Carnera: l’italiano che faceva tremare il ring

di Manuel Massimiliano La Placa.

”I pugni si danno, i pugni si prendono. Questa è la boxe. Questa è la vita. Ed io nella mia vita ne ho presi tanti di pugni, veramente tanti…Ma lo rifarei, perché tutti i pugni che ho preso sono serviti a far studiare i miei figli”

Primo Carnera
Poche, semplici righe che racchiudono l’essenza di una vita intera. Una delle poche dichiarazioni attribuite ufficialmente alla ”Montagna che cammina”.
L’esistenza di pochi personaggi, nella storia, è riuscita a riflettere in modo così profondo lo spirito italiano.
La strada percorsa da Carnera  è fatta di sacrificio, di fame, di privazioni ma soprattutto di battute d’arresto, di delusioni, alternate tuttavia a scintille d’estasi, soddisfazioni cristalline ed improvvise, non estese quanto le zone d’ombra ma talmente intense e pregne di significato da valere un frammento di eternità.
Questa è la storia di un Italiano, messo al mondo all’inizio del Novecento a Sequals, capace di arrivare in vetta al mondo, prima di fare ritorno a casa.
Questa è una storia di pugilato, l’arte nobile, capace di innescare lo spirito guerriero più profondamente insito nello spirito dell’uomo, pur mantenendolo rigidamente confinato nei canoni della disciplina e del rispetto delle regole, marchiate a fuoco nei secoli di una specialità per pochi, antica quasi quanto l’alba di questo vecchio mondo.
Carnera nasce a quaranta chilometri da Udine, in Friuli, e vi rimane fino quasi a vent’anni sperimentando una gioventù non dissimile da quella di tanti suoi contemporanei in tutta Italia: miseria, con un padre attento a badare alla propria famiglia lavorando ma costretto a rinunciarvi per la chiamata alle armi nella Grande Guerra, così come il giovane Primo è costretto a rinunciare agli studi.
In cambio, il destino gli riserva un avvenire incerto, avvelenato e solitario.
La storia ci dice che nel giugno del 1919 il gigante del Friuli è costretto a spostarsi in Francia: l’animo di Primo, a dispetto della mole, è pacato e pacifico, il suo unico intento è quello di trovarsi un lavoro, financo umile, che gli permetta finalmente di condurre un’esistenza normale e di uscire dall’oscurità sperimentata fino a quel momento.
Inizia quindi a lavorare in un’impresa di un parente e poi, ”scoperto” tra il pubblico di uno spettacolo locale, viene ingaggiato in un circo, che ne sfrutta le doti fisiche come attrazione.
Con il senno di poi, sembra quantomeno azzardato pensare che quel Signor Nessuno, che lotta contro la fame e si esibisce nei circhi con improbabili nomi d’arte, da lì a qualche tempo sarebbe diventato una leggenda della boxe.
Già, perché durante il periodo trascorso con la compagnia circense e nonostante qualche sparuta esperienza nel settore, sperimentata a livello dilettantistico qualche anno addietro, Primo al pugilato non ci pensa nemmeno: il nuovo lavoro non ne nobilita le capacità, ma gli consente di vivere e sopravvivere certamente meglio di prima.
Ecco perché, quando i suoi ”scopritori” Paul Journée e Leon Sèe gli propongono una carriera da pugile, inizialmente rifiuta, restìo ad imbarcarsi in un mondo che nemmeno conosce.
Infine, di lì a poco, cambia idea e, dopo una sequela di primi incontri disputati in giro per l’Europa, finisce per imbarcarsi nel vero senso della parola, salpando per gli Stati Uniti quando il 1929 volge al tramonto, portandosi dietro i fantasmi della prima guerra mondiale e del Giovedì Nero.
Carnera disputa oltre venti incontri tra gli States e l’Europa, alternando vittorie a sconfitte, tra le quali svetta senz’altro quella del 1931 a New York contro Jack Sharkey, ex campione del mondo dei pesi massimi, da poco detronizzato dal tedesco Max Schmeling.
Nel 1932 cambia manager, affidandosi a Luigi Soresi.
