Ai posteri l’ardua sentenza

di Emanuele Guido Vigna.

Le deformazioni istituzionali della fantomatica “terza Repubblica”, alla quale inneggia Luigi Di Maio con un fare smanioso che tradisce la frenesia di assicurarsi uno spiraglio nella storia repubblicana, rappresentano, a mio avviso, il prodromo del completo distacco dal senso civico ed etico dello Stato.

Esiste una provvidenza, di natura prettamente politica, che elimina dallo scacchiere del potere, senza alcuna pietà, le pedine mosse da spavalderia e presupponenza e la precedente legislatura ci ha fornito l’ennesima dimostrazione a riguardo.

Eppure le forze politiche, nostro malgrado troppo sovente, sembrano non avvedersi – o più semplicemente non curarsi – del fatto che i consensi siano mutuamente passeggeri e che un eventuale 40% di essi, nella migliore e remota delle ipotesi, non autorizzi comunque a mettere in discussione la più intima essenza dell’apparato statale. Non si è rottamatori – a patto che convenga esserlo davvero – o innovatori ad ogni costo tendo le mani in tasca durante l’inno nazionale e non intonandone neppure un verso, soprattutto se si riveste il ruolo di terza carica dello Stato e si partecipa ad una cerimonia istituzionale di natura solenne. Il comportamento è agghiacciante in relazione al fatto che la memoria del magistrato Giovanni Falcone, vittima di mafia e martire della debolezza delle istituzioni, è stata celebrata con distacco e indifferenza da colui che al massimo grado le rappresentava durante la commemorazione.

Ma questa è solo una delle ultime storpiature istituzionali, almeno in ordine cronologico,  con cui si è aperto il sipario della tanto acclamata Terza Repubblica, se così verrà ricordata; partiamo dunque ab origine tralasciando, nell’analisi, ulteriori dietrologie politiche.

La formazione delle camere della XVIII legislatura è avvenuta sulla base del Rosatellum bis, la legge elettorale votata da PD, Lega e Forza Italia nell’ultimo anno di legislatura, in netta contravvenzione al codice di buona condotta siglato dal Consiglio d’Europa nel 2003 . Il Rosatellum, inoltre, presenta alcuni profili di plausibile incostituzionalità e pertanto si appresta, con molta probabilità, a seguire la nefasta scia tracciata dal Porcellum e dall’Italicum, sui quali la Corte Costituzionale si è espressa rispettivamente nel 2014 e nel 2017.

Il primo punto a cui è opportuno fare riferimento riguarda il principio di omogeneità e libertà del voto ( quest’ultima prevista ex art.48), che viene sostanzialmente violato tramite l’unione in unico circuito – e difatti in unica scheda elettorale – di due sistemi elettorali, proporzionale e maggioritario, distinti e separati, rendendo i seggi proporzionali delle vere e proprie entrate secondarie per i candidati bocciati dagli elettori all’uninominale, grazie alla possibilità delle pluricandidature.

Un secondo dubbio sulla legittimità costituzionale del Rosatellum si ha in relazione all’introduzione di una soglia di sbarramento determinata su base nazionale anche per il Senato, sebbene tale organo, secondo la previsione dell’art.57, sia eletto su base regionale.

Tuttavia, al di là dei problemi di natura più teorica, si sono verificati degli scenari quantomeno bizzarri in relazione alle disposizioni sulle coalizioni, alle cui liste era concesso di mantenere leader e programmi autonomi. Si pensi ad esempio al caso di Desenzano del Garda, dove Maria Stella Gelmini (FI) è stata eletta alla Camera grazie alla copiosità dei voti ottenuti dalla Lega e poi nominata capogruppo del proprio partito: essendo ora Forza Italia all’opposizione, si troverà da subito a contrastare la volontà degli elettori leghisti, grazie ai quali ha appunto ottenuto il seggio e in barba alla coerenza dell’eventuale introduzione del vincolo di mandato, anch’esso fino a prova contraria, incostituzionale.

Proseguendo nell’analisi è impossibile non soffermarsi a riflettere sul contratto di governo, estraneo alla nostra esperienza politica ma necessario ad evitare le elezioni anticipate perché, com’è ragionevole dedurre, a seguito della formazione delle camere ci sono almeno 945 persone che le osteggiano con veemenza.

In uno scenario a dir poco intricato siamo comunque finalmente giunti alla nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri, anch’egli snaturato delle sue funzioni e del proprio ruolo: l’art. 95 ci ricorda che “il Presidente deve dirigere la politica del governo ed esserne responsabile”, concorrendo alla determinazione della linea politica nazionale ed internazionale. Tale previsione appare, nella fattispecie, del tutto stravolta: si ha un Premier di natura meramente tecnica in un governo fortemente politico e indubbiamente populista, estraneo alla redazione del contratto e necessariamente vincolato da esso.

Sulla sua persona poi innumerevoli ombre, che nella “Terza Repubblica”, quella del candore e dell’onestà, non possono che tramutarsi in tenebre.

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