Viktor Orban: la nuova Europa avanza da Est

di Manuel Massimiliano La Placa.

“Noi non crediamo nell’Unione Europea, crediamo nell’Ungheria, e consideriamo l’Unione Europea da un punto di vista secondo cui, se facciamo bene il nostro lavoro, allora quel qualcosa in cui crediamo, che si chiama Ungheria, avrà il suo tornaconto. 
Siamo guidati dal fare l’interesse del popolo ungherese, che va armonizzato con gli interessi e i punti di vista degli altri popoli”
Viktor Orbàn
È bene chiarire immediatamente una cosa a beneficio di chi, bombardato quotidianamente dall’allarmismo mediatico, si immagina l’attuale capo del Governo ungherese alla guida di una qualche forza politica oscura, para-militare ed al di fuori di ogni arco costituzionale democratico occidentale: Viktor Orbàn è il leader di Fidesz, un partito che è membro effettivo e riconosciuto del Partito Popolare Europeo, del quale fa parte anche una certa Angela Merkel.
L’Ungheria ha una storia ricca e complessa alle spalle, pur contando meno di dieci milioni di abitanti ed è ancor oggi dotata di una propria moneta nazionale, incontaminata dall’Euro.
Proprio in questo scenario, all’alba del crollo del regime comunista ungherese, ha iniziato la propria carriera politica un giovane Orbàn.
Laureatosi in Giurisprudenza, entra in Parlamento nel 1990 e svolge due mandati all’opposizione fino al 1998, mantenendosi su posizioni anticomuniste, ma al contempo moderate e liberali.
Forte di questa esperienza, nel 1998 si mette alla guida di una coalizione di Centro-Destra e vince le elezioni nazionali.
Il primo approccio governativo di Orbàn è, nelle iniziative e nei fondamenti ideologici, parecchio lontano dalle attuali politiche del leader di Fidesz.
In campo economico viene incentivato il libero scambio e vengono attuate parecchie liberalizzazioni, alle quali segue tuttavia una considerevole riduzione delle tasse.
Nel 1999 avviene l’ingresso dell’Ungheria nella NATO, mentre l’Esecutivo sviluppa un primo contrasto con la Comunità Europea per il blocco delle trattative legate ad un eventuale ingresso nell’Eurozona.
Tali politiche, sebbene foriere di una riduzione dell’inflazione, non vengono premiate dal popolo e dal 2002 al 2010 Fidesz torna all’opposizione, pur crescendo nei territori e durante le elezioni amministrative, il che permette ad Orbàn ed alla sua squadra di ripensare profondamente la propria proposta politica.
Il 2010 è l’anno della svolta, che risuona in un’Europa in piena crisi economica, il cui modello ultraliberista, d’austerità e d’immigrazione selvaggia inizia a collassare, “regalando” disoccupazione ed incertezza alla propria popolazione.
Orbàn si rende conto delle reali necessità della propria gente e si presenta agli elettori con un’immagine ed un programma completamente nuovi, a trazione sovranista.
Vinte le elezioni, la nuova Fidesz spazza via dai propri intenti ogni residuo liberista, nazionalizzando i fondi pensione privati per ripianare il debito pubblico e al contempo tassando i profitti delle banche private e delle grandi telecomunicazioni.
Viene introdotta una tassa unica sul reddito con aliquota fissa al 16%.
L’aspetto più rilevante del nuovo corso di Orbàn è certamente la nuova legge bancaria, che pone la nomina del Governatore della Banca Centrale d’Ungheria sotto il controllo dell’Esecutivo.
L’opposizione all’ingresso nell’Euro è totale, a favore del mantenimento della valuta nazionale, il fiorino.
Alla fine del mandato, anche grazie ad una riforma costituzionale che passa da una nuova legge elettorale e dalla riduzione dei seggi parlamentari, Orbàn riscuote un successo tale da venire ampiamente riconfermato.
Il mandato 2014-2018 è quello più rovente, nel quale il livello di scontro tra Ungheria ed Unione Europea raggiunge il culmine.
Il capo del Governo rifiuta ogni proposta di assegnazione di quote fisse di migranti a ciascuno Stato europeo ed anzi si adopera per la costruzione di una barriera al confine con la Serbia per bloccare e controllare l’afflusso di immigrati.
Per Fidesz, che ha in mente un’Ungheria economicamente forte, stabile e posta unicamente al servizio del proprio popolo non è concepibile una iniezione costante, incontrollata ed incontrollabile di migranti entro i propri confini nazionali.
Nonostante gli strali ricevuti a più riprese dai media occidentali e malgrado le procedure di infrazione aperte nei confronti dell’Ungheria da parte dell’Unione Europea, Orbàn tira dritto, forte del consenso della sua gente e dell’appoggio del Gruppo di Visegràd che, soprattutto in politica interna, sul tema immigrazione serra i ranghi in un blocco compatto.
Con il 49,27% dei voti, pari a 133 seggi parlamentari su 199, Fidesz ed il suo leader vengono riconfermati ancora una volta al timone fino al 2022.
Uno dei primi atti del nuovo mandato è l’oramai arcinota Legge anti Soros (questo il nomignolo affibbiato al provvedimento dalla stampa), vale a dire la tassazione al 25% di tutte le donazioni straniere pervenute alle Ong intente all’accoglienza diffusa di migranti sul suolo ungherese.
Se c’è qualcosa che l’esempio di Viktor Orbàn e della sua nuova Ungheria può insegnare dopo questi ultimi otto anni è che può esistere un’Europa diversa da quella asservita al capitale, alle imposizioni mortifere, all’austerity, alla disoccupazione ed alla sterilizzazione di valori e tradizioni.
Ed è l’Europa degli Stati sovrani, che cooperano per rinforzare ciascuno la propria economia per crescere assieme più forti e non a discapito degli altri in una eterna lotta fratricida a trazione tedesca.
Un’Europa consapevole delle proprie radici, da amare dal profondo, che diventa una Patria da difendere contro chi vorrebbe trasformarla in una terra di nessuno, arida e sottomessa a mercati, multinazionali ed alla follia immigrazionista a tutti i costi.

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