Strage di Rovetta: l’eccidio dei ragazzi ad opera dei finti partigiani

di Manuel Di Pasquale.

“Nonostante tutto non ho odio per nessuno, tranne per quelle brigate che, storicamente, erano composte da assassini e gentaccia: non sono manco partigiani”.

Queste parole furono pronunciate da Fernando Caciolo, uno dei pochi sopravvissuti alla strage di Rovetta.

Rovetta è un paese in provincia di Bergamo, che venne “ufficialmente liberato” il 1 maggio 1945.

La strage di cui stiamo per parlare ebbe luogo la notte tra il 27 e il 28 aprile 1945: 43 ragazzi ed adolescenti, appartenenti alla Prima Divisione d’Assalto M della Legione Tagliamento, vennero barbaramente uccisi senza processo – neanche uno sommario – ed in barba a qualsiasi legge sul trattamento dei prigionieri di guerra, da un plotone di garibaldini, proprio quelli che si vantano di aver liberato l’Italia ma, a conti fatti, si sono resi responsabili più di eccidi, ritorsioni e atti esecrabili nei confronti di inermi, che di gesta belliche onorevoli.

Questi ragazzi brutalmente uccisi avevano tra i 15 ed i 22 anni: età che colpisce particolarmente uno come me, in quanto miei coetanei.

I giovani soldati, guidati dal sottotenente Panzanelli, il 26 aprile 1946, oramai a guerra finita, vista la resa dei tedeschi, isolati da tutto e tutti, si recarono dalla Cantoniera della Presolana a Rovetta. Qui deposero le armi e pattuirono un accordo con un’autoproclamata sezione del CLN. L’accordo era quello di essere consegnati alle autorità del Regno o agli alleati per essere regolarmente processati ed avere tutte le garanzie riconosciute ai prigionieri di guerra. Oltre al sottotenente, firmarono il parroco Don Bravi ed il maggiore Pacifico, membri del CLN. I soldati vennero trasferiti nei locali della scuola del paese che, in quel momento, era stata adibita a luogo di reclusione. Fernando Caciolo, sul disarmo volontario, ebbe a dire: “Ci accingemmo, con profonda amarezza, a deporre le armi. Cosa che feci anche io mentre le lacrime mi riempivano il viso e mi sentivo umiliato e indifeso”.

Le cose, però, non andarono come era stato pattuito: la notte seguente arrivarono i garibaldini della 53esima brigata nota come Tredici Martiri, i giellisti della brigata Camozzi ed i democristiani delle Fiamme Verdi. I giovani vennero prelevati di forza, caricati su due camionette e portati al cimitero locale. Fernando Caciolo, di cui è riportata una frase ad inizio articolo, riuscì a fuggire prima di arrivare a destinazione, per poi trovare protezione da Don Bravi, che tre mesi dopo lo farà tornare ad Anagni, terra natale dell’allora 16enne.

I “partigiani”, una volta giunti al cimitero, prepararono due plotoni. In quel momento, il sottotenente Panzanelli mostrò loro il documento firmato il giorno prima. Il foglio, però, venne strappato dalle sue mani e calpestato, tra le risate macabre degli esecutori. Qui, 43 dei 46 giovani della Tagliamento, furono giustiziati senza processo e senza alcuna condanna, se non quella di essersi trovati dal lato sbagliato della barricata. Panzanelli tentò in tutti i modi di salvare i suoi legionari, proponendo addirittura che fosse solo lui a dover andare a morire: la risposta furono calci e sputi, ennesima umiliazione criminale. Del resto, lo sappiamo: per i garibaldini il valore del sacrificio non è mai esistito.

Il più anziano del gruppo era proprio Panzanelli, che aveva solo 22 anni. Il più giovane, invece, era Carlo Banci, di soli 15 anni. L’ultimo ad essere assassinato era Giuseppe Mancini, di 20 anni. Per quest’ultimo fu riservato il trattamento più orripilante: fu costretto ad assistere a tutte le esecuzioni dei suoi commilitoni perché i garibaldini scoprirono che era il figlio di Edvige Mussolini, sorella di Benito. Mancini, nonostante tutto, andò incontro alla morte con grande onore, mostrando il petto, intimando loro la scarica finale. I 3 ragazzi graziati, invece, furono risparmiati per la loro visibilissima giovane età, ed erano Cesare Chiarotti di 14 anni, Sergio Bricco di 15 e Enzo Ausili di 16.

Poco dopo l’inizio dell’articolo ho specificato che Rovetta venne “ufficialmente liberata” il 1 maggio 1945. La frase non è stata messa lì a caso e vi spiego subito il perché: nel 1946 fu aperto un procedimento penale in cui erano indagati i responsabili della strage, tra cui Paolo Poduje, capo della 53esima brigata e ritenuto il maggiore responsabile dell’eccidio. La sentenza del Tribunale di Bergamo, che arrivò nel 1951, fu oscena: venne dichiarato che non si doveva procedere nei confronti degli imputati, poiché il fatto avvenne tre giorni prima della liberazione della città, quindi non costituiva un crimine di guerra ma una semplice azione bellica. Esattamente: i giudici di Bergamo non ritennero un crimine uccidere 43 ragazzi disarmati ed in attesa di giusto processo.


Elenco dei ragazzi giustiziati (fonte Istituto Nastro Azzurro):

ANDRISANO Fernando, anni 22

AVERSA Antonio, anni 19

BALSAMO Vincenzo, anni 17

BANCI Carlo, anni 15

BETTINESCHI Fiorino, anni 18

BULGARELLI Alfredo, anni 18

CARSANIGA Bartolomeo Valerio, anni 21

CAVAGNA Carlo, anni 19

CRISTINI Fernando anni 21

DELL’ARMI Silvano, anni 16

DILSENI Bruno, anni 20

FERLAN Romano, anni 18

FONTANA Antonio, anni 20

FONTANA Vincenzo, anni 18

FORESTI Giuseppe, anni 18

FRAIA Bruno, anni 19

GALLOZZI Ferruccio, anni 19

GAROFALO Francesco, anni 19

GERRA Giovanni, anni 18

GIORGI Mario, anni 16

GRIPPAUDO Balilla, anni 20

LAGNA Franco, anni 17

MARINO Enrico, anni 20

MANCINI Giuseppe, anni 20

MARTINELLI Giovanni, anni 20

PANZANELLI Roberto, anni 22

PENNACCHIO Stefano, anni 18

PIELUCCI Mario, anni 17

PIO VATICCI Guido, anni 17

PIZZITUTTI Alfredo, anni 17

PORCARELLI Alvaro, anni 20

RAMPINI Vittorio, anni 19

RANDI Giuseppe, anni 18

RANDI Mario, anni 16

RASI Sergio, anni 17

SOLARI Ettore, anni 20

TAFFORELLI Bruno, anni 21

TERRANERA Italo, anni 19

UCCELLINI Pietro, anni 19

UMENA Luigi, anni 20

VILLA Carlo, anni 19

ZARELLI Aldo, anni 21

ZOLLI Franco, anni 16

 

Intervista a Fernando Caciolo:

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