Black Book: Un film contro etichette e stereotipi

di Vanessa Combattelli

Spesso i film che hanno come sfondo la Seconda Guerra Mondiale e vogliono dare forma ad una storia d’amore col fuoco nemico, cadono nella classica diatriba bene contro male.
Temevo che così sarebbe stato anche per Black Book, ma mi sono dovuta ricredere.
La protagonista è una giovane ebrea, Rachel Stain (interpretata da Carice Van Houten), unica sopravvissuta di un’imboscata nazista dove perde tutta la sua famiglia e i suoi amici più cari.


Senza più scelta trova asilo in una cellula della resistenza olandese, a questo punto decide di mettere la propria bellezza al servizio dei partigiani, infiltrandosi nei salotti del potere nazisti con l’incarico di sedurre l’ufficiale Müntze.

Qui entra in contatto con un mondo diverso da quello che immaginava, emerge così la rottura definitiva del binomio che finora ha dominato qualsiasi film con questo contesto: il mondo non è diviso tra nazisti e partigiani, intesi come uomini crudeli i primi e uomini buoni i secondi, ma le sfumature sono necessariamente più ampie.

Dovrà rendersene conto Rachel alla luce dei suoi sentimenti per Müntze, per poi dover inevitabilmente risolvere il compromesso con se stessa: quel filo sottile che lega istinto e buonsenso.

E’ un film anche dall’erotismo mai volgare né fastidioso, la femminilità della Van Houten cattura ogni fotogramma con sobria provocazione, questa in contrasto con il personaggio di Ronnie, una donna alla completa mercé nazista che mette a disposizione il suo corpo per chi offre di più.
Diverse scene però e alcuni stratagemmi per la trama risultano essere sinceramente troppo forzati, deboli nel convincere uno spettatore più esigente, questi piccoli errori hanno ridotto per diversi aspetti la qualità dell’intero film.

Quando ingiuste circostanze portano Rachel ad indossare i panni di traditrice (nel frattempo l’Olanda viene liberata) emerge al completo l’intenzione del registra Paul Verhoeven: non è la classica pellicola che condanna semplicemente i fascismi e le dittature, ma allarga lo sguardo anche agli stessi partigiani, tanto è vero che alcuni definiscono il film un riuscito “libro nero della Resistenza oldandese”.
Nell’ottica di Verhoeven esistono eroi impostori e malvagi valorosi, perché qualsiasi uomo è potenzialmente buono e cattivo al tempo stesso, non funzionano più le etichette che per decenni hanno occupato il cinema internazionale.
Questo perché appena la città viene liberata i colori si invertono, ma non gli atteggiamenti: stesse violenze, stessi abusi (se non peggiori sotto certi aspetti), stesso sopruso e odore di morte, perché mentre per le strade sfilano gli inglesi accolti da saluti e applausi, in altre stanze vengono umiliate e stuprate donne, uccisi e torturati altri uomini.Si percepisce proprio il senso di una vittoria sporca, soprattutto perché vi viene chiamato vincitore non si comporta meglio del vinto, ad altro odio e dolore ne viene aggiunto altro, il macabro gioco del male non ha fine.
Al termine della pellicola Verhoeven ci lascia con un interrogativo non banale: «Ogni sopravvissuto nasconde una colpa?»

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