Benito Mussolini, il monello e lo studente

di Andrea Galtieri.

Ieri era il 29 luglio, data che ai più potrà non dire nulla, ma per chi ha certe idee sono due gli avvenimenti da ricordare: la creazione degli Arditi e la nascita di Benito Mussolini.

In quest’articolo tenterò di delineare una parte della vita del dittatore più amato dagli italiani: l’infanzia e l’adolescenza, fino ad arrivare all’inizio della sua militanza politica.

Benito Mussolini, il monello e lo studente

Benito Amilcare Andrea Mussolini nasce a Dovia, frazione di Predappio, in un vecchio casolare il 29 luglio 1883. Da Alessandro Mussolini, fabbro di professione ed attivista socialista con tendenze all’anarchia e Rosa Maltoni, maestra elementare, di buona famiglia della piccolo-borghesia della provincia di Forlì, insegnò prima in alcuni comuni della Romagna, poi a Dovia, dove conobbe Alessandro Mussolini e dove insegno al figlio Benito.

L’infanzia di Mussolini, dai 6 ai 9 anni, è costellata di violenza e risse, tra i suoi coetanei diventa subito il capobanda dei monelli di strada che imperversavano per le strade, le campagne ed i corsi d’acqua della zona.

Biografi come Beltramelli, quando, nel 1923, andarono per i paesini in cui era cresciuto il futuro Capo del Governo, riportarono testimonianze di un bambino dal carattere manesco, impulsivo e poco incline al dialogo.

Il De Begnac, biografo apologetico, lo descrisse come“provocatore, sempre desioso di fare a pugni, di gareggiare nella corsa e nella scalata degli alberi da frutto… che cerca la lotta per puro spirito agonistico e sempre vuol dominare, e quando vince vuol più del pattuito, e quando perde non vuol pagare la posta in gioco.”

Molto della storia della vita di Mussolini la si può comprendere dall’influenza che il padre ebbe su di lui, Alessandro Mussolini, di professione fabbro, membro attivo della politica socialista del suo paese, del quale fu anche prosindaco ed assessore. Fervente anticlericale, sostenitore di Andrea Costa, primo socialista eletto alla Camera dei Deputati, ma facente parte dell’ala anarchica, violenta e rivoluzionaria del Partito Socialista. Molti studiosi osservarono che nel socialismo del Mussolini padre non ci fu marxismo, ma solo populismo ed anarchismo. Egli definì il socialismo, il 10 febbraio 1891, in un articolo dal titoloChe cos’è il socialismo pubblicato sul giornale “Rivendicazione“: “la ribellione aperta, violenta e morale contro l’inumano ordine di cose attualmente costituite. È la scienza e l’excelsior che illumina il mondo. È la ragione che si impone alla fede. È il libero pensiero che si ribella al pregiudizio. È il libero amore che subentra al contratto legale. […] secondo noi il socialismo è una sublime armonia di concetti, di pensieri e d’azione che precede al gran carro dell’umano progresso nella sua marcia trionfale verso alla gran meta del bello, del giusto, del vero.”

In moltissimi aspetti dei discorsi del padre si possono capire certe posizioni del figlio, Benito, che cresciuto si unirà al Partito Socialista, anche grazie all’influenza delle idee paterne.

All’età di 9 anni, la madre, visti i trascorsi burrascosi, decise in opposizione alla volontà del padre, di mandare il figlio Benito in collegio. La scelta ricadde sui salesiani – non visti di buon umore dal padre anticlericale.

A settembre del 1892 Mussolini si trasferì in un collegio a Faenza, il cambiamento fu duro e dura era anche la disciplina impartita, si passò da uno scenario di totale impunità ad un ambiente rigoroso ed ordinato. Ancora più segnante fu, però, il diverso trattamento dei bambini in base alla condizione sociale di provenienza.

Al Ludwig, Mussolini riferì, quarant’anni dopo i fatti: “A tavola noi ragazzi sedevamo in tre reparti. Io dovevo sempre sedere in fondo e mangiare coi più poveri. Potrei forse dimenticare le formiche nel pane della terza classe. Ma che noi bambini fossimo divisi in classi, mi brucia ancora nell’anima.”

Passarono due anni in queste condizioni e ciò non fece che peggiorargli il carattere, già poco socievole, “siamo forti perché non abbiamo amici” dirà in seguito. Meditò anche la fuga dal collegio, per tornare a casa, nella totale libertà dalle costrizioni della scuola ecclesiastica. I due anni furono costellati da atti di indisciplina e di ribellione, tra punizioni, mancanza di calore affettivo ed imposizione della religione che sfociarono nell’accoltellamento alla mano di un compagno. Dopo questo atto venne minacciato di una retrocessione di due classi, ma che non ebbe luogo, alla fine.

Passate l’estate tra la quarta e la quinta elementare Mussolini venne iscritto alla quinta in un altro collegio, il “Giosuè Carducci” di Forlimpopoli, diretto dal fratello del poeta. Vi rimase per sei anni, fino al 1901, anno nel quale ricevette la licenza d’onore, dopo aver finito nell’istituto le elementari, i tre anni di istituto tecnico preparatorio ed altri tre anni di scuola normale. Questi anni furono più sereni per la formazione del carattere e la personalità – il rendimento scolastico migliorò e ci fu un solo incidente, meno grave dell’accoltellamento, ma che gli costò l’espulsione e la frequenza in qualità di esterno.

Come studente più volte dovette recuperare materie delle materie ad ottobre, ma in generale le prestazioni scolastiche furono abbastanza buone e in crescendo – riferisce lo storico De Felice – soprattutto in italiano, storia, geografia e pedagogia. Al Carducci venne descritto come vivace d’ingegno e pragmatico. I compagni di classe lo consideravano un “socialista”, anche se lui si definiva, piuttosto, un “individualista”; al collo sempre una cravatta nera, in contrapposizione alle cravatte rosse degli altri.

A 18 anni comincia a frequentare i circoli socialisti di Forlì e Forlimpopoli, non tanto per attivismo politico quanto per i balli domenicali con le ragazze; Sempre nel 1901, in occasione del 1º maggio, capitanò una protesta per il miglioramento della qualità del pane in collegio: risultato qualche banco distrutto, una barricata e l’istituto Carducci messo a soqquadro dai ragazzi. Nello stesso anno, alla morte di Giuseppe Verdi, fu dato a lui di tenere il discorso di commiato che precedeva una recita scolastica, le testimonianze dell’epoca riportano un discorso che poco aveva a che fare con la musica del compositore e molto aveva a che fare con la politica.

Questo episodio si può definire il primo passo in politica, l’«Avanti!» del 1º febbraio 1901 descrisse così il discorso: “Ieri sera il compagno studente Mussolini commemorava Giuseppe Verdi, pronunciando un applaudito discorso”. 

Spesso e volentieri, soprattutto all’ultimo anno di scuola, “evadeva” dal collegio per andare alle serate danzanti del circolo socialista di Forlimpopoli – in cui ogni tanto teneva dei brevi discorsi.

Insomma se dalla biografia della gioventù del futuro Duce non si immaginava una trama come quella che poi si è delineata, non c’è da stupirsi che si sia compiuta.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *