Almerigo Grilz: echi di guerra da un fronte irredento

di Manuel Massimiliano La Placa.

La mia Patria è là dove si combatte per la mia Idea

J.Evola
Trieste rapisce per l’aura sognante che la avvolge.
Per la limpidezza del mare, il calore del Sole, i rilievi e la bellezza delle architetture che la avvolgono.
Intrappolata in un mondo di vetro, perenne oscillazione tra la tradizione austro-ungarica, le influenze dell’Est ed un sentimento pienamente italiano, a tratti indipendentista.
Un luogo affascinante e malinconico allo stesso tempo, assorbito in vicende secolari eroiche e tragiche, capace di rievocare la durezza della vita con la stessa velocità con cui la Bora ne sferza gli inverni rigidi e agrodolci.
È proprio qui che nel 1953 nasce Almerigo Grilz, nella punta estrema di un’Italia che vive al confine con la Jugoslavia di Tito, immersa in un clima di costante apprensione palpabile nell’aria e nell’anima.
Quasi per un segno del destino, Grilz fa sua una visione della vita che si oppone strenuamente alla brama dagli occhi rossi che vive a pochi chilometri da lì, al confine con la Cortina di ferro.
È a malapena un adolescente quando a Trieste, nel 1966, scoppiano le proteste operaie e sociali contro il piano CIPE di razionalizzazione della cantieristica, con sottese chiusure e con il depotenziamento dell’Arsenale di San Marco.
Sono tuttavia gli anni ’70 dell’Italia del piombo e del terrore quelli che vedono un Grilz pienamente impegnato a muovere i primi passi in politica, portavoce delle idee e delle speranze di una intera generazione.
Trova un porto sicuro nel Movimento Sociale Italiano, militando nel Fronte della Gioventù con convinzione pur conservando una sua visione delle cose ben chiara.
Nel 1975 si schiera apertamente contro il Trattato di Osimo, accordo segreto e tenuto nascosto da Roma, con il quale avviene la definitiva cessione alla Jugoslavia dell’Istria.
Nonostante l’ingresso e l’occupazione con la forza di Fiume e della Dalmazia italiane nel 1945, con le conseguenze chiamate Foibe, a Tito viene fatto un ulteriore “regalo” in cambio di una presunta presa di distanze dall’U.R.S.S.
L’Italia, infatti, cede territorio senza chiedere nulla in cambio e senza tener conto del destino degli esuli e dei relativi beni, da tempo espropriati.
Frattanto, cresce in Almerigo la passione  per la scrittura, per i reportage e per la corrispondenza, che decide di trasformare in una vera e propria professione, parallela all’impegno politico.
Fonda a Trieste l’Albatross Press Agency assieme a Fausto Biloslavo ed a Gian Micalessin, svolgendo soprattutto la funzione di corrispondente di guerra.
Nel 1982, alle elezioni Comunali di Trieste, viene eletto Consigliere nelle fila del M.S.I., carica che mantiene fino al 1985 e dalla quale si dimette per poter svolgere meglio il proprio lavoro.
Nel frattempo, i suoi reportage hanno eco mondiale: senza fronzoli, in prima linea dove romba il fuoco delle armi, dove la vita si mescola tragicamente alla morte. Ritto su quella sottile linea invisibile che segna il confine di un altro mondo, quello della guerra e della contrapposizione degli ideali.
Alla notorietà dei suoi lavori all’estero, non corrisponde un eguale apprezzamento in Patria: la sua appartenenza al Movimento Sociale diviene un elemento di discriminazione umana e professionale per la quasi totalità dei giornali italiani che lo mettono praticamente al bando.
Noncurante, Almerigo prosegue per la sua strada e lo troviamo in Libano, Birmania, Angola, Filippine, Cambogia, Etiopia, Iran ed Iraq.
Giunge poi in Afghanistan, per un reportage sulla Jihad anticomunista locale.
Nel cuore, porta sempre con sé il sogno di un’Europa indipendente, libera, compatta.
È con lo stesso stato d’animo che nel 1987 si lancia nell’ennesima avventura, questa volta in Mozambico, nell’Africa Orientale.
C’è da seguire la guerra civile, che vede contrapposte le milizie regolari e gli anti-governativi del Renamo.
Almerigo, come sempre, è là: in mezzo al frastuono, alle esplosioni, al presentimento di morte a documentare, a ritrarre in volto la Guerra come una fiera indomabile, un universo in costante ed inarrestabile espansione.
È proprio in quel microcosmo che Grilz cessa di esistere, perdendosi nella nebbia della storia:una pallottola alla nuca tronca la sua anima ed il suo corpo a soli trentaquattro anni.
È il primo giornalista italiano del secondo dopoguerra a perdere la vita in prima linea.
In tutto il mondo la morte del Nostro viene ampiamente ricordata, con la dedica di pagine intere.
In Italia, prevedibilmente, all’evento vengono riservate poche righe:l’appartenenza missina di Almerigo è una macchia che per la stampa non può essere lavata o dimenticata nemmeno nel solenne momento della morte.
“Morto mercenario triestino”, così titola l’Unità nel commentare la sua scomparsa.
Quasi in risposta a un tale trattamento, il corpo di Grilz non farà mai ritorno in Italia.
Per volere della madre, si decide che Almerigo dovrà essere sepolto in Mozambico, dove la vita gli è stata strappata dal petto.
Ancora oggi, oltre la cortina dello spazio e lontano chilometri e chilometri dalla natale Trieste, all’ombra di chiome maestose riposa un Italiano che vi ha alfine trovato asilo.

Sono trascorsi trentuno anni, ma ancora oggi il nome di Almerigo Grilz ci riporta alla mente il soffuso richiamo di un mondo che impone, oggi più che mai, il coraggio di credere fino in fondo, ovunque esista anche soltanto una scintilla di speranza, un respiro da cui possa trarre alimento un’Idea in cui credere.


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