I “populisti” al governo e le sfide in politica estera

di Giuseppe Palazzo.

In quest’articolo proverò a tracciare un’agenda generale di ciò che dovrebbe tenere banco nella politica estera del nuovo governo, chiarendo il contesto, le difficoltà, le vie d’uscita.

L’Italia vive una condizione di sudditanza e di sovranità mutilata: in primis verso gli Stati Uniti con i quali ci relazioniamo tramite una sorta di geopolitica del dono, volta a non proteggere nessuno dei nostri interessi nazionali, e condizionata dalla presunzione americana nel pretendere un credito verso il nostro paese, giustificato inizialmente e moralmente dalla liberazione dal nazifascismo. Il debito di riconoscenza reclamato dagli Stati Uniti ricorda il tributo dovuto all’impero da parte dei vassalli oppure il concetto di debito nelle società mafiose. Questo stesso debito non si estingue mai, bensì diventa patologia nazionale, e la “strategia” della servitù acquista, in maniera perversa, una connotazione politica. Verso la fine della guerra l’Amb. Pietro Quaroni, di stanza a Khabul, fu l’unico diplomatico italiano a poter raggiungere Mosca nell’ambito delle trattative concernenti la “svolta di Salerno”. Egli stesso ebbe a dire che l’Italia non era più considerata un soggetto, ma un oggetto delle relazioni internazionali. E così fu: Italia campo di battaglia USA-URSS tra politici che si ritenevano più filo-americani che filo-italiani (Cossiga si definiva un “amerikano”), servizi deviati, spie nemiche, piduisti e lobby pro-USA. Dalla fine della guerra il nuovo governo di Badoglio e del re spinse per un rinnegamento totale della sovranità, per chiudere il più possibile con il passato. Il tentativo, imperterrito, continua ancora oggi. Mai sazi della nostra servitù. Per non parlare poi delle basi USA sul territorio nazionale. Vero marchio della colonizzazione USA. Il Presidente Trump insiste inoltre sull’aumento del contributo dei paesi europei alla NATO. Credo che l’Italia, tra basi e missioni militari distanti anni-luce dai suoi interessi, abbia già dato, ed anche troppo. Sarebbe opportuno invertire la rotta. Tanto più perché siamo rimasti l’unico paese europeo ancora sotto lo schiaffo di questo debito di riconoscenza. Agli americani abbiamo regalato, in cambio di nulla, sovranità e dignità nazionale. Forse in cambio abbiamo ricevuto solo instabilità politica e sangue (Gero Grassi, membro della commissione d’inchiesta sul caso Moro, non parla di coinvolgimenti esterni?). Sul caso Libia possiamo stendere un velo pietoso, tanto più se pensiamo che il coinvolgimento (indiretto) italiano fu avallato da alcune delle più alte cariche dello Stato. Se possibile, ancor più grave è l’aver smantellato, in maniera acquiescente e traditrice, il nostro apparato industriale per fare un favore alla Germania, entrando poi in quella camicia di forza chiamata “euro”.

La via d’uscita da questo allineamento internazionale che ci vuole succubi e non partecipi non può essere un improbabile ribaltone delle alleanze. In altre parole, non possiamo dimenticarci che la potenza più grande del pianeta è interessata all’Italia sotto svariati aspetti. L’Italia dovrebbe, per la prima volta, diventare un’alleata degli Stati Uniti, e non più suddita. Pretendere, come è usuale nelle relazioni internazionali, contropartite in cambio delle concessioni agli amici a stelle e strisce. Siamo ancora al punto in cui, 70 anni dopo la sconfitta nella II guerra mondiale, dobbiamo ancora costruirci una politica estera che abbia il coraggio di definire le priorità politiche e le linee strategiche avendo come esclusiva bussola il puro interesse nazionale. Il cambiamento deve partire soprattutto a livello culturale. Finché la linea guida della politica estera italiana nei consessi internazionali sarà quella di accodarsi automaticamente ai diplomatici americani, inglesi, francesi e tedeschi, non potranno essere fatti passi avanti. E’ necessario cambiare la mente degli italiani affinché non si sentano più in colpa al pensiero che il loro Stato possa perseguire legittimi interessi propri, e non scodinzolare dietro quelli altrui. Stesso discorso con la Germania. Se le pretese di Berlino e Bruxelles vanno contri i nostri interessi non dovrebbero neanche essere prese in considerazione. Qui il discorso è soprattutto economico, ma i diktat sono talmente pervasivi che coinvolgono anche l’aspetto politico (vedi golpe contro governo Berlusconi).

La piena sovranità dello Stato vuol dire indipendenza nazionale, sinonimo di libertà collettiva. Ciò che può garantirci questo diritto naturale è una maggiore assertività e coraggio della Patria nelle sfide internazionali. Gli Stati non hanno alleati o amici, se non per questione di interesse o sicurezza nazionale. Il nuovo governo dovrebbe ripartire proprio da qui.

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