Penelope alla Guerra: quando l’ideale si infrange e il nostro “io” cambia

di Vanessa Combattelli

 

“Ma io adesso ti conosco, Roma.
Conosco il tuo verde, la tua dolcezza, i tuoi monumenti, il punto in cui è più bello vederti e quello dove fa troppo caldo per passeggiare.
Ma io adesso cerco altro, Roma.
Non ti offendere, continuerò ad amarti. Sono un’affamata di guerra adesso, devo saziare questa fame.
Non lo so, Roma. Fammi cercare quella che sono io, il sogno che ho, il mio amore perduto.
Non mi odiare per questo, Roma.”
Cosa significa esattamente entrare dentro un romanzo? Significa questo: riuscire a scrivere un breve testo come se fosse parte mancante del libro, un pezzo che non esiste, che non è stato scritto da Oriana Fallaci ma che si porta come compito quello di resuscitare uno dei suoi primi libri.
Si tratta di un bel dovere: è dura recensire un’opera che abbraccia tante sfumature della vita umana e dei rapporti interpersonali.
Eppure voglio che sia fatto, che venga fuori a modo mio, chi deciderà di leggere questa recensione conoscerà Giò – la protagonista del libro, Francesco, Bill, Richard, Martine e Gomez.
Ma sopratutto li riconoscerà, perché nella vita di ognuno di noi esiste un Francesco, un Bill, un Richard ed un Gomez: ecco un altro potere, devo parlare di persone che voi conoscete ma io non conosco.
Così Giò parte da Roma, saluta una città che le ha dato carriera per andare incontro ad un’altra che la segnerà per sempre: New York.
E qui, in mezzo ai sanpietrini grigi, agli edifici color ocra e caldi, alla città che sa tutto e sa di paese, Giovanna dice arrivederci a Francesco, il tenero amico che incarna tutte le caratteristiche della patria che sta lasciando.
“Così non ti offendere, Francesco, se non piango. Non te la prendere, io sono fatta così. Non ti mento, questo addio non mi pesa. Voglio conoscere l’America, voglio vedere se è lì il posto mio. Non t’offendere, ti scriverò.”
Francesco le lascia un avvertimento, perché Giò è tanto cinica quanto ingenua, un combinato pericoloso per la Grande Mela.

Durante le righe la protagonista ci parla di Richard, il suo primo amore.
Un americano che ospitò durante la seconda guerra mondiale, un ragazzo esile di una bellezza angelica.
Come solo nei romanzi può succedere, e talvolta anche la vita reale ci può riservare simili sorprese, Giò rincontra Richard.
Nel corso del libro vi è una ripetizione cantilenante nei dialoghi: “New York è piccola”, ma questo concetto risulta essere interpretabile attraverso un sottile gioco destino-azione che inevitabilmente coinvolge tutti i personaggi.
Non è New York, infatti, ad essere piccola, bensì è la regola del fato che riesce a rimpicciolire persino una metropoli affinché due persone si incontrino e scontrino.
Così è solo una cena casuale, un locale dei tanti e una compagnia gradevole: l’amica Martine, il suo facoltoso compagno Bill e un terzo ospite.
Uno sconosciuto senza nome, un fantasma fatto di carne ed ossa.

Da questo incontro scaturisce poi tutto il potenziale di una donna cinica ed ingenua al fianco di un uomo insicuro e immaturo, il tutto dipinto insieme ai colori di una New York al tramonto, con gli intensi dialoghi tra i personaggi, le sottili appartenenze tra chi si reclama e chi si cerca senza sosta.
Man mano che il romanzo prende il suo ritmo, ci si rende lentamente conto che ogni presenza è in realtà la rappresentazione umana di una Nazione, un vizio, una paura e una forza.
I personaggi della Fallaci sono rintracciabili nella nostra vita perché questi sono reali, ma soprattutto la loro essenza è il prodotto di valori e sentimenti contemporanei.
Richard è l’uomo smarrito, risultato di una famiglia matriarcale, un rifiuto quasi sfrenato alla crescita sessuale e sentimentale, convinto solo di ciò che non è, ovvero l’America, ma al tempo stesso ormai inserito in un contesto sociale che gli concede una certa considerazione dagli americani.

“Una ragazza indecisa tra il cinismo e l’ingenuità non avrebbe potuto trovare vittima e carnefice più pericoloso, chiunque altra non avrebbe esitato a capirlo e a ritirarsi in buon ordine.”

