Verso l’abbattimento della élite sessantottina.

di Manuel Di Pasquale.

È bello aprire Facebook e vedere rosicare la generazione post-sessantottina nella sua interezza. È bastato poco, veramente poco, per far uscire il lato idiota di quelle persone che si credono colte ma ripetono a pappardella quei soliti e banali slogan che vengono riferiti loro da professori, baronetti, compagni et similia. Così, col vittimismo finto accademico, ci rimproverano del “fascismo perenne”, che dobbiamo aprire i porti, che siamo insensibili e ignoranti. Sbraitano perché hanno capito che il privilegio beffardo di cui si sono avvalsi, quello di ergersi a paladini della giustizia e della verità, sta cadendo dalle loro mani.

La banalità del bene – per rimarcare il titolo di un articolo del mio amico Andrea – sta finendo. Banalità del bene, perché si preferisce dire qualche “strappa storia lacrime” invece di analizzare la realtà, di comprendere il sentimento di decine di milioni di italiani.

Siamo sempre stati un popolo caloroso, accogliente. Forse anche stupidi, ma di sicuro non siamo fessi: ad un certo punto il troppo stroppia, quindi iniziano ad alzarsi cori di “no”, di padronanza, di rinascita. L’empatia spesso viene associata all’intelligenza, non si sa per quale motivo. In realtà, però, Darwin ci ha insegnato che sopravvive chi si adatta, non il più empatico. Porte spalancate, chinare il capo, prenderlo in quel posto con dolcezza non sono sinonimi di intelligenza, come la generazione dei millenials, mossa dalle fila dei dinosauri sessantottini, vuole credere, ma corrispondono all’essere venduti, incapaci, irreali, al dare aria al nulla. Una generazione che è stata fomentata dal mondo accademico perché segue corsi in “scienze delle merendine”, per poi apostrofare l’umile gente del lavoro con epiteti quali “analfabeta funzionale”. In questo caso, io parteggio per gli “analfabeti funzionali”: contadini, muratori, saldatori, impiegati, operai, ecc… sono da sempre il motore pulsante della nostra nazione.

I finti accademici scendono in piazza per l’apertura dei porti, perché tutti ambiscono alla “medaglia del buono”. Fortunatamente, mano a mano iniziano a costituire una minoranza. Non capiscono perché la maggioranza delle persone sia favorevole alla chiusura dei porti, dei confini, alla salvaguardia dell’interno, quindi i soliti noti la attaccano con epiteti poco gentili.

Dobbiamo dirlo: i “centri del sapere”, le scuole e le università, non formano coscienze, perché quelle si sviluppano altrove: è molto più formativo sopravvivere, permettere ai propri cari di avere da mangiare, che leggere libri smielati e con una retorica insopportabile. Non attacco la letteratura, ci mancherebbe, ma quella branca malata che da 50 anni vuole ergersi a nuova rivoluzione, quando in concreto rappresenta il nulla cosmico, perché diciamolo chiaramente: dai salotti non sono usciti nuovi D’Annunzio. Non manca empatia all’umile gente del lavoro, ma semplicemente capisce ed ha capito a cosa stiamo andando incontro con la logica delle frontiere aperte: disperati che, involontariamente, fanno parte di più meccanismi, che significano scontri socio-culturali, guerre salariali e nuovi affari malavitosi.

La convivenza forzata tra più culture non ha mai funzionato, in special modo tra culture diverse e/o millenarie: nemmeno negli USA, poiché negli Stati Uniti gli indigeni hanno perito all’arrivo dei “nuovi”.

Guerre salariali, perché i disperati sono e saranno disposti ad accettare qualsiasi retribuzione economica, specialmente in quest’epoca di crisi e disoccupazione, quindi con la svalutazione del prezzo della manodopera generale.

Affari malavitosi, che sono costituiti o da cooperative pronte ad incassare sulla pelle degli immigrati tramite contributi statali, quindi indiretti, oppure con i “migranti” che rischiano di diventare manovalanza per i clan criminali, quindi diretti.

Se non altro, questa situazione sta risvegliando una coscienza nazionale, di comunità, di unione tra le masse popolari. Ed è qui che speriamo che ciò si risolva nel superamento del beffardo ideale sessantottino in luogo di una nuova “rivoluzione”, non solo intellettuale, ma che sia “strapaesana”, gagliarda e goliardica, ironica e iconica. Morale, che insegni anche agli “accecati erasmusiani” il valore di essere, prima di tutto, italiani. Perché da 50 anni, tramite l’imbecillimento forzato e del “vietato vietare”, non si sono formate menti pensanti, ma saccenti che hanno occupato luoghi, posti, banchi di potere, istigati da una certa superiorità culturale che non hanno e nessuno ha attribuito loro. E quindi, tremano, si lamentano su internet, sui giornali, in televisione, scendono in piazza – anche se ora sono in pochi – perché hanno capito che il loro castello di cazzate si sta sgretolando.

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