L’ombra del vincolo di mandato nell’oligopolio gialloverde.

di Stefano Musu.

Con la fine del mese di maggio pare che la primavera sia pronta a sbocciare anche in questo (travagliato) inizio della XVIII Legislatura, visto che sembra ormai imminente l’affido dell’incarico di formare il governo al nome di garanzia designato dal tandem gialloverde targato Di Maio-Salvini. Un governo che nascerà sulla falsariga del parlamentarismo, dove le forze politiche hanno saldato il patto non sulla comune volontà di presentarsi uniti agli elettori, ma sull’unione degli intenti (e dei numeri) al fine di evitare un ritorno alle urne. Eppure, nonostante il patto sia nato su questa logica, al contrario degli scenari costruiti nella cd. Prima Repubblica, non possiamo ignorare che il Contratto di Governo fa sorgere alcuni dubbi sulla liceità dello stesso e sugli effetti dei quali potrebbe essere produttivo.

Infatti, nel contratto siglato dal segretario del Carroccio e dal capo politico dei pentastellati, si legge come i parlamentari dei rispettivi schieramenti saranno sostanzialmente legati da un vincolo di mandato anomalo, sottoposto sia alla volontà negoziata contrattualmente ex ante dai due leader, che dalle eventuali valutazioni future affidate in primis al Consiglio dei Ministri e, in caso di conflitto, rimandate ad un Comitato istituito ad hoc per dirimere le eventuali controversie in un periodo di tempo “non inferiore ai dieci giorni”. In sostanza i parlamentari eletti nelle liste della Lega e dei 5 Stelle avranno mani e piedi legati nel poter svolgere il loro mandato “nell’interesse esclusivo della Nazione”  in luogo della ratio imperium sviluppata da un numero ristretto di persone riunite attorno ad un tavolo.

Questa logica, pare evidente, solleva più di qualche dubbio sulla Costituzionalità di tale previsione, e dunque sulla relativa capacità di produrre effetti giuridici validi, visto che sembra violare il dettato della Carta la quale, all’articolo 67, recita “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Il parlamentare non può quindi, nella nostra tradizione costituzionale, essere considerato come un mero esecutore di ordini imperativi discendenti da una volontà superiore, bensì egli ha il diritto di esprimere, senza che alcuno gli chieda conto in qualsiasi modo, la propria opinione e di votare secondo coscienza i provvedimenti sottoposti all’attenzione della Camera della quale è parte.

Occorre, a questo punto, avviare una breve riflessione in merito al sistema elaborato dalla Carta a partire dal ‘48. La forma di governo è stata pensata dai Padri Costituenti come un elaborato sistema di “check and balance”: dove ha luogo l’esercizio di un potere esiste anche un corrispettivo contrappeso volto a bilanciarlo. È così per il governo, il quale viene pensato per essere controllato direttamente dal Parlamento il quale accorda la fiducia e può altresì revocarla in qualsiasi momento; similmente il parlamento è sottoposto alla volontà del corpo elettorale allorché, chiamato alle urne, decide se confermare (e in quale misura) la forza politica designata; ancora, il Presidente della Repubblica viene eletto a maggioranza qualificata dal Parlamento riunito in seduta comune (organo straordinario a composizione speciale, non assimilabile alla semplice somma delle Camere singolarmente riunite) e responsabile penalmente di fronte allo stesso organo speciale (riunito in funzione giudicante) se dovesse essere avviata la questione dell’Impeachment.

In un siffatto quadro risulta attualmente difficile individuare il “contrappeso” circa la previsione del Contratto di Governo di vincolare e far soggiacere i parlamentari che formeranno la futura maggioranza allo stesso negozio giuridico e alla volontà futura del Consiglio dei Ministri.

Da anni l’istituto parlamentare risulta essere compresso dalla (logica, a parere di chi scrive) necessità di maggiore celerità decisionale dell’Esecutivo e degli indirizzi politici scaturenti dal Consiglio dei Ministri, per questo sarebbe utile avviare una seria e profonda riflessione sull’urgenza di modificare la Costituzione in senso semi-presidenziale: così facendo sarebbe il corpo elettorale ad eleggere direttamente il Presidente della Repubblica e il relativo governo, senza dover incorrere all’utilizzo di artifici pericolosi perché non preventivamente previsti e normati dalla Carta.  Ciò che appare quantomeno curioso è che le forze politiche che hanno siglato questa clausola contrattuale in maniera pattizia, siano gli stessi che hanno abbondantemente basato le proprie fortune elettorali sulla critica di un Parlamento reso progressivamente inerme da esecutivi frutto di volontà diverse da quella popolare. I 5 Stelle, ad esempio, resero celeberrima la volontà di voler “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”, per rendere quella dignità perduta nell’epoca del maggioritario. Sembra che gli apriscatole si siano rotti e abbia vinto la convenienza della logica della conservazione artificiosa del sottovuoto.

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