Si naviga attorno anche all’eterno enigma che lega le relazioni umane e il loro svilupparsi, sino al concludersi con l’ideale viene corrotto dalla realtà.
Richard doveva rappresentare l’America nell’immaginario astratto di Giovanna, e l’amore nei confronti di questa vasta terra non è altro che un amore simbolico per Richard.
Ma l’America non è insicura né immatura, sarà proprio Bill a renderlo chiaro a Giò: “Quanto al tuo amore per l’America, è troppo presto per prenderlo in considerazione. I colpi di fulmine non annunciano mai grandi amori o amori durevoli. Gli amori veri fioriscono dall’indifferenza o dall’odio. Imparerai ben presto che la nostra cordialità è difesa, la nostra efficienza è paura, la nostra supercivilizzazione è solo supermeccanizzazione”
Martine invece, l’amica esuberante e graziosa di Giò, per quanto trasmetti inizialmente l’idea di una personalità superficiale, regala invece dialoghi molto profondi che permettono a Giò di accordare il proprio flusso di pensieri.
“L’amore da una parte sola non basta. Non si regala l’anima a chi non è disposto a regalare la sua. Chi non fa regali, non apprezza i regali. Tu cerchi Iddio in terra, e sei disposta a qualsiasi menzogna pur di inventarlo. Ma Iddio non si inventa e neppure l’amore. L’amore è un dialogo, non un monologo.” (Martine)

Poi c’è Bill, uno dei personaggi più magnetici e carismatici del romanzo: l’uomo facoltoso di Martine, un insieme di buon vino e riflessioni pungenti, forza unita a capacità, cravatte e leadership.
Tra Giovanna e Bill è subito un rapporto odi et amo, sin dal primo dialogo si avverte una particolare attrazione tra i due, questa però non necessariamente sentimentale.
“Martine sostiene che siamo fatti per andare d’accordo. Dice che tutti e due siamo forti ma non sappiamo resistere alla dolcezza, soprattutto alla dolcezza per chi ha bisogno di noi. Chissà che Martine non abbia ragione. Uno splendido accordo oppure… un atroce conflitto.”
La trama si sviluppa attorno a questi personaggi con le loro differenti caratteristiche, l’una serve a sopperire le mancanze caratteriali dell’altra.

Conoscere una città nuova, da sempre amata e desiderata, attraverso gli occhi di coloro che la vivono è pericoloso: la si può amare ancora di più oppure finire per odiarla, allo stesso modo con la stessa sensazione di smarrimento che si vivrebbe al termine di un intenso sogno.
Ma tutte le esperienze che hanno questo genere di intensità di base cambiano irreparabilmente la nostra prospettiva, quando si torna al punto iniziale ci si sente uguali e parallelamente estranei: dal viso poco è cambiato, i lineamenti restano immutati, ma il proprio paesaggio interiore è completamente mutato.
Penelope alla Guerra è il libro che deve essere letto per rendere giustizia ai grandi cambiamenti – incompresi – della propria vita, se si vuole cogliere la nuova luce di un paesaggio apparentemente immutato.
Ma soprattutto è un lungo viaggio attorno le sensibilità umane e i sottili giochi di potere che inevitabilmente ne scaturiscono.
Eppure resta un interrogativo che ho provato per tutta la lettura del romanzo: Richard è esistito davvero oppure fu una forzatura mentale della protagonista? Giò infatti è andata in America con l’unica speranza di incontrarlo, è possibile in questi casi vestire di fattezze idealistiche la prima persona che possa rammentarci determinati aspetti emotivi.
Chissà, a questo solo Oriana Fallaci potrebbe rispondere.
“Ma io adesso forse ti conosco, New York.
Conosco i tuoi grattacieli, la tua grandezza, i tuoi salotti esclusivi ed esclusi, il momento più bello per ammirarti davvero.
Ma io adesso forse ho bisogno di altro, New York.
Non ti offendere, continuerò a pensarti. La mia fame forse è saziata adesso.
Non lo so, fammi cercare tranquillità, forse il cambiamento è solo una sensazione, forse devo solo tornare a casa per rendermi conto che nulla è cambiato.
…ma se invece lo fosse?”

Eccetto le citazioni riportate all’interno dell’articolo che provengono dal libro di Oriana Fallaci, l’apertura e la conclusione dello stesso è di mia personale produzione.

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