La storia attraverso la musica

di Alessio Valente.

È una fortuna assistere ad una conferenza tenuta dal chimico, ed esperto di musica, Carlo Pagliucci. Autore di una ricerca accurata, e decisamente interessante, sulla storia nazionale letta attraverso l’evoluzione musicale, è in grado anche di allietare e rendere ancor più viva la sua trattazione grazie al suono della sua fisarmonica, con cui riproduce fedelmente un congruo numero di brani discussi.

E la sua storia della musica, in particolare quella relativa agli anni ’20-’40, svela numerose sorprese e curiosità nascoste ai più. Per esempio l’origine musicale del celebre inno Giovinezza, ripreso da Commiato di Giuseppe Blanc, che riprese a sua volta il motivetto di un gioco giovanile detto “Il cerchio e che arrivò addirittura a scrivere al Duce per tutelare i propri diritti d’autore.

Mescolamenti e riproposizioni, se non veri plagi, furono elemento ben presente in gran parte della produzione musicale di quegli anni, fino ad arrivare a Bella Ciao, che riprende vecchie ballate del nord-Italia e Fischia il vento, rielaborazione di una canzone d’amore russa. Così scopriamo che anche l’Inno degli arditi proviene da una fanfara dei bersaglieri di fine ‘800, poiché la riproposizione di motivi e musiche del passato aveva spesso proprio la funzione di collegare storicamente il presente con le glorie di un tempo.

Altro aspetto emergente e decisamente poco scontato, dato l’immaginario collettivo, è che durante gli anni del regime la produzione musicale, così come quella cinematografica, fu estremamente varia e ricca di fermento. Produzione in cui spiccano l’opera e l’operetta, la musica maliziosa, che martellava ironicamente i costumi e le ipocrisie del mondo borghese, e la canzone d’amore, fra cui spicca la sempiterna Parlami d’amore Mariù, che deve la sua fama al film di Mario Camerini “Gli uomini, che mascalzoni…” e che è stata recentemente riproposta in un fortunato spot di Dolce e Gabbana.

Durante il ventennio, quindi, la produzione artistica fu particolarmente incentivata, anche grazie alla creazione di istituti ad hoc, come l’Istituto sperimentale di Cinematografia, l’Unione radiofonica italiana e l’Eiar, ente italiano per le audizioni radiofoniche. Nacque anche il “grammofono educativo” da inserire nelle scuole per facilitare ed implementare l’educazione degli alunni. All’arte musicale, inoltre, si accosta una vasta pubblicazione da parte dei disegnatori, che accompagnavano i musicisti dando forma e immagine ai loro dischi.

La produzione musicale della resistenza, invece, non ha propri canti originali, sia per le impossibilità dovute al carattere effimero dell’esperienza resistenziale, sia perché spesso i partigiani provenivano dalla convivenza coi soldati e i volontari fascisti, a cui “sottrassero” le melodie e i motivi aggiungendone i propri testi.

Curioso, ed emblematico, il fatto che durante la guerra civile i canti si mescolarono quasi, tramite appropriazioni e contro-appropriazioni e fino, a volte, ad esser usati senza cambiare neanche i testi, come testimonia il caso della Badoglieide. “O Badoglio, o Pietro Badoglio/ ingrassato dal fascio littorio/ col tuo degno compare Vittorio/ ci hai già rotto abbastanza i coglion”, veniva cantata anche dai fascisti repubblichini, anch’essi anti-monarchici e anti-badogliani.

L’excursus, qua riportato nei suoi aspetti più significativi, vale la pena di essere approfondito per comprendere, attraverso un aspetto forse un po’ trascurato ma decisamente eloquente, la storia di quegli anni. La produzione musicale del ventennio è spesso sottovalutata, ma lo studio di essa non può che portare alla mente anche la produzione odierna e, in particolare, la musica alternativa o “d’area”, che per anni e ancora oggi è veicolo e strumento mediante cui far sentire la propria voce, raccontare la propria esperienza e i propri sentimenti; per cantare, insomma, le proprie battaglie, politiche e personali, anche in tempi difficili in cui esprimersi liberamente ed essere tollerati appariva fortemente difficile se non rischioso e l’espressione di sé stessi trovava tutto il suo sfogo nelle canzoni condivise coi propri simili.

La musica e i canti funsero, per i combattenti di quell’epoca, da vero e proprio motore e fiamma. Una fiamma che scaldava i cuori nei momenti di sconforto e che gridava la propria fede, creando quell’universo simbolico in cui ci si poteva identificare e che,ancora oggi, svolge una funzione troppo sottovalutata, eppure estremamente importante, come testimonia il pensiero di Asvero Gravelli, che nel libro, datato 1926, “I canti della rivoluzione”, ebbe a scrivere “il Fascismo ha vinto perché aveva i canti più belli.”


*le informazioni riportate in questo articolo sono tratte dal testo “Memorie storiche d’Italia nei canti del Ventennio e della Resistenza” di Carlo Pagliucci.

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