Espulsioni: strumento di tortura di Salvini e delle forze Sovraniste? Macché, sono poche e funzionano pure male

di Manuel Massimiliano La Placa.

Secondo una recente rilevazione ISPI tra il 2013 ed il 2017 l’Italia è riuscita a rimpatriare soltanto il 20% dei propri immigrati irregolari, mentre nello stesso periodo la Germania ne ha respinti per una quota pari al 78%.

Con oltre 500.000 irregolari sul suolo italiano, le procedure che portano ad espulsione e rimpatrio risultano ancora del tutto inefficienti.
Solo nel 2016 sono risultati destinatari di provvedimenti d’espulsione 38.284 immigrati non regolari, di questi almeno 21.000 non si sono né allontanati né, tantomeno, sono stati rimpatriati.
Dati impietosi, che tuttavia non sorprendono dato il sistema burocratico e legislativo che vi stanno alla base.
Norme alla mano, ai sensi del D.Lgs n.286/1998, lo Stato italiano dispone di due tipi di provvedimento per l’allontanamento dei cittadini provenienti da Stati extra Unione Europea: i respingimenti, disposti dall’Autorità amministrativa di Pubblica Sicurezza alle frontiere e disposti dalla Questura; le espulsioni, disposte dal Ministero dell’Interno, dalle Prefetture e dall’Autorità Giudiziaria nei confronti di stranieri privi del permesso di soggiorno, ritenuti socialmente pericolosi per la pubblica sicurezza ovvero destinatari di condanne penali a titolo di misure di sicurezza o di misure alternative alla detenzione durante gli ultimi due anni di esecuzione della pena ovvero a titolo di sanzione sostitutiva della pena per soggetti irregolarmente presenti sul territorio nazionale e perseguibili per reati punibili con la pena della reclusione inferiore a due anni.
In termini generali, quindi, l’espulsione è un atto amministrativo incidente sulla libertà individuale, come tale oggetto di Udienza preliminare di convalida con valutazione dei presupposti, in attesa della quale gli stranieri ad essa sottoposti dovrebbero rimanere custoditi nei CIE ovvero nei nuovi CPR introdotti da Minniti nel 2017 (che tuttavia sono soltanto 5 in tutto il territorio nazionale), salvo fughe che sempre più spesso avvengono, soprattutto per evitare una completa identificazione.
Di fatto, il problema principale sta proprio nell’esecuzione dei provvedimenti.
Infatti, accanto alla classica e sempre meno utilizzata (per carenza di risorse e di uomini) procedura di accompagnamento coatto alla frontiera (cioè al di fuori dei confini territoriali dello Stato) da parte delle Forze di Polizia, è stata introdotta una procedura di allontanamento degli immigrati irregolari che dovrebbe essere spontaneo, ai quali viene concesso un termine tra i 7 ed i 15 giorni per rientrare in Patria.
Inutile precisare che il mancato allontanamento spontaneo richiede di tornare a rintracciare chi vi si è sottratto,  identificare nuovamente quest’ultimo e riaprire le procedure di espulsione con accompagnamento coatto.
In alternativa esistono i rimpatri volontari ed assistiti, da finanziare con fondi europei ed interni sempre più esigui e che richiedono necessariamente accordi bilaterali con gli Stati di provenienza, accordi resi sempre più complicati visto che si tratta quasi sempre di Nazioni con economie in piena crisi, perciò insofferenti a rimpatriare i propri connazionali emigrati verso l’Italia.
L’estrema difficoltà a concludere proficui accordi con le Patrie degli immigrati irregolari; la scarsità di uomini, mezzi e risorse per far fronte ai costi ed alle tempistiche per un rimpatrio coatto; la mole di iter burocratici nonché la scarsissima propensione degli immigrati irregolari a farsi identificare e ad allontanarsi spontaneamente dopo essere stati formalmente espulsi (spesso anche perché privi dei mezzi economici per farlo) sono tutti elementi convergenti verso il totale fallimento dell’attuale sistema di rimpatrio ed espulsione attivo in Italia.
Si smetta, dunque, di ritrarre le espulsioni ed i rimpatri come se fossero un qualche arnese di tortura a disposizione delle forze Sovraniste, perché non soltanto funzionano poco e male, ma sono addirittura meno efficienti di quelle praticate nella Germania della Merkel.

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