E’ proprio a questo punto che la carriera di Primo giunge ad una svolta: viene infatti designato, al netto di quanto dimostrato sul ring, come sfidante per il titolo mondiale.
Ironia della sorte, il campione in carica da battere è proprio Jack Sharkey, riuscito a tornare al comando dopo la rivincita con Schmeling.
Come qualsiasi altro sport, anche il pugilato vive di spettacolo, di emozioni e di trame ben costruite.
Carnera è pressoché alto due metri, sorretti da almeno centoventi chili di potenza, è Italiano, viene dalla fame ed è un self-made man: l’uomo perfetto, al momento giusto, per essere inserito in una lotta al titolo mondiale. Del resto, non è forse l’America la terra che concede a tutti una possibilità di ”sfondare”?
Tutto sembra filare per il verso giusto, e del resto le capacità e la forza erculea dimostrate da Carnera ne legittimano pienamente le aspettative.
Tuttavia, proprio ad un passo dal sogno, è ancora una volta il destino a metterci lo zampino e a far vacillare l’avvenire di Primo.
Nell’incontro preliminare a quello per il titolo, infatti, se la dovrà vedere con Ernie Schaaf, un peso massimo statunitense che si è confrontato già per ben due volte con Max Baer, dal quale ha subìto una brutta e pesante sconfitta, che lo ha segnato fisicamente.
L’incontro con Carnera, svoltosi il 10 febbraio del 1933, passa alla storia per la sua drammaticità.
Atterrato due volte al tredicesimo round dall’italiano, Schaaf perde l’incontro per K.O. e non si rialzerà mai più.
Primo è scosso, stravolto, sconvolto: la morte di Ernie ha creato un solco profondo, ricolmo di amarezza e di sensi di colpa nel suo animo. Un baratro tetro e buio, insormontabile.
Decide di ritirarsi dalla boxe.
Seguono giorni concitati tra manager e conoscenti che si sforzano di convincere il gigante a cambiare idea.
Imprevedibilmente, però, è proprio la madre di Schaaf a confortare Carnera, infondendogli quell’assoluzione morale di cui il Nostro aveva bisogno per rilanciarsi e senza la quale, molto probabilmente, mai più sarebbe risalito sul quadrato indossando i guantoni.
Il giorno presumibilmente più importante della vita di Carnera arriva il 29 giugno 1933 al Madison Square Garden di New York, di fronte a quasi cinquantamila persone.
Primo ha l’occasione di scrivere la storia a suon di pugni, l’occasione di riscatto di una vita intera, così come di un popolo intero, quello italiano, che in Patria lo segue con la sua stessa tensione ed apprensione negli stessi istanti.
Di fronte a sé, finalmente, trova Jack Sharkey, al quale dovrà strappare la corona del titolo mondiale.
Ben presto la tensione lascia spazio al battito del cuore, il rombo sordo dell’organo nel petto esplode nelle orecchie, ovattando il frastuono del pubblico.
Il sudore si unisce al sangue in una macabra danza avvolgente, mentre l’adrenalina esplode nelle vene dettando movimenti meccanici, emozionati ma anche inflessibili.
Già alla prima ripresa, imprevedibilmente, Sharkey è al tappeto, pur rialzandosi poco dopo.
Il match inizia a prendere il largo, ma nell’aria l’orologio del destino ha iniziato a battere i suoi rintocchi, profetizzando nella testa e nell’anima di tutti i presenti l’epilogo di quel confronto serrato.
Al sesto round ecco che Carnera atterra di nuovo il campione, conteggio.
Sharkey si rimette ancora una volta in piedi.
La tensione si accumula pesante nel petto.
La sequenza dura meno di qualche secondo, Carnera sfodera un montante che coglie l’avversario in pieno volto.
Questa volta per Sharkey è black-out totale.
Primo Carnera, ventisette anni da Sequals, diventa il primo campione del mondo italiano dei pesi massimi.
Bisognerà attendere il 1989, con il grande Francesco Damiani trionfante su Du Plooy, per rivederne un altro.
