24 agosto, data importante per l’Italia

di Andrea Galtieri.

Il 24 agosto per gli appassionati di storia contemporanea italiana ha una duplice valenza, due appuntamenti con la storia militare: la morte di Ettore Muti e l’ultima carica di cavalleria delle Forze Amate italiane in combattimento.

Partiamo da Ettore Muti.
Ettore Muti, ravennate, eroe di ogni guerra in cui l’Italia sia entrata nel XX secolo, figura di spicco del combattentismo fascista, allergico alle liturgie di partito ed alle imposizioni “burocratiche” – diremmo, noi, oggi.
Nato nel 1902, crebbe a Ravenna, tra una madre di profondi sentimenti patriottici ed una caserma del Regio Esercito di fronte casa; spesso e volentieri i suoi giochi con gli amici di infanzia diventavano delle vere e proprie avventure. Episodi che inquadrano meglio il personaggio possono essere il tema scolastico sullo “studente esemplare”: accomodando le tesi del suo professore, di tendenze pacifiste ed anti-interventiste, descrisse lo studente esemplare attraverso dei canoni di mansuetudine, pacatezza, riservatezza e pacifismo – concludendo, però, il tema con una piccola aggiunta: “Questo però non è un ragazzo, ma un aborto di natura”. A 13 anni venne espulso dal sistema scolastico regio italiano per aver aggredito con un pugno al volto un insegnante.
Dopo questi eventi, a soli 14 anni, decise di partire “volontario” per la Grande Guerra, intanto arrivata anche in Italia il 24 maggio 1915. Venne, naturalmente, rispedito a casa dall’Arma dei Carabinieri vista la sua giovane età; non pago ci riprovò l’anno seguente, falsificando i propri documenti riuscì a farsi inquadrare dapprima nel 6^ Reggimento della Brigata Aosta, successivamente negli Arditi.
Con gli Arditi compì le gesta eroiche per le quali viene ricordato, combatté nella Battaglia del Solstizio, in cui 800 arditi andarono all’assalto e ne ritornarono solo 22, tra cui, ovviamente, lo stesso Muti – un segno del destino?
Dopo quest’impresa gli fu proposta la medaglia d’argento al valore militare, che egli rifiutò per paura di farsi scoprire, cosa che successe comunque e venne rispedito a casa.
Nel 1919, ha “già” 17 anni e parte con Gabriele D’Annunzio ed i suoi legionari alla volta di Fiume, qui si guadagnò il soprannome di “Gim dagli occhi verdi” – coniato dallo stesso Vate.
Indole ribelle, non conforme alla società civile, rubacuori e sregolato, al ritorno da Fiume non poté non aderire al movimento squadrista, organizza assalti e subisce arresti nei vari anni del fascismo-movimento per dirla “alla De Felice”, occupò, con le sue squadre, i centri del potere di Ravenna durante la Marcia su Roma. Dopo la presa del potere di Benito Mussolini divenne alto ufficiale della Millizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale – le squadre d’azione istituzionalizzate. In questi anni, però, non si dedica alla politica quanto più alle feste private, le donne e le moto Harley-Davidson. Fece anche parte della neonata Regia Aeronautica, accettando un pesante declassamento di gradi, diventando un ufficiale subalterno della Forza Armata. Partecipò alla Guerra d’Etiopia, alla Guerra civile spagnola ed all’invasione dell’Albania. Di ritorno da quest’ultima venne, su proposta di Mussolini, nominato segretario del PNF.
Per “il più bel petto d’Italia”, come venne soprannominato dopo l’Albania, l’incarico di segretario politico non fu nulla di entusiasmante – egli, uomo d’azione, mal sopportava “la scrivania”, così si dimise e decise, allo scoppio del secondo conflitto mondiale di andare “là dove c’è bisogno”.
La sua morte, di cui ieri cadeva l’anniversario, è uno dei grandi misteri della politica italiana e – a detta di alcuni – la prima morte causata dal nuovo Stato italiano, nato appena da un mese – il 25 luglio venne deposto Mussolini, rimpiazzato dal Generale Badoglio. Molti addossano a quest’ultimo la responsabilità della morte di Ettore Muti, divenuto, poi, un mito nell’immaginario collettivo della Repubblica Sociale Italiana.

L’altro episodio del 24 agosto è l’ultima grande carica di cavalleria in guerra, venne compiuta dal Reggimento Cavalleria Savoia, uno dei più antichi e gloriosi reparti dell’Esercito italiano, contro l’812° Reggimento di fanteria siberiano ad Isbuscenskij.
Il contesto è la spedizione di Russia, la cosiddetta Operazione Barbarossa, gli eserciti dell’Asse ancora non immaginavano il loro destino, a tre reggimenti di cavalleria fu dato l’ordine di coprire un lato dell’avanzanzata tedesca verso Stalingrado, ponendosi a presidio del fiume Don. I tre reggimenti erano il Savoia Cavalleria, i Lancieri di Novara ed il reggimento artiglieria a cavallo “Voloire”.
Improvvisamente, però, il 20 agosto, i sovietici sfondarono le linee italiane della Divisione fanteria “Sforzesca” e si ritrovarono, più o meno inconsciamente, ad un passo dai reggimenti di cavalleria “Savoia Cavalleria” e dal “Voloire”, quest’ultimo posto a protezione del gruppo.
Questi ultimi all’alba del 24 agosto erano posizionati nella steppa a bivacco, nei pressi di Isbuscenskij, pronti per raggiungere un altro obiettivo, la quota 213,5m – da quanto ci fa sapere lo storico Petacco. Nella notte 2.500 uomini del 812° reggimento di fanteria siberiano si avvicinarono – e trincerarono – a circa un chilometro dall’accampamento italiano. Al risveglio dal bivacco italiano partì una pattuglia in ricognizione, questa scoprì uno dei fanti russi nascosto tra i girasoli che venne freddato all’istante. Rispose l’artiglieria sovietica che investì di bombe di mortaio il quadrato mantenuto dai cavalieri italiani nella notte, parecchi i feriti di chi si difendeva, ma lo svantaggio momentaneo venne subito recuperato con un fuoco di risposta dell’artiglieria del “Voloire” che costrinse gli attaccanti ad una piccola ritirata.
Notata la manovra difensiva sovietica, il comandante del “Savoia”, il Colonnello Bettoni Cazzago, ordinò al 2° squadrone la carica sul fianco delle truppe siberiane, in quel momento, tra sciabole al vento, raffiche di mitragliatrice e bombe a mano i sovietici vennero costretti ad una ritirata disordinata. Al momento della ritirata arrivò in supporto il 4° squadrone, a piedi, affrontando frontalmente il nemico. Ci fu, poi, un terzo spezzone della carica, l’assalto del 3° squadrone che concluse definitivamente l’episodio di Isbuscenskij.
Iniziata all’alba, la battaglia terminò verso le 9:30 con una vittoria italiana, seppur pagata a caro prezzo, 32 caduti e 52 feriti, questa vittoria fu motivo d’orgoglio nell’Italia di allora e suscitò i complimenti degli ufficiali tedeschi a Bettoni ai quali dissero “noi queste cose non sappiamo più farle”.
Per concludere, l’Italia, sotto il profilo militare non avrebbe nulla da invidiare – anzi, potrebbe fare invidia – agli altri eserciti, sia a livello storico, sia a livello umano.

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