Riotta “vigila” sulle fake news. Ma chi vigila sul suo operato?

di Manuel Di Pasquale.

Spesso e volentieri si parla di declino del giornalismo italiano, perché al giorno d’oggi siamo poco provvisti di analisti e commentatori veramente abili. È desolante vedere come dall’avere un Indro Montanelli, maestro di molti, man mano si sia scesi di livello. Montanelli che, a sua volta, ebbe un altro grande maestro: Leo Longanesi.

La lista di giornalisti non propriamente competenti è lunga, veramente lunga, ma non sono qui per fare liste di proscrizione.

Oggi, parlerò di Gianni Riotta. Classe ’54, palermitano di nascita, anche se in età adulta sarà naturalizzato statunitense. Riotta iniziò la sua prima collaborazione con Il Manifesto a soli 17 anni. Poi, una lunga carriera, divisa tra testate nazionali ed internazionali: La Stampa, Corriere della Sera ma anche New York Times e Le Monde, solo per citarne alcune. Al momento scrive maggiormente per La Stampa. Il 27 dicembre 2000 fu insignito del titolo di Grande Ufficiale della Repubblica.

In questi mesi, Riotta, sta perdendo definitivamente il suo tocco, a causa di numerosi errori, gaffes e notizie false. Non si sa se in buona o cattiva fede, ma la troppa “negligenza”, chiamiamola così, sta attirando parecchio odio nei confronti del giornalista.

La cosa che più fa incarognire internauti ed elettori, però, è che Riotta fa parte del Gruppo di alto livello per la lotta alle fake news, una élite di 39 esperti nominati dalla Commissione UE per arginare la disinformazione in rete. Quindi, la persona che dovrebbe essere la prima a dover vigilare sulle notizie false, è una tra le prime a lanciarle. Oltre a ciò, anche giudizi molto parziali ed ai limiti del surreale.

Prendo in considerazione 4 casi eclatanti, del solo 2018, in cui Riotta non ha dimostrato la sua maestria:

1) Bufala sul sequestro dei telefonini in Russia. Riotta, in un tweet, ha dichiarato che per i Mondiali le autorità russe stavano sequestrando i cellulari ai dissidenti di Putin. A ciò ha risposto l’Ambasciata Russa in Italia, chiedendo lui la fonte di questa notizia. Riotta risponde con un link che indirizza al Moscow Times, ma che cita una sentenza in cui si prevede il sequestro, anche senza mandato, per chi pubblica materiale eversivo o incitante all’odio. Il gestore della pagina dell’Ambasciata gli fa notare che quel link cita un’ordinanza che non ha nulla a che vedere con il “despota Putin”, ma che riguarda la lotta al terrorismo. Riotta, però, non si perde d’animo e dice che la notizia è confermata da un corrispondente dell’Ansa in Russia, tal Mattia Bagnoli, con quest’ultimo che non riprende alcuna notizia o esperienza personale ma cita come fonte il Moscow Times, cioè la stessa indicata da Riotta. In molti fanno notare questa cosa a Riotta, ma a quanto pare il giornalista non demorde;

 

Link all’articolo del Moscow Times:  Police Can Confiscate Phones Without a Criminal Prosecution

Bagnoli, la fonte di Riotta. Da notare quel “Se poi avviene o meno altro tema”

2) La figuraccia sull’art. 1 Cost. ad Agorà. È l’11 maggio 2018 e Riotta è ospite al celebre programma di Rai 3. Il professore Antonio Rinaldi parla di sovranità popolare, ricordando quanto sancito dall’art.1. Riotta, però, irrompe prepotentemente nel discorso dicendo che si sta facendo disinformazione, dicendo che l’art. 1 Cost. dice solo che “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Tutti in studio lo riprendono, persino la conduttrice Serena Bortone.

3) Le offese a Longanesi. In un tweet, Riotta ha dichiarato: “Leggendo i toni del cosiddetto contratto Lega-5Stelle torna in mente il movimento Strapaese, con cui un secolo fa giornalisti come Longanesi difendevano un’Italietta anti europea, anti americana, chiusa solo su se stessa. Non funzionò allora, vedremo adesso”. In questo delirio, non si sa cosa sia peggio: l’offesa ai “giornalisti come Longanesi”, cioè a grandi maestri, oppure quel “Italietta”, usato come spregiativo per il nostro paese;

4) Non spiegazioni sulla questione siriana. Sempre Twitter, che pare essere il canale preferito dal giornalista: “Quelli che vi spiegano il raid in #Siria con il petrolio e le pipeline sono in ritardo di circa 70 anni. Ragazzi, questo è il XXI secolo, sveglia”. Ora, inutile entrare nel merito della questione siriana, ma prendiamo le risposte di Riotta alla sua provocazione: “Volentieri mi segua e leggerà” detto ad un utente e “ricordo la pipeline che sarebbe stata costruita a Kabul nel 2001 dopo l’invasione, dotti editoriali, i disegni, bla bla bla”. Giudicate voi.

 

Ora, tutto ciò è accaduto solamente negli ultimi due mesi. Se chi deve vigilare sulla disinformazione si comporta così, viene spontaneo porsi una domanda: chi vigila sul suo operato?

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