Francesco Cecchin: ancora “presente!”

di Chiara Soldani.

Qual è il confine fra “uomo” ed “eroe”? Fra “truce assassinio” e “morte d’onore”? È una linea labile, questo confine. Un filo sottile, nell’ago della storia. Come quella degli anni di piombo, macchiati da cameratesco sangue: distillato puro dell’Idea. Tante le vittime: lista interminabile, ad oggi incompiuta. Tanti i giovani, fedeli a modelli di virtù: e per questo, puniti. Eliminati. Uccisi. Ma “gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Come le sue, di idee. Come le sue, di tensioni morali. Questa la storia di Francesco Cecchin.

Nasce a Nusco, Francesco. È il 1961. Ha folti capelli e lo sguardo fiero: profondi occhi, che brillano nel viso dei puri. Militante del Fronte della Gioventù, sarà questo il suo destino: il filo rosso della vita, il filo rosso della morte. È il ’79, una notte di maggio inoltrato. Il nostro ragazzo “dagli occhi profondi” viene investito: due persone, su una Fiat 850. Anzi no: due vili, assassini, conigli. Travolgono Francesco che, poco dopo, verrà trovato in un cortile condominiale. Gravemente ferito: inizia l’agonia.

Perché Francesco, prima, viene percosso. Picchiato. Malmenato chissà come, per ridurlo così: come un cencio stropicciato. Scaraventato, poi, da un parapetto. Nel quartiere Trieste di Roma. Diciannove giorni di coma: poco più della sua giovane età. Spezzata, in eterno. Non come la sua memoria: intatta, per sempre. Quel 28 maggio maledetto, Francesco affiggeva manifesti del suo politico “credo”: era con amici. Di lì a poco, s’infiamma la lite con attivisti del PCI. L’oggetto del contendere, è il tabellone elettorale. Presente anche il segretario della sezione di via Montebuono, Sante Moretti. “Tu stai attento. Perché se poi mi incazzo ti potresti fare male…”: ecco cosa disse l’allora segretario, secondo le testimonianze dei ragazzi presenti.

Quella stessa sera, primo punto di cucito col “filo rosso della morte”, Francesco era uscito a cena con la sorella ed un amico. Riconosciuto, da quella Fiat 850, viene inseguito. Tenta invano di depistare, quei conigli assassini. Lo troveranno e la storia, ahinoi, è ben nota a tutti. Verrà ritrovato, poi. Ma già privo di conoscenza. Nessun testimone poté fornire dettagli più chiari. Purtroppo, è il risultato quello che conta.

Passano, inesorabili ma stabili, quei diciannove giorni. Senza speranza, né miglioramenti. Si chiude maggio ed arriva giugno: il 16, l’ago smette di cucire: muore Francesco, ma non la sua “Idea.
“Caduta accidentale”: questo tentarono di far credere. Occultare la verità: qualcosa di consueto, anche oggi. Nei nuovi anni di piombo, mediatici e social-i, scanditi da moralismi radical chic e dal “pensiero unico”: che è uno shock. La scomparsa di Cecchin è disumano assassinio (materiale) e morte d’onore (spirituale). Come nel “Seppuku” dei Samurai: una tortura fisica immane, nella preservata morale virtù. Francesco è stato sì ucciso: ma non le sue idee, il suo moto di vita, il suo esempio cristallino. “Semper adamas”, lui è: adamantino, come il diamante. Brillante ed inscalfibile, dallo “Spirito del tempo”.

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