L’ALBA DI SIGONELLA: CRONACHE DI UN’ITALIA SOVRANA

di Manuel La Placa
‘ Nella vicenda di Sigonella io allora difesi il principio di sovranità nazionale. Pensavo all’Italia come ad una Nazione con tutti i suoi diritti, e non come ad una Italietta”
Bettino Craxi
Il nome, il cognome e la mente attorno a cui ruotano, nel bene e nel male, i destini dell’Italia degli anni ’80 e della prima metà dei ’90.
Anche gli eventi storici ed il fato, del resto, ci hanno messo il loro zampino.
Sulla cosiddetta ”crisi” di Sigonella sono state scritte decine di saggi, di editoriali che sarebbe qui superfluo richiamare.
Quel che riaffiora in superficie, in realtà, da quelle lontane notti di ottobre del 1985 è molto vicino, anche se non pienamente sovrapponibile, a quanto accaduto di recente con la vicenda Aquarius.
Tutto ciò che ha gravitato attorno a Sigonella, aeroporto militare e base NATO in Sicilia, non fu certo privo di strascichi, tuttavia segnò in profondità il ruolo internazionale dell’Italia dell’epoca.
L’elemento più interessante, sul piano storico, è che in concreto nessuna delle conseguenze della condotta italiana entro tale vicenda ha minimamente compromesso l’esistenza del nostro Stato: la crisi che si spalancò all’interno dell’Esecutivo Craxi tra il Presidente del Consiglio ed il Ministro Spadolini, filo-palestinese il primo ed atlantista il secondo, si riassorbì direttamente in Parlamento con la conferma della fiducia al Segretario del P.S.I
D’altro canto, dalle tensioni tra l’Italia e gli U.S.A. di Ronald Reagan non scaturirono effetti realmente irreparabili sullo scacchiere internazionale, che vide la nostra Nazione fare un balzo in avanti in termini di immagine ed autorevolezza, pur con tutti i problemi che la attanagliavano.
Sono ben diciassette, infatti, i giorni di durata temporale delle vicissitudini che hanno coinvolto l’Achille Lauro, nave da crociera italiana dirottata a cinquanta chilometri al largo di Port Said, in Egitto, da parte di un nucleo armato palestinese di quattro uomini, riconducibile ad una corrente minoritaria e filo-siriana dell’OLP.
A bordo, ci sono 545 persone: 201 passeggeri di nazionalità svizzera, italiana, tedesca, austriaca e americana; 344 uomini dell’equipaggio.
I dirottatori pretendono la liberazione di almeno cinquanta compagni incarcerati in Israele, minacciando in alternativa l’uccisione dei passeggeri, iniziando da quelli americani.
Il Governo italiano, all’epoca a guida pentapartitica (P.S.I.-DC-PRI-PSDI-PLI), si adopera immediatamente per evitare degenerazioni e per isolare il nucleo terroristico dalla scena mondiale.
Vengono quindi allertati e coinvolti i Governi di Egitto, Giordania, Siria, l’OLP guidata da Arafat e soprattutto gli U.S.A.
Craxi, pur preparato al riguardo, almeno in un primo momento rifugge l’ipotesi di un intervento militare, tentando un approccio diretto con i dirottatori, ed è proprio a questo punto che l’Esecutivo di Reagan inizia ad impuntarsi.
Inizia infatti a circolare la notizia della presunta morte di due passeggeri americani: gli U.S.A. minacciano un imminente intervento armato, anche in solitaria, che manderebbe in fumo il progetto italiano di evitare la messa in pericolo di tutti i passeggeri.
Il Capo del Governo italiano riesce a contenere l’irruenza statunitense ed al contempo si appoggia ad Arafat il quale, inviati a dirigere le operazioni risolutive due negoziatori di sua fiducia, Abu Abbas ed Hani el Hassan, riesce a far rientrare la Achille Lauro in acque antistanti l’Egitto, pur subordinando il completamento delle operazioni a gesti di distensione, nei confronti della propria Organizzazione, da parte di Stati Uniti ed Israele, chiedendo il diretto intervento di Craxi nel merito.
