Caso Uva, tutti assolti. La giustizia vale anche per le divise. Il Poliziotto Empirio: «Oggi è un grande giorno dopo 10 anni di inferno»

Di Elena Ricci

Due settimane fa, Il sostituto procuratore generale di Milano Massimo Gaballo, aveva chiesto la condanna a 13 anni per i due carabinieri Paolo Righetto e Stefano Dal Bosco e una condanna a 10 anni e sei mesi per i poliziotti Luigi Empirio, Pierfrancesco Colucci, Francesco Barone Focarelli, Bruno Belisario e Vito Capuano.
Le accuse erano quelle di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona, a seguito dell’arresto di Giuseppe Uva, l’artigiano varesino arrestato nel giugno del 2008 e morto il mattino seguente a causa di un arresto cardiaco. Gli imputati erano già stati assolti in primo grado dal tribunale di Varese, sentenza poi impugnata dalla procura generale di Milano.
Secondo l’accusa, Giuseppe Uva sarebbe morto a causa di ‘una violenta manomissione sulla sua persona’ scaturita dal suo trasferimento coatto in caserma. I principali artefici, dunque, sempre secondo l’accusa, sarebbero stati i due carabinieri, mentre i poliziotti – per i quali è stata chiesta una pena minore – avrebbero commesso delle omissioni.
Oggi, dopo circa 4 ore di camera di consiglio, è giunta la sentenza d’appello che conferma in pieno la sentenza di primo grado: gli imputati sono stati tutti assolti.

“Non voglio che vadano in carcere ma che si spoglino della divisa che portano”. Questa fu il 23 maggio, durante l’udienza d’appello, la richiesta di Lucia Uva. Un risarcimento simbolico di 1 euro per capo di imputazione, a patto di togliere la divisa ai poliziotti e carabinieri imputati.
Così non è stato. La difesa degli imputati ha sempre sostenuto che quella sera di giugno del 2008, non vi fu alcun atto di violenza. L’accusa – secondo i difensori – sarebbe stata gonfiata in vista della spettacolarizzazione che ha fatto da cornice a quello che possiamo catalogare tra i cosiddetti “processi mediatici”.
Tra questi ad esempio, il Caso Cucchi e il Caso Narducci di Cesena, che vedono coinvolti appartenenti alle forze dell’ordine, esposti al pubblico ludibrio con un corredo non indifferente di ingiurie e minacce di morte, come avvenuto per un carabiniere imputato nel caso Cucchi, la cui foto in costume da bagno fu diffusa su facebook da Ilaria Cucchi, alla quale per solidarierà, si unì appunto Lucia Uva divulgando sui social la foto di uno dei poliziotti accusati per la morte del fratello.
«Oggi è un grande giorno dopo 10 anni di inferno. La giustizia esiste. Solo io ed i miei 7 colleghi sappiamo cosa significa essere torturati per 10 lunghi anni… solo chi ha purtroppo vissuto questo calvario, può capire, il resto è ‘fuffa’, ma noi siamo uomini prima di essere poliziotti e continueremo ad andare sempre a testa alta con onore» è il commento di Luigi Empirio, uno dei poliziotti accusati e di cui Lucia Uva diffuse la foto sui social.

Empirio ringrazia pubblicamente gli avvocati, la questura di Brindisi presso la quale è in forza, Gianni Tonelli, deputato Lega ed ex segretario Generale del Sindacato Autonomo di Polizia, da sempre schierato in prima linea contro i processi mediatici ai danni delle divise.
«Grazie anche a quella parte politica pulita che checché se ne dica, nonostante le avversità che in questi giorni attanagliano l’Italia, è sempre stata non dalla nostra parte, ma dalla parte della verità».
Vi starete chiedendo il perché di un titolo come questo: “La giustizia vale anche per le divise”.
Dopo dieci anni di gogna mediatica, strumentalizzazioni politiche e comparse televisive senza il benché minimo rispetto della presunzione di non colpevolezza sancita dall’articolo 27 comma 2 della Costituzione, la giustizia conferma l’innocenza degli imputati.

Questo dimostra che campagne mediatiche contro le divise e sentenze pronunciate dai social ancor prima che dalle aule di giustizia, come avviene per esempio sulla pagina facebook di Ilaria Cucchi, non riusciranno mai e poi mai ad insabbiare la verità. Al massimo potranno rafforzare le tesi di quella fetta di opinione pubblica ideologizzata o, essere utilizzate come ha fatto a suo tempo l’ex senatore Luigi Manconi, per promuovere e presentare disegni di legge come quello sul reato di tortura che, anziché introdurre una pena esemplare per chi commette reati di tale gravità, altro non è che un vero e proprio strumento per ammanettare le forze dell’ordine a discapito della sicurezza e in favore dei professionisti del disordine pubblico, manifestanti violenti e centri sociali. Forse la nuova classe dirigente che si augura certa sinistra.

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