Il futuro del Peronismo

di Giuseppe Palazzo.

Nel 2018, quel vitale e rivoluzionario movimento argentino, figlio e sintesi della sensibilità anti-imperialista sudamericana e della Terza Via elaborata in Italia, appare scarico, mite, finito. Il volto e il genio del Peronismo fu Juan Domingo Peron. Egli fu al potere dal 1946 al 1955, per poi essere rieletto nel 1973 fino alla morte un anno dopo. Quel movimento “socialista nazionale” negli anni dopo Peron dovette rielaborare se stesso affrontando e dirimendo i propri rapporti interni, che videro consolidarsi in particolare l’ala del peronismo conservatore e quella più di “sinistra” del socialismo nazionale. L’eredità fu presa e portata al potere dai coniugi Kirchner, Nestor e Cristina, che hanno segnato la storia dell’Argentina degli ultimi decenni.
2018: la situazione è critica. Il Presidente argentino odierno si chiama Maurizio Macrì. Il Peronismo, rielaborato nella versione Kirchnerista, ha avuto una serie di sconvolgenti batoste negli ultimi anni. Se la sconfitta di Daniel Scioli, delfino di Cristina, nelle elezioni del 2015 è stato una luce rossa, il tonfo nelle legislative 2017 è stato una catastrofe. Già negli ’80 il Peronismo si trovò di fronte alla necessità di risorgere, e risorse grazie a una forte opera di modernizzazione; dunque se vengono comprese le difficoltà odierne, anche oggi sarà possibile tornare forti nella scena politica.

1. Il Kirchnerismo ha fallito. Il movimento peronista si basa sulla sua capacità di contenere nel suo perimetro tutti e tutto. Va oltre la collaborazione di classe, giunge alla sintetizzazione ideologica e politica di forze differenti, riporta a unità disperse speranze politiche, dando la possibilità a tutte di contare, di fare la forza del Peronismo, di riportare la voce del popolo, senza veti ed esclusioni. Questo è il metodo che ha fatto la fortuna del Peronismo. Il Kirchnerismo non è la sintesi del tutto, ma è una parte del tutto; e se una parte va al potere, le altre saranno schiacciate. Dunque se il kirchnerismo vince, il Peronismo perde per un 50% e vince per l’altro 50; non è abbastanza.
2. Leadership: Da Peron a Menem ai Kirchner, il Peronismo ha sempre avuto qualcuno capace, nel bene o nel male, d’impersonificarlo. Oggi manca di personalità.
3. Pragmatizzare la sua complessità: è forse la sfida più difficile. Essendo votato da differenti forze e sensibilità sociali, dare una linea politica chiara, decisa e verosimile, senza lasciar nessuno per strada, è straordinariamente arduo; ma nei cambiamenti reali, i politici peronisti devono dire come e che cosa risolvendo le contraddizioni del proprio elettorato. Ciò è dovuto soprattutto ai cambiamenti della società argentina. Con la modernizzazione si è giunti ad una naturale eterogeneizzazione della base sociale. Lavoratori, disoccupati, ceto medio, mondo delle imprese, mondo finanziario, settore pubblico e privato. Ogni posizione sociale si proietta in una differente visione politica e ideologia. Se dire ciò che il Peronismo deve fare è tremendamente difficile, si potrebbe dire ciò che non deve fare: imitare il Macrismo, arroccarsi sugli interessi di una parte della società, promuovendo la distruzione di tutti gli altri.

Da questa considerazione arriviamo all’immediato presente, in cui l’Argentina del neoliberista Macrì ha venduto l’anima della Nazione al Fondo Monetario Internazionale, prestiti economici in cambio del sacrificio di vite e speranze umane. Meccanismo già visto in Argentina. Le privatizzazioni folli e il cambio fisso pesos-dollaro decisi da Menem (peronista venduto) e il prestito richiesto da De La Rua hanno portato al saccheggio totale della ricchezza reale dell’Argentina in nome dell’economia aperta e alla fuga in aereo del Presidente per non essere linciato. L’avvio di Macrì non si discosta di un millimetro da quelle politiche. Dunque il Peronismo deve imporre una linea sul punto: più diritti sociali, meno assistenzialismo; più interventismo statale, meno privatizzazioni; più controllo governativo per evitare gli avvoltoi internazionali che già volano sulle teste degli argentini.

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