L’inarrestabile crollo ideologico delle sinistre: il tramonto di presunzione ed ostentazione

di Manuel Massimiliano La Placa.

Per decenni ha imperversato, lungo l’universo geopolitico italiano, la falsa convinzione che potesse e dovesse esistere un diritto di esclusiva proprietà, in capo all’area politica di sinistra, sugli ambienti culturali e sulle relative ramificazioni, nonché sulla cultura stessa, sul diritto di critica e sugli strumenti di espressione delle opinioni.

Una sorta di marchio registrato, spesso e volentieri non sorretto da effettive doti e competenze o da un qualche bagaglio culturale realmente significativo.
Uno scenario il cui logico sbocco ha generato, ciononostante, il proliferare di un’aura di presunta sacralità attorno a tutto ciò che politicamente e convenzionalmente era ed è ancor oggi riconducibile a quel mondo massmediatico e socio-politico che è nato attorno al PCI, si è sfilacciato nelle derivazioni post-comuniste dei DS e dei passatisti dispersi ancor oggi in mille, autoreferenziali, galassie puriste, fino ad approdare al PD.
Un ginepraio di anime inquiete che, nell’era dello sviluppo mediatico e dell’espansione dei Social Network che consentono a tutti, proprio a tutti, di scoprirsi tuttologi anche solo per precisare delle roboanti banalità attraverso le quali ottenere i warholiani quindici minuti di celebrità, nonché, soprattutto, nell’epoca dell’avvento delle forze sovraniste che ne ha destabilizzato irrimediabilmente i cavalli di battaglia ”anti Destre”, oggi cercano di trovare minimo sollievo tramite reiterate retoriche maldestramente collaudate.
Inevitabilmente, tale cappa di cristallo ormai profondamente opaco, incapace di intravedere le proprie vistose crepe, tenta inutilmente di ritardare il proprio tramonto muovendosi scompostamente, ostentando una sicurezza che, in realtà, non c’è più o, forse, non c’è mai stata.
Le recenti, sonore, batoste elettorali nonché il gelido abbandono da parte degli italiani, frutto di decenni di negativa, inconcludente gestione della cosa pubblica hanno fatto detonare sin dalle fondamenta un palco ideologico in realtà vuoto ed abbandonato.
Nell’Italia del 2018 il campo della cultura e dell’informazione non è più prerogativa né esclusiva degli ultimi supporters rimasti dell’ala sinistra: gli atteggiamenti di minimizzazione, di forzata e disperata derisione, di banalizzazione di tutto ciò che è frutto di stili ed opinioni diversi dai propri, forse per questo di difficile comprensione pur nella loro lampante immediatezza, non hanno più alcuna presa all’interno del dibattito socio-politico. Trattasi di preistoria delle strategie politiche.
Ed ecco che, di fronte all’inevitabile senso di vuoto che lascia la progressiva esiguità della propria ostentazione, si erge l’inevitabile, orripilante senso del presente: non esistono più una cultura a senso unico, una egemonia d’élite dalle quali ergersi al di sopra degli altri in cerca di una vacua realizzazione personale, dalle quali ”concedere” alla gente comune astratte ricette economiche, politiche e vagamente filosofiche.
Un piedistallo d’oro crollato rovinosamente, sbriciolatosi sotto il dissenso inferto dagli italiani recatisi alle urne.
Trattasi, infatti, di un panorama a dir poco sconsolante del quale, tuttavia, sono causa principale proprio gli stessi protagonisti: l’abbandono delle dottrine socialiste, sindacaliste di Marx, di Sorel, di Blanqui e persino di Proudhon, pur ripreso dall’ultimo PSI di Craxi ma ben presto dimenticato dai suoi successori, per abbracciare una inconcludente proposta politica incolore, lontana come non mai dalle reali esigenze degli italiani; l’accantonamento delle lotte per i diritti collettivi e per le categorie produttive; la precarizzazione del lavoro e l’assenza di ricette per uscire dalla crisi economica nazionale. Risposte mai date a problemi reali, nonostante la sempre ostentata competenza intellettuale e culturale.
Spazi rimasti vuoti, occupati non tanto dalle forze di Centro-Destra quanto, e questo è lo smacco evidentemente più grande, da un movimento post-ideologico che ha radici proprio a sinistra.
Una strategia improduttiva, che non ha fatto altro che isolarne progressivamente gli artefici, lasciandoli tragicamente con l’amaro in bocca.
Come ampiamente prevedibile, la scioccante consapevolezza di un tanto e del venir meno della propria rilevanza all’interno di una società che preferisce invece affidarsi a nuove soluzioni, a nuove voci mediatiche e a nuove proposte politiche, manda in cortocircuito un sistema da sempre abituato a mettere al centro il proprio ego smisurato, scatenando nei propri sostenitori reazioni a dir poco incomprensibili: un’avversione perenne, irrazionale e maniacale verso qualunque idea o forma di espressione non collimi con le proprie e che si conclude, puntualmente, con un nulla di fatto, con il completo rifiuto del confronto democratico ed un probabilmente costante senso di insoddisfazione.
Assistiamo fatalmente, quindi, al crepuscolo ideologico e metaforico di un castello di carte in rovina.
Un finale inevitabile, fisiologico, per un sistema che ha costruito le proprie fortune fintanto che si vedeva cullato dall’assenza di un reale contraddittorio oltreché da una ostentata, forzosa derisione di tutte le opinioni altrui e che oggi si trova drammaticamente al capolinea, di fronte ad una opinione pubblica che ne rigetta i metodi e gli atteggiamenti e che ne rifiuta in toto l’essenza.

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