Damnatio memoriae: cronaca di un morbo contemporaneo

di Pasquale Ferraro.

Giovanni Gentile, Martin Heidegger, Carl Schmitt, Gyorgy Luckacs, non sono soltanto i nomi di alcuni dei più importanti intellettuali protagonisti del secolo passato, imprescindibili maestri nei loro campi ancora oggi. Sono i simboli, le vittime di uno dei frutti più acerbi della cultura liberal-modista, dell’ostracismo intellettuale, di quella negazione infondata del diritto al riconoscimento, la condanna definitiva e non appellabile della propria opera.
Una Damnatio Memoriae che riduce tutto alle scelte politiche di questi grandi intellettuali, semplificando e appiattendo le ragioni che hanno portato questi grandi intellettuali a compiere una scelta di campo cosi marcata, scelte che hanno segnato la vita, in alcuni casi come Gentile ne hanno determinato la morte, e nella maggior parte dei casi la negazione della “grandezza intellettuale”.
Una sorte amara per menti cosi brillanti, per protagonisti cosi autorevoli di alcune delle più importanti conquiste del pensiero.
Quello che però non si fa mai, pardon, che non si vuol mai fare è una naturale ricostruzione storica delle ragioni di quelle scelte, che indubbiamente trovano ragione nelle teorizzazioni di questi pensatori, ma che non possono certo non essere distinte e valutate attentamente, senza un accurata contestualizzazione storica.
Giovanni Gentile, il più grande filosofo italiano del novecento, fu un fascista, visse da fascista e mori da fascista. Fu l’ideatore e il costruttore mattone per mattone dell’ideale fascista: di quella summa di “strutture e sovrastrutture che andranno a comporre l’ideologia fascista. Ma fu anche il maestro di innumerevoli filosofi, molti dei quali diverranno in futuro pilastri del pensiero comunista. A Gentile dobbiamo molto, e solo oggi, dopo aver per lungo tempo criticato la sua opera di politico-intellettuale, ci rendiamo conto di quanto si percepisca l’assenza di quell’equilibrio hegeliano che egli diede alla nostra scuola. Martin Heidegger fu un Nazista? Si, fu un autentico protagonista del regime? No, come non lo fu neppure Carl Schmitt, ma non assunse mai ruoli di responsabilità politica, eppure è ostracizzato come gli imputati condannati a Norimberga, Perché? Dall’uscita dei “Quaderni Neri” Heidegger è stato quasi accostato a Mengele o Eichmann. Perché un Intellettuale come Martin Heidegger aderì al nazional-socialismo? Forse perché il nazional-socialismo, cosi come riuscì ad emergere nelle anime disilluse, arrabbiate e umiliate del “fiero” popolo tedesco delle masse, fece anche breccia in intellettuali che credevano nella “Grande Germania”, forse perché prima di essere filosofi, pilastri del pensiero, furono prima di tutto uomini, che vissero la realtà del loro tempo, e ambirono ad altro. Accusateli di aver sognato, di aver ambito, di aver osato, ma non scagliate su di essi la rabbia repressa di una società di distruttori di icone.
Non possiamo parlare di teoria politica, di diritto costituzionale, di stato, di potere senza parlare del più grande giurista del novecento Carl Schmitt. Eppure quando talvolta si pronuncino i nomi di questi grandi pensatori si ha la sensazione, spiacevole, che lo si faccia con difficoltà come se de facto fosse ormai calata un onta tale da marchiare per sempre costoro.
Non è purtroppo un’attività “in diminuzione”, quella di porre in essere atteggiamenti atti ad ostracizzare il passato, le scene che provengono dai paesi anglo-sassoni, da oltre oceano soprattutto, rendono ancora più amari i commenti che ne possono derivare.
Tutte le cose, anche quelle più incomprensibili sono figlie del tempo, in cui furono dette o scritte. Oggi si è persa la misura storica, una comprensione in senso storicista dei fatti. Si processano opere monumentali, si cancellano brani e si abbattono statue.
Che differenza c’è fra il rogo delle vanità di Savonarola, il rogo dei libri dei nazisti e i liberal di oggi? Distruttori di statue, cancellatori di parole, somministratori di sentenze. Nessuna! Non si possono giudicare i pensatori, senza capire a fondo il periodo storico, la realtà storico-socioculturale in cui vissero e operarono.
Condannate l’uomo se ritenete che abbia errato, ma rispettate il pensatore, e il suo “pensato”.

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