Cretinismo “intellettuale”

di Alessandro Soldà.

L’università dovrebbe aprire la mente e formare il senso critico dell’individuo; non dovrebbe essere teatro di scene di isteria collettiva politicamente corretta com’è successo in Gran Bretagna: nell’ateneo di Manchester i militanti del collettivo studentesco Student Union, che rappresenta gli universitari neri e asiatici, nei giorni scorsi hanno cancellato la poesia “If” di Rudyard Kipling scritta sui muri, per sostituirla con “Still I Rise” della poetessa afroamericana Maya Angelou, che viene vista come l’inno agli oppressi. L’accusa in contumacia rivolta al grande autore vittoriano sarebbe quella di essere uno sporco colonialista ed imperialista, dunque in una parola razzista. La condanna è senza appello: damnatio memoriae imperitura. È l’ennesimo caso di cretinismo intellettuale, l’ultimo in ordine di tempo cui stiamo assistendo: l’iconoclastia delle statue dedicate al genovese Cristoforo Colombo – etichettato come il primo colonialista e schiavista (senza ricordare che già ad Oriente gli arabi erano ben noti mercanti di schiavi) – negli Stati Uniti, o, sempre nel Regno Unito, il rifiuto di studiare i filosofi europei perché incitavano al razzismo o all’omofobia. O peggio ancora, la serie televisiva Troy in onda su Netflix in cui Achille assume, non si sa come non si sa perché, una colorazione decisamente poco achea, e decisamente più esotica. Pure in Italia non siamo al sicuro: in un recente articolo uscito sulla Rivista di Filosofia edita dal Mulino, la filosofa Roberta De Monticelli afferma con sicurezza che bisognerebbe ripensare alla posizione che Platone occupa attualmente nella storia della filosofia, in quanto il suo sistema filosofico, per cui – sostanzialmente – l’Idea renderebbe libera l’anima dal corpo-prigione, sarebbe un preludio all’Arbeit Macht Frei di novecentesca memoria, oltre al fatto che Martin Heidegger non dovrebbe essere considerato un filosofo, ma un mero sofista che non avrebbe portato nulla e niente di nuovo al pensiero occidentale, a causa del suo antisemitismo metafisico. Il politicamente corretto non colpisce con la sua (in)diretta censura gli scritti, i pensieri e le dichiarazioni a noi contemporanei; pure i classici e i grandi autori europei, americani e russi, se non allineati con il pensiero attualmente prevalente non possono essere al sicuro: rischiano l’infamante etichetta di razzisti, di omofobi, di xenofobi. E la storicizzazione, a braccetto con Vico e Gadamer, va a farsi benedire: non si legge più quel testo specifico, non si studia più quella figura storica, con gli occhi del tempo, tentando di indossare i panni e le strutture mentali dell’epoca; ma solamente con l’ideologia e la visione del mondo in vigore oggi. Un anacronismo alla rovescia, deleterio e fatale per la cultura. Dunque, dovremmo eliminare, anzi distruggere ogni libro, poema, affresco, Sacra Scrittura perché urterebbe la sensibilità di qualcuno o di qualche gruppo; ma cos’è la Cultura se non l’espressione del pensiero e dell’animo sì collettivo ma pure individuale? Il pericolo, se non si comprendono questi fattori, è la distruzione totale del patrimonio culturale in ogni sua forma e sembianza. La censura. La morte del pensiero. Se questo è il percorso tracciato, se questa è la strada che verrà intrapresa e seguita, tra qualche anno, amaramente, ci toccherà affermare: quod non fecerunt Barberini, fecerunt liberal.

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