Contro i cittadini del mondo

di Giuseppe Palazzo.

“Noi siamo uomini in quanto apparteniamo ad un popolo, a un passato”. Così scrive Leon Degrelle in “Militia”.
La retorica odierna di chi si traveste da cosmopolita e da “cittadino del mondo” è un atto d’ingiustizia verso sé stessi e verso gli altri. Verso sé stessi perché ci si espropria da soli della propria cultura, delle proprie radici e tradizioni, e di tutto quell’apparato umano che ci ricollega a qualcosa che sovrasta l’individuo hic et nunc, legandoci alla storia e allo spirito del nostro popolo. Il passato è la ricchezza nel cuore di ogni uomo, le radici sono il motivo per cui vuol la pena preservare i nostri valori e tradurli in azioni. Non si può essere cittadini del mondo semplicemente perché non si può interiorizzare dentro di sé, se non al prezzo di mostruose distorsioni commerciali, la cultura e il carattere nazionale di ogni popolo. O si accetta il proprio popolo e la propria storia o non si è più niente.
Questa retorica è un’ingiustizia anche verso gli altri. Nel momento in cui si conosce uno straniero la cosa più bella e sana che gli si può offrire è la propria ricchezza data dall’appartenenza a un qualcosa. Rinnegando il proprio legame ad un una salda specificità non si ha più nulla da donare, se non il poco che possediamo come esseri umani de-storicizzati e privati di quell’entità che trascende il solo individuo (che sia stirpe o Nazione) e ci moltiplica di valore. Quando si viaggia nei luoghi più esotici non andiamo alla ricerca di cittadini del mondo. Ciò che ci fa tornare migliori di prima è il relazionarsi alle persone del luogo che si portano sulle spalle, senza saperlo, millenni di storia e di tradizioni. Essi sono un’immensa ricchezza. Se così non fosse basterebbe recarsi all’aeroporto più vicino per credere di cogliere il massimo dalle relazioni umane. Il cittadino del mondo è il turista del mondo; è chi rinnega la propria profondità storica e culturale per una superficiale e commerciale curiosità verso l’estero, luogo indistinto in cui mai si è spinti a comprenderne davvero la natura, semplicemente perché non si comprende più la propria. Difatti è più ammirabile colui che ama la propria terra rispetto a chi privilegia ed elogia quelle altrui, in quanto non ci può essere empatia più forte di due cittadini di popoli diversi che riconoscono nell’altro lo stesso amore per una Terra ed una Patria.
Innestare la scoperta dell’altro su un retroterra già sicuro e fiero di sé permette di trarre una ricchezza ben superiore a chi vuol innestarla nell’abisso.

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