L’etica della medicina nel corso della storia

di Martina Vargiu.

I principi e i valori che, sin dall’antichità, hanno governato la pratica professionale della medicina (attraverso i giuramenti e i codici deontologici) obbligavano il medico ad agire sempre per il massimo beneficio del paziente, vietando qualsiasi intervento che potesse arrecargli danno o che andasse contro i valori morali prevalenti nella società.

“La sala è lùgubre;
dal negro tetto
discende l’alba,
che si riverbera
sul freddo letto
con luce scialba
Delitto! E sanguina
20 per piaga immonda
Il petto a quella!…
Ed era giovane!
Ed era bionda!
Ed era bella!”

Arrigo Boito è l’autore della poesia “Lezione d’anatomia”. Il testo è un sezionamento di un cadavere, una lezione di medicina e serve a mostrare gli organi di un uomo e una donna per far si che chi deve operare conosca il corpo. Si basa sul cambiamento di atteggiamento dell’autore. Inizialmente sembra che l’autore prenda di mira la medicina, la figura del medico che profana il corpo di una giovane donna. La ragazza è presentata come un fiore languente di poesia, come Silvia per Leopardi e sembra che la scienza non abbia pietà per lei. Questa decisione di sezionarla è un delitto, le inizia a sanguinare il petto; la scienza non ha rispetto non solo per la morte, ma anche per la bellezza. Il poeta era sdegnato da questo comportamento. La scienza aumenta i dubbi.

Nel Medioevo si fece strada il concetto pragmatico che la pratica della medicina fosse un privilegio che richiedeva formazione e abilità, e che quindi implicasse responsabilità, nonché il principio che il medico dovesse prendersi cura anche dei casi gravi o senza speranza, cosicché l’imperativo di prolungare la vita diventava una responsabilità medica. Con l’avvento del metodo sperimentale e l’emergere della figura del medico-ricercatore, ossia quando la medicina cominciò a disporre di trattamenti davvero efficaci e di un potente metodo di ricerca in grado di migliorare le conoscenze sulla funzionalità normale e patologica dell’organismo, le regole precedenti si rivelarono inadeguate a evitare la contaminazione ideologica della medicina e a rappresentare le ambizioni dei ricercatori a guadagnarsi un prestigio scientifico attraverso la sperimentazione sull’uomo.

L’evento “traumatico” che determinò una svolta nell’etica medica fu la scoperta dei crimini commessi dai medici nei campi di concentramento nazisti. Questi medici giustificavano la loro condotta immorale richiamandosi al dovere del medico di ubbidire, come gli altri cittadini, alle leggi dello Stato e al principio utilitaristico secondo il quale, durante un conflitto, la ricerca deve anteporre gli interessi della società a quelli del singolo.

“Al primo contatto […] siamo stati colpiti nel constatare che i medici tedeschi agivano tutti allo stesso modo con perfetto disprezzo della vita umana. Essi consideravano i deportati non come uomini, ma unicamente come ‘materiale umano’ […]. Essi facevano di tutto per farli lavorare più di quanto potessero resistere e li uccidevano con i sistemi più brutali, per sostituirli con altri, quando il rendimento era scarso”

Queste sono le parole del dottor Lettich, arrivato ad Auschwitz nell’inverno del 1943 insieme con altri medici che collaboravano con le menti malvagie dei kapò nei terribili esperimenti scientifici. L’ideatore, la macchina di sterminio, era Josef Mengele, nato il 16 marzo 1911 a Günzburg sulle rive del Danubio. La sua tesi di laurea trattava le differenze della parte anteriore della mandibola di sei “razze umane”.Con il ruolo di capitano diventò in breve il secondo medico del campo ed ebbe il soprannome di “angelo bianco” perché all’arrivo dei treni dei deportati che attendeva per selezionare alcuni di essi da ricoverare nelle stanze mediche, si presentava con un cappotto bianco che spiccava accanto alle scure uniformi dei soldati tedeschi.

