La necessità di una nuova Costituente

di Stefano Musu

In questa finestra lunga più di settanta giorni dalle trascorse elezioni politiche, il popolo italiano si sta trovando di fronte al limite che da anni, negli ambienti del centrodestra, viene denunciato come il principe dei problemi: la forma di governo parlamentare rappresenta un impedimento, reale e concreto, alla necessaria funzione di governo del paese.

Dal giorno immediatamente successivo alla chiusura delle urne sono seguite trattative, aspettative, aperture e chiusure che hanno portato i partiti a salire su una giostra senza fine di consultazioni davanti al Capo dello Stato che, impotente al di là dei riferimenti ad un passato di Einaudiana memoria – e alle contestuali minacce velate di sostituire il proprio potere decisionale a quello delle formazioni parlamentari di maggioranza (alquanto) virtuale –, cerca di tamponare l’indecisione usando la tattica del raffreddamento, prendendo e concedendo ulteriore tempo a Lega e Cinque Stelle per saldare un patto che appare piuttosto lontano dal concretizzarsi.

La stampa e i commentatori delle vicende politiche si concentrano sulle trame, sui nomi, sui “punti” del fantomatico programma, attribuendo a queste variabili la “colpa” del ritardo della formazione di un esecutivo. Sbagliano. La vera e propria colpa è quella di non voler comprendere che, al di là del dibattito sulla legge elettorale e della (attuale) mancanza della previsione di un premio di maggioranza, la responsabilità maggiore è attribuibile alla Carta costituzionale e alla forma di governo parlamentare alla quale dà vita.

Voluta dai Padri Costituenti quale necessaria forma di garanzia a tutela della democrazia all’indomani dalla triste pagina fascista, elaborata da uomini che vissero sulla propria pelle e pagarono spesso con l’esilio e la clandestinità la propria passione per la cosa pubblica, la forma di governo parlamentare rappresenta oggi la vera e propria palla al piede incapace di produrre quelli effetti garantisti che le erano propri in passato.
Nell’immediato dopo guerra la conciliazione tra forze politiche distanti (ma non divergenti) poté avvenire perché la Democrazia Cristiana fu stabilmente il fulcro di tutte le formazioni governative dal 1946 sino al 1992: essa era sufficientemente centrista per trovare alleati prima nella destra conservatrice e liberale, poi nella sinistra progressista.
Oggi, invece, il problema rilevante è che non esiste alcuna forza in campo che abbia, oltre un abbondante consenso elettorale, le caratteristiche che resero peculiare la DC: il moderatismo, la certezza di essere il fulcro dell’azione politica, la malleabilità e la statura politica dei propri attori principali.

Le due forze che oggi stanno cercando (a parole) di trovare un accordo per dare vita ad un esecutivo politico, hanno sì dei tratti fra loro comuni, ma sono proprio quelli che (paradossalmente) li rendono distanti: entrambi i movimenti sono “di protesta” e hanno basato le proprie recenti fortune elettorali sul discredito dell’Establishment, entrambi si ergono a paladini del popolo (il M5S nella lotta welfarista al pauperismo, la Lega a favore dell’imprenditoria, della detassazione e della lotta all’immigrazione incontrollata), entrambi hanno due leader dotati di un tifo calcistico fomentato dai social network. È chiaro che, avendo tali punti in comune, questi vengano a collidere perché l’imporsi dell’uno sull’altro porterebbe la parte che si mostrasse più debole a qualificare la controparte come predominante, perdendo di fatto il ruolo (e l’immagine) di forza e decisione costruita presso l’immaginario collettivo dell’elettorato.

Da questi assunti dovrebbe derivare una presa di coscienza: occorre una vera e propria stagione di riforme consapevoli, andando ad eleggere una Costituente con mandato limitato ed improrogabile con l’esplicito intento di rimaneggiare in senso semi-presidenziale l’apparato costituzionale e che riveda il Titolo V già sottoposto a modifica nel 2001.
Nell’epoca dei social, del pensiero liquido, della presa di posizione immediata e forte a livello mediatico, la politica non può permettersi di agire con liturgie proprie di un mondo che viaggiava lento, ma costante. Ignorare ancora il problema della forma di governo, creando margini di incertezza sul futuro, rischia non solo di delegare ad un domani sempre più lontano la risoluzione dei problemi attuali, ma anche di paralizzare la questione italiana in un limbo al quale l’attuale sistema non può rispondere se non a patto di scontentare tutti.

 

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