A quel punto, Carnera diventa un personaggio pubblico: eroe nazionale ed icona in Patria, costruendosi un nutrito seguito anche negli U.S.A.
Oramai noto a tutti come il ”Gigante di Sequals”, nell’ottobre del 1933 mette in palio, a Roma, la propria cintura contro Uzcudun, spagnolo campione d’Europa.
Pur senza stravincere per K.O., Primo emerge ai punti e cumula il titolo Europeo a quello Mondiale.
Segue un’altra difesa del titolo, ancora vittoriosa.
Quel che avviene dopo, è probabilmente ciò che porrà fine alla carriera del gigante, almeno nelle sue aspirazioni più alte.
Il 14 giugno del 1934, infatti, ancora al Madison Square Garden se la deve vedere con Max Baer, un temibile e velenoso peso massimo in piena ascesa, nonostante la stazza nettamente inferiore a quella di Primo.
Carnera subisce l’avversario dall’inizio alla fine, viene atterrato almeno due volte entro la prima metà del match e si sloga una caviglia.
Si riprende durante la fase centrale dell’incontro, ma appare chiaro a tutti che la buona stella dell’italiano sembra essersi eclissata.
Tra la nona e l’undicesima ripresa si consuma l’inevitabile: Primo subisce plurimi atterramenti e viene sconfitto per K.O. tecnico.
Cala improvvisamente il sipario su una ascesa fino a quel momento praticamente inarrestabile.
L’ultimo incontro degno di nota, pur contornato da una nuova serie di incontri vittoriosi, è quello del luglio del 1935 contro un certo Joe Louis, astro nascente del pugilato mondiale.
Primo, più vecchio e logoro dell’avversario, non ce la fa e soccombe al sesto round.
Chiude la carriera due anni più tardi, nel 1937, a soli trentuno anni.
Nel 1939 si sposa e decide che è arrivato il momento di costruirsi una famiglia, dopo tanti anni di spostamenti e di ”botte da orbi”.
Nel 1945, a guerra finita, rientra in Italia ma non vi rimane a lungo: già dal 1946 ritorna negli U.S.A. esordendo nel wrestling, settore nel quale conquista il titolo mondiale ed in cui rimane fino al 1963, prendendo parte nel frattempo a numerosi film.
Al netto di ogni cosa, finalmente Carnera è riuscito a costruirsi ed a conquistarsi quella serenità che aveva sognato fin da ragazzo.
Un presente placido, che stride con la vita condotta da Primo fino a quel momento.
Una pace che, purtroppo, è destinata a non durare a lungo: già malato di diabete, attorno alla metà degli anni ’60 gli viene diagnosticata una grave forma di cirrosi epatica.
Con poco tempo ancora da trascorrere su questa terra, nel 1967 Carnera rientra con la moglie ed i figli definitivamente a casa, in Italia, nella sua Sequals.
Il fisico erculeo di Primo, che non ha mai ceduto sotto il peso della durezza della vita e dei pugni degli avversari sul ring, cessa di esistere il 29 giugno del 1967, esattamente a trentaquattro anni di distanza dalla conquista di quel titolo mondiale che lo consegnerà per sempre alla Storia.
Il tabellino di Carnera parla di 103 incontri ufficiali disputati, di cui 76 vinti per K.O.
Il ritratto che ci rimane, alla conclusione di questa esaltante cronistoria, non è soltanto quello di un italiano che riuscì in una grande impresa.
Siamo di fronte ad una testimonianza per l’avvenire, tutta italiana: i grandi traguardi, di qualunque genere, sono raggiungibili da chiunque abbia la costanza, la tenacia e l’umiltà di volersi aggrappare con amore disperato alla vita, cogliendola nel senso più puro.
Ha poca importanza il tempo di arrivo, se il percorso è accidentato, se le origini sono umili e se lungo il sentiero non compare nessuno pronto a tendere la mano in soccorso.
Primo è l’esempio che traccia la via, indica che quella strada è percorribile fino in fondo nonostante tutto, da soli e con le sole proprie forze.

Proprio in questo, e per questo, Carnera fu pienamente, disperatamente Italiano.


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