Il suo urlo diventò proverbiale nei racconti dei sopravvissuti: “Zwillinge heraus!” (fuori i gemelli!) ed aveva tracciato una linea su un muro ad un metro e mezzo da terra, i bambini più bassi andavano direttamente alle camere a gas, quelli più alti li portava nelle sue camere selezionando saltuariamente gruppi di gemelli da avviare alle sperimentazioni. Mengele aveva a disposizione migliaia di soggetti da studiare, di potenziali cadaveri, di persone che i suoi superiori avevano chiamato topi.I gemelli lo ossessionavano, li misurava attentamente, eseguiva trasfusioni sanguigne incrociate, iniettava sostanze sperimentali per rendere azzurri i loro occhi. Un superstite racconta di due gemelli “cuciti” assieme nel dorso per studiarne le reazioni. Alla fine dell’esperimento i due bambini, ormai in condizioni pietose, furono riaffidati ai genitori, una coppia di zingari reclusi nel campo che li uccisero soffocandoli per evitare ulteriori sofferenze. I gemelli venivano fotografati, sottoposti ai raggi X e a una lunga serie di esami, alcuni dei quali dolorosissimi, quindi se ne provocava la morte repentina con una iniezione di cloroformio al cuore o con un colpo alla testa. I loro organi interni venivano poi attentamente studiati. Pare che circa il 15% dei gemelli sia stato ucciso in questo modo atroce, mentre molti altri decedettero durante le molteplici operazioni chirurgiche; nessuno di questi sembra sia stato ucciso nelle camere a gas. Alla fine della guerra, Mengele riuscì a sfuggire sia ai russi sia agli americani e, nel 1949, raggiunse con documenti falsi l’Argentina, sottraendosi così alla giustizia. A conclusione del processo ai medici nazisti – che si tenne a Norimberga tra il 1946 e il 1947 e si concluse con sedici condanne, di cui sette alla pena capitale – i giudici incorporarono nella sentenza un codice, che prese il nome di “Codice di Norimberga”, a garanzia dei diritti delle persone sottoposte a sperimentazione medica. In esso si stabilisce, tra l’altro, che è “assolutamente essenziale” il consenso libero e volontario di chi è sottoposto a sperimentazione e che “l’esperimento dovrà essere condotto in modo tale da evitare ogni sofferenza o lesione fisica e mentale che non sia necessaria” ; dovrà inoltre essere evidente il bene che se ne potrà ricavare per la società.
Nel 1937con l’ingiunzione del governo nazista ,quest’ultimo obbligava i professori con moglie ebrea a divorziare o abbandonare l’università . Così’ accadde allo psichiatra e filosofo tedesco Karl Jaspers. All’avvento del nazismo manifestò subito idee contrarie al regime e per questo venne allontanato dall’insegnamento universitario. Nel 1937 i nazisti gli imposero di scegliere tra il divorzio dalla moglie ebrea o l’emigrazione forzata. Jaspers rifiutò di divorziare e si ritirò a vivere come un recluso nella sua Heidelberg, dove i nazisti lo tollerarono soddisfatti di averlo ridotto ormai al silenzio.

“Che noi siamo ancora vivi, questa è la nostra colpa”.
Emise la sentenza sopra riportata,la quale non concede margini di innocenza. Tenne una serie di lezioni che avevano come oggetto «la questione della colpa».
“Il fatto che noi siamo sopravvissuti e viviamo, non lo dobbiamo a noi stessi; se oggi, con tutta la terribile distruzione in cui ci troviamo, possiamo godere di condizioni diverse, con tutt’altre prospettive, è qualcosa che non abbiamo raggiunto da soli e con le nostre forze. Non attribuiamoci una legittimità che non ci spetta.”

E voi invece che ne pensate? Si sa che nonostante le numerose morti le scoperte scientifiche e in campo medico sono state di fondamentale importanza e tutt’oggi ci basiamo su esse. In tal senso, può il fine giustificare i mezzi?

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