Criminali contro la famiglia tradizionale: il caso Forteto

di Alessio Valente.

“Se faccio un giorno di galera, io faccio lo sciopero della fame e vado a morire”. Così dichiarava al telefono Rodolfio Fiesoli, ai suoi interlocutori, Parenzo e Cruciani, durante una diretta de “La zanzara”. Benché pluricondannato, però, Fiesoli è ancora vivo e in salute. La sua storia è stata al centro di vicende giudiziarie particolarmente recenti, pur venendo da molto lontano.

I suoi attacchi alla famiglia tradizionale iniziano ad arrivare già ai tempi della parrocchia, frequentata con gli amici, per poi concretizzarsi nell’esperienza della comunità “Il forteto”, che proponeva, appunto, la sostituzione della famiglia “classica “con una, vaga, famiglia “funzionale”: uomini e donne non sposati, e non genitori, avrebbero cresciuto i bambini in difficoltà ospitati dalla comunità. A distanza di anni, però, la verità è emersa: nella comunità venivano perpetrati atti di violenza e abuso sessuale, con veri e propri metodi degni d’essere chiamati “tortura”.

La loro idea di famiglia proveniva, a detta dei capi del Forteto, dalla visione di don Milani, un parroco ed educatore, morto a metà degli anni sessanta, che ha avuto modo di far parlare di sé, attirandosi anche accuse di pedofilia, fra cui le più note sono quelle di Walter Siti, autore del romanzo “Bruciare tutto!”, che proprio a don Milani si è ispirato per scrivere il suo protagonista: un prete pedofilo di nome don Leo. “All’ombra ferita e forte di don Milani”, è la sua dedica. Le accuse, però, verranno poi “smorzate”, se non totalmente ritrattate, dallo stesso autore.

La comunità-lager, è stata definita, in una sentenza del duemilaquindici, “un’esperienza drammatica, per molti aspetti criminale, retta da persone non equilibrate, con seri disturbi dell’affettività e della sessualità; un’esperienza caratterizzata da regole assurde, crudeli, che quel gruppo di ragazzi che si era lasciato ammaliare dal Fiesoli e dall’ideologo Goffredi alla fine degli anni ’70 aveva finito, per varie ragioni, per sposare o, comunque, per accettare, pagando un prezzo altissimo in termini di formazione della personalità e di autonomia e dalla quale soltanto alcuni, con enormi sacrifici, sono riusciti ad affrancarsi”.

Vicende che emergono, con prepotenza, a più di trent’anni dal loro svolgimento, rompendo un muro fatto di silenzi, omertà e complicità che ha protetto i protagonisti e il loro sistema. Perché, da quanto emerso, di un vero e proprio sistema si trattava, quello del Forteto, per ottenere l’affidamento di minori, per lo più disabili. Sistema che ha permesso a Fiesoli di guidare la comunità anche dopo le condanne ricevute, a metà degli anni ottanta, per violenza sessuale, corruzione di minorenni e maltrattamenti. Come può un uomo giudicato di reati tanto gravi rimanere a capo di una struttura simile? Con la scusa di una magistratura conservatrice e bigotta, che vuole solo attaccare delle idee “rivoluzionarie”.

Ma la protezione di parte del mondo istituzionale ai membri del Forteto va addirittura oltre: Bruno Vespa, dopo aver condotto una puntata speciale sulla questione, in cui apprezzava il concerto di tutte le forze politiche a far chiarezza, ha rivelato di aver subito forti pressioni volte a proteggere il nome del “Forteto” dall’impeto della verità e lo sdegno. Rivelazioni che il giornalista ha ribadito anche alla commissione d’inchiesta della regione Toscana. “Non ci fu ‘una’ telefonata, ma una serie di telefonate, di avvertimenti, perché non si pronunciasse nemmeno il nome del Forteto.”, disse.

Il pm Ornella Galeotti, invece, ha avuto a dire, a maggio duemilaquindici, che “per alcuni decenni in Toscana si è verificato un fenomeno rispetto al quale le leggi dello Stato hanno subito una sospensione”. Nella sentenza definitiva, infatti, sarà considerato “incomprensibile” il sostegno dei vertici del tribunale dei minori e la teoria secondo cui la comunità sarebbe stata l’oggetto di un complotto delle “forze conservatrici della società”.

Parole che avrebbero potuto passare inosservate trent’anni fa, ma che oggi risuonano con diversa entità proprio a causa della guerra guerreggiata che le forze “progressiste” dichiarano in continuazione al mondo più conservatore e tradizionale, spesso con atti di provocazione o, addirittura, violenti.

Una “esperienza drammatica” di cui è bene non sottovalutare la portata ideologica, poiché il “modello educativo” propagandato, per mezzo di testi e convegni, fu utilizzato proprio per giustificare gli abusi e le violenze perpetrati e per ottenere fondi e minori da accogliere nella struttura. Ancora, dalle sentenze, leggiamo che i giovani ospitati “dovevano dunque diventare persone dedite al lavoro in via continuativa, disponibili ad accettare il confronto di genere, a liberarsi dalla materialità e dalla negatività che la famiglia tradizionale, il rapporto di coppia e la relazione eterosessuale comportavano, secondo il pensiero unico dominante”.

Una ideologia ben strutturata, dunque, che dopo trent’anni di silenzi e assensi è divenuta, o rischia di divenire, proprio, lei stessa, il pensiero unico e dominante. La vicenda del Forteto è molto vasta e difficile da raccontare, proprio per la sua portata. Alcune cose sono emerse, altre continueranno a farlo. Non osiamo immaginare cosa emergerà, invece, fra trent’anni, dalla realtà dei giorni nostri. Sempre che la verità, in futuro, potrà avere ancora posto nel nostro mondo.

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