia quando queste non gli furono benigne, rimanendo in piedi eroicamente e rendendo massima testimonianza a quella celebre espressione di Seneca che recita “ il saggio non può essere né innalzato né affossato dalla ventura”.

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