Salvini, Di Maio e il ritorno alla Prima Repubblica

di Pietro Freda.

Altro che Terza Repubblica, sembra di essere tornati alla Prima. Questa è la sensazione attuale, con le trattative tra Movimento Cinque Stelle e Lega per l’accordo di governo che proseguiranno con tutto il week-end, e probabilmente andranno in porto, grazie soprattutto al terzo incomodo, Forza Italia.
Riti a cui, da tempo in Italia non si era più abituati: il fatto cioè, che le alleanze si stringessero dopo il voto, a seconda dei risultati, con buona pace delle alleanze pre-elettorali. Questo accadeva puntualmente nella Prima Repubblica, cioè fino al 1992. In quel caso, ogni forza politica si presentava da sola, essendoci un proporzionale puro. Dopo le urne quindi, la DC, che era sempre il primo partito (mai sotto il 30%, se non nel ’92) in base ai risultati, iniziava a trattare con i partiti minori (Partito Repubblicano Italiano, Partito Liberale, Partito Socialista dal ’63 e così via), per formare il governo. Erano trattative lunghissime, che a causa delle spartizioni di ministeri e poltrone varie, duravano per settimane, se non per mesi, fatte di veti incrociati tra i vari leader di partito (ad esempio, i vari Craxi, De Mita, Andreotti, Forlani, solo per citarne alcuni).
Invece dal 1994, con il meccanismo maggioritario (da qui la definizione giornalistica di “Seconda Repubblica”, proprio per sottolineare l’importanza del cambiamento rispetto a prima) si aveva la certezza che chi avesse vinto le elezioni, anche per pochissimo (come accaduto nel 2006 e nel 2013) avrebbe avuto la possibilità di governare. Certo, il maggioritario non ha messo al riparo da crisi di governo, ma c’era meno spazio per trattative post-voto.
Invece in questa tornata elettorale, grazie al Rosatellum, una legge elettorale per lo più proporzionale, si è tornati agli schemi del passato, non avendo raggiunto nessuna forza politica la maggioranza assoluta per governare da sola. Sono così iniziati veti e contro-veti incrociati.
Per primo, quello del M5S verso Forza Italia e Silvio Berlusconi. Quindi quello del PD, che a sua volta, in uno stato confusionale a causa della batosta, si è diviso in due fazioni: coloro che avrebbero voluto aprire a Di Maio, cioè gli antirenziani, e quelli che invece, fedeli all’ex premier e segretario, hanno respinto ogni ipotesi di accordo con i pentastellati. Infine Matteo Salvini, che all’inizio sembrava volere mantenere l’accordo di coalizione, per poi alla fine cedere a Di Maio, pure con il consenso, sofferto, di Berlusconi, il quale ha acconsentito all’accordo di governo M5S-Lega restando fuori dai giochi senza per questo rompere, almeno ufficialmente.
Ora non è dato sapere se questa legge elettorale cambierà (considerato come è difficile farlo in Italia), ma una cosa è certa: tra tutti i leader politici, è proprio Berlusconi che ne esce meglio. Il Cavaliere, tanto odiato, vituperato e disprezzato da tanti, forse troppi, con la sua mossa ha evitato al Paese una pericolosa paralisi di altre settimane, nonché un folle nuovo voto a luglio, dimostrando un senso dello stato ben superiore rispetto a leader più giovani di lui.

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