Quest’ultimo rifiuta nettamente ma nonostanteciò la nave viene infine liberata dalla presenza del commando armato.
Ai quattro dirottatori viene conferito un lasciapassare, subordinato all’accertamento di assenza di fatti di sangue a bordo della Lauro, che li avrebbe condotti sotto la giurisdizione di Arafat.
Proprio in quel momento si scopre l’assenza, a bordo della nave, di Leon Klinghoffer, passeggero americano ucciso e gettato in acqua dai quattro dirottatori.
Lo scenario vacilla in modo preoccupante, dense nubi iniziano a formarsi di fronte ad una rapida risoluzione della vicenda.
Il lasciapassare non ha più alcuna valenza, con Craxi intento contemporaneamente a pretendere dall’Egitto l’estradizione in Italia dei quattro palestinesi per sottoporli a processo innanzi all’autorità giudiziaria italiana, nonché ad assolvere il gravoso compito di avvertire le Autorità Statunitensi dell’omicidio di Klinghoffer.
Il Governo Egiziano, invece, ordina di caricare il commando su un Boeing 737, assieme ad un proprio ambasciatore ed agli stessi Abbas ed el Hassan, affinché rientrino sotto la giurisdizione dell’OLP.
Nel mentre, la reazione americana è repentina quanto poco lucida: una risoluzione del Consiglio Nazionale della Sicurezza delibera un intervento aereo che intercetti il Boeing e porti in territorio statunitense i dirottatori. Dalla Portaerei U.S.S. Saratoga decollano quattro F-14 Tomcat.
Il Boeing 737 viene dirottato e la meta scelta per un atterraggio immediato a seguito del quale svolgere la cattura è proprio Sigonella, operazione decisa dagli U.S.A. unilateralmente, senza avvertire le Autorità italiane, con Craxi contattato soltanto a fatto compiuto.
Alle 00.15 della notte tra l’11 ed il 12 ottobre 1985, sulla pista di Sigonella atterrano nell’ordine il Boeing 737, gli F-14 e due C-141 Lockheed Starlifter dei Navy Seal carichi di effettivi e pronti a prelevare i palestinesi ed a portarli negli U.S.A., in assenza di alcun accordo con il Governo italiano.
Sul posto si fronteggiano gli incursori americani e cinquanta effettivi italiani tra avieri VAM e componenti dei Carabinieri.
La tensione sale al culmine, il rischio di uno scontro armato è altissimo.
Reagan, pur in assenza di legittimazione, pretende la consegna dei terroristi.
Craxi, impassibile, non cambia la propria posizione: l’omicidio di Klinghoffer è avvenuto a bordo di una nave battente bandiera italiana, la sovranità e la giurisdizione appartengono all’Italia e spetta all’Italia processare i responsabili.
Alle 5.30 il Governo italiano ordina al Gen.Bisogniero di far intervenire sul posto i blindati dell’Arma ed ulteriori unità di rinforzo, a circondare i Navy Seal ancora armati sulla pista.
Il messaggio giunge forte e chiaro: sul territorio italiano non si passa, non sono ammesse ingerenze politiche e giurisdizionali in violazione del diritto internazionale da parte di nessuno, tantomeno da parte degli U.S.A.
Reagan cede, ordina ai propri reparti di rientrare.
I quattro dirottatori vengono incarcerati a Siracusa.
Fatti del genere, ormai inghiottiti nel buio di un ottobre di tanti anni fa, rimangono a testimonianza di una delle più avvincenti vicende italiane, una parentesi in cui il nostro Stato ha saputo, a torto o a ragione, ripristinare il rispetto nei propri confronti del principio di sovranità nazionale e territoriale.
A volte, prima di autoconvincersi che qualcosa non si può fare, basterebbe guardarsi indietro per scoprire che magari si tratta di qualcosa che si è già stati in grado di compiere.
Basta solo volerlo vedere, e non dimenticarsene.

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